Vai al contenuto

non è ancora tardi

Debolmente attaccato ad un filo di luce, che si faceva largo tra le tapparelle socchiuse, mi trovai a cavalcare il pulviscolo illuminato dal raggio, verso un posto che si chiama “non è ancora tardi”. Attraversai tutto lo spazio della stanza, fino al muro, attraversai anche quello e fui fuori.

C’erano pini ovunque e felci sotto gli alberi, c’era un sentiero, ma io non lo toccai, a cavallo del mio raggio di luce.
Arrivai ai piedi di un colle, il raggio di luce mi portò su, passando attraverso i tronchi degli alberi, attraverso il corpo degli uccelli, attraverso l’aria del bosco.

Altri raggi di luce filtravano da fuori del bosco, e si univano al mio raggio, verso i piedi del colle.

Salimmo sul colle, seguendo dall’alto il sentiero erboso, fino alla cima della collina, dove non c’erano più pini e nemmeno felci. C’era una casa rossa. Le porte erano aperte, il mio raggio entrò, fermando tutti gli altri raggi. La casa sembrava vuota, ma piena di profumi di ogni tipo, profumi di posti lontani, molto lontani.

In una stanza c’era una scrivania, con degli occhiali sopra e una penna affianco.

Nella stanza vicino un orso giaceva immobile sul letto, con gli occhi chiusi e il respiro appena percettibile, dal comodino sporgeva un quaderno con una sveglia appoggiata sopra. Il raggio di luce mi portò sopra il comodino e vidi che il quaderno era aperto su una pagina appena iniziata, c’era scritto soltanto:

“non è ancora tardi”.

L’orso si svegliò, mi guardò e sorrise, il raggio di luce mi sfuggì tra le gambe e caddi sul pavimento. L’orso caricò la sveglia, mi indicò un’ora da venire e tornò a dormire. Andai nella cucina della casa e guardai nella credenza, vi trovai del vino rosso, ne versai due bicchieri, mi sedetti e mi misi a guardare, attraverso la finestra, tutti i raggi di luce che erano rimasti fuori.

Dopo un po’ la sveglia suonò, e la casa fu invasa dalla luce, una luce stupenda, che mai avevo visto in un interno.

L’orso si alzò e prese il quaderno.

Entrò in cucina e mi vide seduto poi mise il quaderno sul tavolo. Io lo fissavo intimorito, ma la luce della stanza mi dava troppa forza per restare inerte, presi il quaderno e scrissi una parola:

“zkr”.

L’orso, sorridendo, si sedette di fronte a me, prese il bicchiere di vino con una zampa e con l’altra scrisse sul quaderno un’altra parola, affianco alla mia:

“ricordo”.

Ci guardammo negli occhi, sorridendoci a vicenda, e bevemmo tutto d’un fiato il vino.

p.s. in ebraico zkr significa sia maschio che memoria o ricordo.

Pubblicato inFantasy

Un commento

  1. Sara Bonfantoni Sara Bonfantoni

    Se avesse la musica questa storia sarebbe perfetta per una canzone di Francesco De Gregori anni 70. Bella!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *