Le Recensioni degli Autori del Blog su libri, film, serie Tv, teatro e “tutto quanto fa spettacolo”

Le parole Omar (Yuri Tuci): Sono Omar Nanni, ho 39 anni, 11 mesi e 6 giorni. Come professione voglio diventare un cantante famoso.
Irene (Matilda De Angelis): Tu non ce la puoi fare, prima lo capisci, meglio stai!
Chi lo ha diretto Greta Scarano, classe 1988, alla sua prima esperienza di regia, ma con una già lunga carriera di attrice di cinema e di televisione a partire dalla fiction “Un posto al sole”, stagioni 2007-2009 e vincitrice del Nastro d’Argento come Miglior Attrice non protagonista per il film “Suburra” nel 2016
Di che parla Ispirata alla storia vera di Margherita e Damiano, narrata nel libro “Mia sorella mi rompe le balle”, parla di Irene che, fuggita a Roma dalla sua famiglia disfunzionale, proprio alla vigilia di una svolta nella sua carriera di organizzatrice di eventi, viene richiamata a Rimini dai genitori per badare al fratello maggiore Omar, autistico. In poco tempo Irene imparerà, grazie alla relazione con Omar, tutto ciò che è indispensabile per vivere al meglio la sua vita.
Cosa ne penso Sono andato a vederlo con le mie due figlie piccole di 12 ed 11 anni: siamo usciti dal cinema tutti e tre entusiasti del film, allegri, ottimisti ed un po’ commossi. È un film dal tono leggero, dolcissimo: Greta Scarano con garbo ci racconta la quotidianità delle persone autistiche e le difficoltà esistenziali dei loro parenti stretti. Senza ricorrere ad alcun patetismo a proposito della disabilità, il racconto coinvolge, emoziona ed alla fine ci indica le coordinate di ciò che un po’ tutti cerchiamo alla cieca e in modo confusionario: la Felicità.
Da vedere assolutamente, Pier, 04.2025

Le parole. Yuval il giovane israeliano che collabora con Basel dice: “Non so cosa farei, Basel, se fossi nella tua situazione. Non riuscirei ad avere quella speranza e quella forza che hai tu.” Risponde Basel. “Ci vuole pazienza, perseveranza.”.
Chi lo ha realizzato. Yuval Abraham, israeliano, classe 1995, giornalista, regista, traduttore, sceneggiatore e montatore, Basel Adra, palestinese, classe 1998, attivista, avvocato, giornalista, regista, sceneggiatore e montatore, Hamdam Ballali, palestinese, classe 1989, regista, Rachel Szor israeliana, regista, sceneggiatrice e direttrice della fotografia
Di cosa parla. Sprazzi e frammenti visivi di cinque anni (2019 al 2023), della epopea che oppone dal 1980 gli abitanti di Masafer Yatta all’esercito israeliano.
Masafer Yatta è un insieme di 19 villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale sparsi in 30 kilometri quadrati, situati sulle colline a sud di Hebron, con una popolazione complessiva, nel 2022, di 1144 persone, la metà delle quali bambini.
Nei primi anni Ottanta l’esercito israeliano decise che la zona di Masafer Yatta sarebbe dovuta diventare un poligono di tiro per l’esercito. Da allora ha cercato con ogni mezzo di sfrattare i suoi abitanti palestinesi: radendo al suolo le case, i pollai, i bagni, le giostre per i bambini, sigillando con la calce i pozzi, sparando granate lacrimogene per disperdere le manifestazioni di protesta, utilizzando il sopruso e la violenza come costante della vita quotidiana di vecchi, uomini, donne e bambini.
Ma quello che le ruspe dell’esercito abbatteva, gli abitanti ricostruivano di nascosto: se necessario anche di notte.
Tutti i governi che si sono succeduti dall’80 in poi hanno consentito la costruzione di insediamenti di coloni a fianco delle case abitate o al posto di quelle rase al suolo di proprietà dei palestinesi, mostrando come la destinazione della zona come poligono di tiro fosse pretestuosa, buona solo per essere opposta nelle aule di giustizia alle legittime rivendicazioni dei nativi.
La conseguenza è che da anni gli abitanti di Masafer Yatta convivono quotidianamente con gruppi di coloni che irrompono di notte nelle case, distruggono o rubano beni personali e picchiano i residenti.
Ciò nonostante, la pazienza dell’intera comunità, quello che in arabo è il Sumud, spinge ad inventare mille soluzioni e espedienti per dare filo da torcere agli oppressori. Senza arrendersi.
Cosa ne penso La vicenda di Masafer Yatta è la stessa vissuta da tutti i villaggi e le città palestinesi all’indomani del 1948. Sempre e ovunque: prevaricazione, sopruso, violenza, utilizzo di tutti i metodi legali ed illegali per impadronirsi della terra o delle case. Molti film e libri lo hanno raccontato.
Ma la forza di questo film sta in un racconto fatto con le immagini dei protagonisti – donne e uomini di tutte le età – ripresi nella quotidianità di una vita passata ad aspettare la prossima demolizione, la manifestazione che ne seguirà, gli scontri con soldati e coloni, gli arresti, la morte. E poi la ricostruzione in segreto.
C’è tanta rabbia, ma ci sono anche sorrisi che sono incantevoli.
Il successo del film – 69 premi vinti in tutto il mondo e l’Oscar come migliore documentario – contribuirà ad una maggiore e più diffusa conoscenza dei termini della questione palestinese: un popolo che subisce un’occupazione violenta da più di 70 anni.
Di tutto il film, però, a me è rimasto nel cuore il dipanarsi dell’amicizia tra Basel, il giovane attivista palestinese che fin da bambino partecipa alla resistenza del suo villaggio, e Yuval, il giornalista israeliano che “da quando ha imparato l’arabo ha cambiato le sue opinioni politiche” e che partecipa alla raccolta delle immagini delle violenze e dei soprusi dei soldati e che li insulta gridando: “Voi fate tutto questo anche in mio nome”.
Sono proprio le chiacchiere, vicino al fuoco e in macchina, fra questi due ragazzi che si aprono a vicenda e regalano così agli spettatori la carezza del sogno di un futuro di fraternizzazione fra i due popoli.
Da vedere. Pier, 03/2025

La frase. Raymond a Robert: “Gli uomini magri sono la cosa più ridicola che esiste”
Chi lo ha diretto. Yorgos Lanthimos, Atene, classe 1973, lo presenta a Cannes, vince il premio per migliore attore, pochi mesi dopo lo strepitoso successo di “Povere Creature”. In questo film Lanthimos torna a lavorare con il provocatorio sceneggiatore dei suoi film iniziali: Efthymis Filippou. Alla coppia si devono film spiazzanti e impregnati di riferimenti ai classici della cultura greca.
Di che parla. Il film si compone di tre storie che declinano le forme che assume la dipendenza dal potere – nel lavoro, nella coppia, nella religione; l’impossibilità di mantenere il controllo della propria vita una volta fuori dal rapporto di dominio; le maschere che i diversi ruoli conferiscono alla stessa persona. In una narrazione algida ed a tratti disturbante ma mai banale, gli stessi attori interpretano infatti, di storia in storia, personaggi diversi; uno solo rimane con la stessa maschera: R.M.F. che dà i titoli alle tre storie e chiude il film con un riferimento esplicito al Cinema come l’arte della finzione e del gioco che fa il verso alla vita reale.
Che ne penso. Lanthimos, all’apice della sua notorietà, spiazza tutti e torna a produrre un film difficile, impegnativo, fastidioso, che mette lo spettatore di fronte ad una serie di temi – quello del ricatto “in nome dell’amore” ad esempio – che, di sicuro, almeno una volta, ha incrociato la sua vita. E poi: l’esercizio gratificante del dominio sulle persone; il sesso come attività banalizzata e priva di una qualsiasi partecipazione emotiva; le persone-maschere che si aggirano in un mondo spopolato di vere relazioni umane. C’è più di un motivo per bollare il film come “indigeribile” ed evitare di vederlo. D’altra parte, c’è il fascino di una provocazione intellettuale ben costruita, ottimamente recitata, dai molteplici significati, che sfida lo spettatore, lo confonde con possibili interpretazioni contraddittorie, lo spinge a interrogarsi più volte sul senso di quello che vede, lo tiene vincolato alla poltrona fino allo sberleffo finale.
A me è piaciuto, Pier 06.2024

La frase. Larb Ben M’hidi dirigente del Fronte di Liberazione dell’Algeria è stato catturato e viene mostrato come trofeo alla stampa. Un giornalista francese gli rivolge questa domanda: “Non le sembra un po’ vile usare i cestini e le borse delle vostre donne per trasportare gli ordigni esplosivi che uccidono tanti innocenti?” Risponde Ben M’hidi: “E a lei non sembra più vile lanciare sui villaggi indifesi bombe al napalm che di vittime innocenti ne fanno mille volte di più? Certo se avessimo i suoi aerei per noi sarebbe più comodo. Mi dia i suoi bombardieri e noi le lasciamo i nostri cestini.”
Chi lo ha diretto. Gilberto Pontecorvo, detto Gillo, classe 1919. Le riprese iniziano nell’estate del 1965, si gira nei luoghi dove si sono svolti i fatti con una troupe di tecnici locali e nove italiani che li guidano. Tutti gli attori, salvo quello che interpreta il colonnello Mathieu, sono dilettanti. Dopo 4 mesi e tre giorni di riprese il film viene montato e la colonna sonora è affidata ad Ennio Morricone. La sceneggiatura è di Pontecorvo e Franco Solinas, essa prevede che il film appaia, allo spettatore come un cinegiornale, per questo ricorrono con il direttore della fotografia, Marcello Gatti, alla tecnica del “controtipaggio” in modo di avere un bianco molto contrastato di tipo televisivo: nel film non c’è un metro di pellicola preso dai cinegiornali dell’epoca. Esce nelle sale nel 1966, vince il Leone d’Oro al Festival di Venezia ed è candidato a tre premi Oscar nel 1969. In Francia viene vietato fino al 1971.
Di che parla. 7 ottobre 1957, Ali La Pointe, ultimo superstite della struttura di vertice del FLN ad Algeri è circondato nel suo nascondiglio dai parà del colonnello Mathieu inviato dal governo di Parigi a spegnere la rivolta degli abitanti della casbah di Algeri. In un lungo flashback, Alì ripercorre tutte le tappe della sua maturazione catartica da delinquente comune a coraggioso partigiano della liberazione della sua terra dalla Francia. In questa carrellata, Pontecorvo presenta, senza manicheismo, i protagonisti e i fatti reali della battaglia combattuta ad Algeri fra il 1954 e il 1957, conclusasi con la sconfitta del Fronte di Liberazione Nazionale. Pontecorvo sceglie di mostrare la logica coloniale della Francia di allora e di qualsiasi altro oppressore nelle stesse condizioni di dominio. Così come, nelle ultime memorabili sequenze finali del film, sceglie di mostrare l’irreversibilità dei processi rivoluzionari, dal momento che la lotta per la liberazione assomiglia a un fiume carsico destinato a riemergere e a spazzare fuori dalla storia ogni forma di colonialismo. L’ultima inquadratura porta, infatti, la data dell’indipendenza algerina: 3 luglio 1962.
Cosa ne penso. E’ un film emozionante: le ultime sequenze, dedicate alle manifestazioni spontanee, improvvise, massicce e travolgenti del popolo, con le donne in prima fila, i ragazzi e i bambini insieme ad adulti di ogni età, armati solo del loro coraggio e forti della loro estrema determinazione che affrontano soldati, poliziotti e carri armati, coinvolgono fino alle lacrime un qualsiasi spettatore che abbia davvero a cuore la libertà dei popoli oppressi e la giustizia.
E’ un film attualissimo: a maggior ragione coinvolgente e commovente rivisto oggi sebbene, come per me, per la quarta o quinta volta.
E’ un film “politico”, schierato, ma lucido ed onesto, che fa parlare le immagini, i volti, i corpi, riducendo i dialoghi, senza alcuna pretesa moralistica o educatrice. I parà ricorrono alla tortura, davanti a figli e mogli, (come faranno gli aguzzini cileni ed argentini), i partigiani fanno agli attentati nella zona europea, nei bar, nei caffè, per strada. Sulla necessità del terrorismo, così come della tortura, Pontecorvo fa parlare i due antagonisti. Mathieu, il colonnello dei parà, zittisce quei francesi che accennano alla a-moralità della tortura (“questo è il prezzo che la vostra coscienza deve pagare se volete conservare l’Algeria”) e, dall’altra parte, Ben M’hidi asfalta il giornalista con l’iconica frase: datemi i vostri bombardieri e vi darò i miei cestini.
Già: questi sono i veri termini della questione, di ogni lotta per la liberazione di un popolo oppresso. La lotta per l’indipendenza è costata, agli algerini, un milione e mezzo di morti su 10 milioni di abitanti e 132 anni di dominio coloniale.
Servirà altro tempo e ci saranno altri morti, ma anche la Palestina sarà libera: dal fiume e il mare e abitata, in pace, da arabi ed ebrei. Ed il sionismo sarà cacciato fuori dalla storia.
Da vedere a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=dr0YixQBAJw
Pier, 5.2024

La frase. Il regista presenta il film così: “Questo è un film politico, ideologico e di parte”
Chi lo ha diretto. Michele Riondino, nato a Taranto, classe 1979, con una lunga esperienza come attore, si cimenta, per la prima volta con questo film, come regista. Nella sale da ottobre 2023 e su Sky.
Di cosa parla. Racconta una storia vera. Per scriverne la sceneggiatura insieme a Michele Braucci, Riondino per sette anni ha raccolto testimonianze delle persone coinvolte nella vicenda. Siamo a Taranto al 1997: l’Italsider è stata appena privatizzata e acquistata dal Gruppo Riva. Fra le prime preoccupazioni dei nuovi proprietari c’è il risparmio di costi e il loro piano prevede anche il ricorso all’istituto della “novazione” del contratto, ossia al declassamento degli impiegati ad operai, pratica illegale ancora a quei tempi – prima della riforma operata dal governo Renzi – nonché pericolosa per gli stessi lavoratori. Interpellati gli impiegati, coloro che rifiutano di accettare il cambio di mansioni vengono confinati in un fabbricato lontano dal resto della fabbrica, la Palazzina LAF del titolo, senza carichi di lavoro. In quella situazione di assoluta alienazione viene inserito anche un operaio – unica figura di fantasia del film – con il compito di fare la spia al capo del personale. Una lettera di denuncia, scritta dai lavoratori della Palazzina LAF, finisce nelle mani della Procura della Repubblica. Si apre l’inchiesta e…
Cosa ne penso. Stupore e meraviglia: la classe operaia protagonista di un film, non in Gran Bretagna, come è accaduto più volte grazie a Ken Loach, ma qui in Italia! Film coraggioso ma di nicchia, riscoperto in questi giorni grazie ai David di Donatello per i due attori protagonisti: Michele Riondino nella parte dell’operaio-spia e di Elio Germano, superbo come al solito, nei panni dell’infame “uomo della proprietà”. La sceneggiatura va oltre la vicenda di mobbing ed accenna alle altre problematiche – ancora irrisolte – legate alla fabbrica di Taranto, prima fra tutte l’ambiente dannoso. E’ un film amaro, certamente dalla parte dei più deboli, ma la scelta delle caratteristiche di Caterino Lamanna, l’operaio protagonista, la dice lunga sulla sfiducia, anzi, la critica aperta e senza sconti di Riondino nei confronti degli operai di Taranto. Nelle interviste ha più volte ribadito come in tutta la vicenda della ex Italsider gli operai si siano schierati per le soluzioni precarie e momentanee, piuttosto che scegliere di ingaggiare una battaglia decisiva per la difesa della salute di sé stessi, delle loro famiglie e degli abitanti di Taranto.
D’altra parte, la denuncia vuole andare oltre Taranto e l’Italsider: i reparti confino sono nella storia di tutti gli stabilimenti in Italia e di molti altri luoghi di lavoro privato; ed ovunque la resistenza in difesa di diritti, pur sanciti per legge, è stata piegata con il ricorso a mezzi come quelli descritti nel film.
Poi è arrivato Renzi e non ce ne è stato più bisogno…
Film da vedere e far vedere ai giovani. Pier, 5.2024

La frase “Nel giro di un mese, Stoner realizzò che il suo matrimonio era un fallimento. Di lì a un anno smise di sperare che le cose sarebbero migliorate. Imparò il silenzio e mise da parte il suo amore.”
Chi lo ha scritto. Questo è il terzo romanzo di John Williams, statunitense classe 1922, che lo pubblicò nel 1965 con scarsi riscontri di pubblico e di critica, ma che poi fu ristampato nel 2003, a dieci anni dalla sua morte, e divenne un best seller internazionale
Di che parla. Dei sessantatré anni di vita di William Stoner, dall’infanzia di duro lavoro in campagna alla laurea in letteratura ed all’insegnamento all’università, raccontati con una prossimità al protagonista così impregnata di tenerezza, da farlo diventare caro al lettore più smaliziato. La vita di Stoner, chiamato così dall’Autore per gran parte del romanzo, è assolutamente priva di gloria, è una vita “normale”, sebbene abbia sullo sfondo i primi 50 anni del ‘900, sono le vicissitudini di una persona con difficoltà relazionali, poco incline alla baldoria, apparentemente rassegnato a subire ingiustizie ed angherie da parte delle persone che gli sono accanto. Il “miracolo” – come lo chiamano molti critici letterari – dell’Autore è che, nonostante questa materia, sia riuscito a fare della vita di Stoner “una storia appassionante, profonda e straziante”. (dalla Postfazione di Peter Cameron)
Cosa ne penso. Sentiamo di essere come Stoner ogni volta che ci ritiriamo nella nostra zona di comfort di fronte ai brontolii, le ripicche, i dispetti e le aggressioni verbali del partner, coltivando una passione, godendo del silenzio, seguendo il filo di un nostro intimo pensiero, sentendoci appagati e lieti di potercelo permettere. Siamo indulgenti con lui come lo saremmo con noi stessi, nonostante ci sembrino incomprensibili le ragioni della sua sottomissione ai voleri della moglie ed inaccettabili le ragioni che lo allontanano dalla figlia amata. Attraverso una forma di scrittura avvolgente, pacata, intima, John Williams accompagna il lettore a fianco di Stoner, sempre fino al suo confronto con i grandi temi dell’esistenza: il senso ed il valore della vita vissuta, l’amore – se non sia meglio vivere il sogno di un grande amore finito piuttosto che calarlo in un’esistenza quotidiana misera ed abitata da persone malevole – ed infine la trascendenza. Negli ultimi suoi momenti di vita, Stoner non ha mani da stringere ma un libro da accarezzare: è il suo libro, quello che più di ogni altra cosa, anche più dell’amore, gli avrebbe assicurato l’immortalità. Lo aveva detto, a proposito della funzione dell’arte, già Marcel Proust all’inizio del ‘900.
Da leggere assolutamente. Pier, 05.2024

“La frase. Addie: “Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me.” Louis: “Cosa? In che senso?” “Nel senso che siamo tutti e due soli. Ce ne stiamo per conto nostro da troppo tempo. Da anni. Io mi sento sola. Penso che anche tu lo sia. Mi chiedevo se ti andrebbe di venire a dormire da me, la notte. E parlare. Sto parlando di attraversare la notte insieme. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?”
Chi lo ha scritto. E’ l’ultimo scritto di Ken Haruf (1943-2014), pubblicato postumo nel 2015.
Di che parla Due settantenni, vedovi e soli, cominciano a passare le notti insieme, senza nascondersi agli occhi degli abitanti di Holt, la cittadina di fantasia del Colorado nella quale sono ambientate tutte le storie di Haruf. Ma la comunità non approva, la riprovazione collettiva e la condanna della relazione giungono all’orecchio del figlio di lei che mette la madre di fronte ad una scelta difficile e dolorosa.
Che ne penso. Scritto all’età dei protagonisti, Haruf parla con delicatezza e semplicità, di un tema più scabroso e molto più condannato di quanto si pensi: l’amore tra vecchi e per i vecchi. Ebbene si: anche se l’ardore della giovinezza può essere venuto meno, lo stare insieme nel letto nudi, l’affettività, la premura, la voglia di stringersi e di accarezzarsi, di raccontarsi le cose di una vita, il mettere in comune fragilità e bisogni, è davvero possibile, anzi è bello, dolce e romantico, anche a 70 anni e più. Non c’è un tempo definito per Amare. E la storia di Addie e di Louis coinvolge, accarezza il cuore: come ha scritto qualcuno: “è un libro lieve, sussurrato, come fanno gli amanti di notte.”
A me, però, è venuta la voglia di cambiare il finale.
Da leggere (di notte). Pier, Aprile 2024

La frase Lei era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che fosse. In altre parole era l’esatto contrario di ciò che la gente di Holt pensava che avrebbe dovuto essere
Chi lo ha scritto. Kent Haruf (1943-2014) di Pueblo nel Colorado. La strada di casa è del 1990
Di cosa parla. La storia è ambientata ad Holt, Colorado, una cittadina di fantasia. La storia prende le mosse dal ritorno di Jack Burdette nel paese, dopo otto anni di sparizione, e ne ripercorre la vita fino alle vicende drammatiche vissute all’indomani del suo ritorno. Il personaggio che si afferma nello svolgimento della storia e rimane nel cuore del lettore, però, è una donna: Jessie. Sarà lei che, come in una tragedia greca, affronterà, a viso aperto, espiazione e riscatto con una forza e una determinazione memorabili.
Cosa ne penso. Mi è piaciuto per tre motivi. Il primo è che è scritto benissimo: Haruf utilizza il “movimento” del racconto per tenere incollato al libro anche il lettore restio ad immergersi nelle vicende dell’America rurale. Così, tra i movimenti della scrittura, disseminati come piccole esche pagina dopo pagina, ed i colpi di scena improvvisi che impongono al racconto un ritmo incalzante, il lettore non può fare a meno di arrivare più presto possibile in fondo: io l’ho letto tutto di un fiato in meno di un giorno. Se un aspirante scrittore volesse capire come attrarre e tenere un lettore incollato al suo libro dovrebbe imparare la tecnica da Kent Haruf. Il secondo motivo è che ho amato tanto il personaggio di Jessie. Una protagonista che si afferma e conquista il suo posto centrale un poco alla volta fino a diventare indimenticabile. Il terzo motivo è perché, come dice nella nota il traduttore Fabio Cremonesi, il tema del libro è la giustizia. Quella inadeguata dei tribunali, quella velleitaria e “sommaria” degli abitanti di Holt e quella di Jessie che si condanna ad una vita durissima e ad una perdita straziante pur di risarcire, come può, i suoi concittadini. La Giustizia, quindi, come insopprimibile valore etico costitutivo dell’Essere Umano ma soprattutto come ispirazione personale di vita nel quotidiano.
Da leggere. Pier, Aprile 2024

La frase “Ah! Se solo gli edifici potessero raccontare”
Chi lo ha scritto. Suad Amiri, classe 1951, nata a Damasco e residente a Ramallah in Palestina, dove ha fondato il Centro Riwuaq, che si dedica a tutelare e riportare in vita edifici e centri storici in villaggi e città dei Territori occupati e di Gaza. È architetto ed ha insegnato anche nelle Università del Michigan e di Edimburgo. Scrittrice “solo per caso”, come dice lei stessa, ha pubblicato numerosi libri anche in Italia, il più celebre dei quali è “Sharon e mia suocera. Se questa è vita”, scritto fra il 2001 e il 2002, durante l’occupazione e il coprifuoco imposto a Ramallah dall’esercito israeliano. Il libro racconta con molta ironia il conflitto da una prospettiva inedita: quella della convivenza forzata tra le mura di casa con la petulante, insopportabile suocera.
Di cosa parla. Tutto inizia nel 1948 alla scadenza del Protettorato britannico che lascia al nascente Stato di Israele il potere di espropriare terreni e case, ed espellere gli abitanti palestinesi che vi abitavano. È la Nakba (la “catastrofe”): 700 mila di loro dovettero abbandonare la Palestina e rifugiarsi nei paesi vicini senza che a loro sia stato mai concesso il diritto al ritorno. Dopo di allora le espulsioni da terre ed abitazioni e gli espropri sono proseguiti e proseguono tuttora. Ma ogni storia di abbandono forzato di una casa è storia personale di affetti, relazioni, ricordi che vengono strappati via e lasciati nella memoria dolorosa che riemerge come in questo libro.
“Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita?” si chiede Suad Amiri. Ambientato a Gerusalemme, narra di storie raccontate con leggerezza ed ironia da chi ha vissuto l’angosciosa esperienza di aver costruito la propria casa, come la villa bellissima dell’architetto Baramki, e di doverla guardare da fuori perché abitata da altri con il permesso della legge dei conquistatori. La Amiri ci fa entrare in questa intimità senza mai indulgere al racconto pietistico o scavare nel dolore personale.
Cosa ne penso. Chi non ha mai visitato la Palestina o qualche lembo della sua terra, chi non ha mai conosciuto personalmente i poeti e gli scrittori palestinesi o letto le loro poesie e i loro racconti, ha del popolo palestinese e della sua lotta un’idea sfocata o peggio costruita sulla base delle narrazioni degli oppressori e dei loro fedelissimi scribacchini. Il contatto con la letteratura palestinese, come attraverso i libri di Suad Amiri, restituisce l’immagine di un popolo valoroso, oppresso, che ha lottato e lotta per la sua indipendenza e per riappropriarsi della propria terra occupata e colonizzata, un popolo colto – ogni bambino palestinese sa esprimersi in inglese – che vanta intellettuali di livello internazionale, poeti sensibili e delicati, scrittori moderni che raccolgono la memoria dolorosa e la volontà indomabile di lotta di donne e di uomini.
Da leggere per chi vuole capire.
Le Recensioni degli Autori del Blog su libri, film, serie Tv, teatro e “tutto quanto fa spettacolo”

La frase. Hirayama: “Adesso è adesso. La prossima volta è la prossima volta”.
Chi lo ha diretto. Wim Wenders, classe 1945, regista, sceneggiatore, produttore ed attore tedesco, autore di film cult come “Paris Texas” Palma d’Oro a Cannes, “Lo stato delle cose“ Leone d’Oro a Venezia”, ”Il cielo sopra Berlino” migliore regia a Cannes. Perfect Days nasce in modo particolare: Wenders, all’indomani della pandemia viene invitato a Tokio per conoscere il progetto Tokyo Toilette Project, di re-styling di 17 bagni pubblici che il regista avrebbe dovuto pubblicizzare con alcuni cortometraggi. In quella visita si rende conto che il concetto di “bagno pubblico” in Giappone è molto diverso da quello occidentale: sono piccoli santuari di pace e dignità. Pensa allora che il miglior modo per renderli in sintonia con questa visione è quella di inserirli in un contesto narrativo centrato su un personaggio credibile, reale ma per molti versi unico e molto accattivante. Da qui nasce la figura di Hirayama e il film.
Di che parla. Hirayama è felice del suo lavoro. Lo esegue tutti i giorni con scrupolosa dedizione. Hirayama lucida, sarebbe meglio dire lustra, i bagni pubblici di Tokyo. E vive con serenità e meticolosa applicazione tutto quello che compone il tempo della sua giornata: ripiega il futon dove dorme, cura i suoi baffi, innaffia le piante e cura i piccoli aceri, prende un caffè dalla macchinetta sotto casa, organizza nel suo furgoncino tutto l’occorrente per il lavoro, sale a bordo, infila un’audiocassetta nel mangianastri e parte sorridente verso il primo dei bagni da “accudire”. Succede poco in questo il film, ma quel poco che succede lascia il segno grazie a Koji Yakusho, lo strepitoso attore che Wenders come protagonista e che ha trionfato al festival di Cannes
Cosa ne penso Il tempo presente, la cura, il sorriso, la musica sono le coordinate esistenziali di Hirayama: l’insieme che ce lo fa amare fin dal primo istante. Ogni suo gesto celebra il trionfo della pienezza nella semplicità. Un messaggio che ci chiama a vivere “l’adesso” sempre predisposti allo stupore ed alla meraviglia. Chi ha amato Wenders in questo ritrova il meglio di lui. A partire dalla sua passione per la musica e la scelta della colonna sonora giusta e indimenticabile per ogni suo film. La colonna sonora che accompagna la vita di Hirayama è un capolavoro. Fa tornare i ragazzi come me, nati e vissuti analogici, a quando amavamo, ridevamo, scherzavamo, ballavamo accompagnati dai pezzi degli stessi artisti della compilation del film: da House of the Rising Sun degli The Animals, a The Dock of the Bay di Otis Redding fino a Perfect Days di Lou Reed che da il titolo al film. Lo stesso pezzo e lo stesso autore che hanno composto la colonna sonora del mio matrimonio nel 2010. Indimenticabile.
Un film da vedere assolutamente
Pier, gennaio 20

La frase: Daniel: “Avevo paura che non saresti venuta” La madre: “Io avevo paura di venire”
Chi lo ha diretto: Justine Triet, classe 1978, regista e sceneggiatrice francese, con questo film ha vinto la Palma d’Oro a Cannes 2023, un Golden Globe come miglior film straniero ed il premio per la migliore sceneggiatura, firmata da lei assieme al suo compagno Albert Harari.
Di cosa parla: il titolo richiama il film Otto Preminger “Anatomia di un omicidio” ed apparentemente ne veste gli stessi panni di film processuale. Una coppia di scrittori, Sandra tedesca e Samuel francese si sono trasferiti da Londra in una piccola località delle Alpi vicina a Grenoble ed hanno acquistato una baita che Samuel sta ristrutturando, quando una mattina il suo cadavere viene ritrovato, da Daniel, il figlio ipovedente della coppia, nel prato innevato di fronte alla casa. Esclusa la caduta accidentale, le ipotesi sono due: suicidio, ma non c’è nulla che possa avvalorare questa ipotesi, oppure omicidio. Sulla base di questa ipotesi Sandra è incriminata a processata. Il processo e tutto quello che si svolge attorno al suo sviluppo compone gran parte del film.Cosa ne penso: è un film sulla crisi di coppia. Per chi ha dimestichezza, vissuta o raccontata, con questo tema, il film offre 231 minuti di tensione e di partecipazione appassionata. Chi conosce la forza distruttiva che possono assumere le parole, scagliate l’un contro l’altro nei litigi di una coppia, sa gli abissi nei quali è possibile precipitare quando il confronto è mosso – come nel film – dall’invidia del partner (per quanto spacciata da gelosia amorosa) e rincarata dal senso di colpa. È un film che ha come protagonista la parola, detta, urlata, scritta, ricordata, registrata. Eppure, le sequenze, le inquadrature, i primissimi piani, i colori, i chiaroscuri – ogni cosa che FA il grande cinema – fanno da contrappunto narrativo, mai casuale, allo svolgersi della tragedia. Un film non a caso scritto da una coppia. Un film che rimane dentro. Un film da non perdere assolutamente.
Pier, gennaio 2024

LA FRASE
“…chi se ne frega della politica, questo è un film d’amore…”
CHI L’HA DIRETTO
Giovanni Moretti, detto Nanni, è un regista, attore, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Le sue opere, caratterizzate inizialmente da una visione ironica e sarcastica dei luoghi comuni e delle problematiche del mondo giovanile del tempo, si sono poi indirizzate verso una critica più sostanziale della società italiana e dei suoi costumi.
DI COSA PARLA
Un regista, Giovanni, sta girando un film sull’invasione russa dell’Ungheria, nel ’56, una delle ferite più laceranti e profonde nel mondo comunista, tanto da provocare, in Italia, la prima consistente fuoriuscita di intellettuali e militanti in dissenso con la linea ufficiale del partito comunista di Togliatti e Longo. Mentre è sul set, Giovanni sta già pensando ai suoi due prossimi progetti, una trasposizione de “Il nuotatore” di John Cheever e un film musicale, ma i problemi personali con la moglie Paola incombono.
COSA NE PENSO
Premetto che mi piace Moretti e “Il sol dell’avvenire” è un film morettiano all’ennesima potenza. C’è un immenso uso del cinema bello: il rito propiziatorio che il regista usa in apertura di un nuovo film da girare è la visione domestica di Lola, con Anouk Aimée.
È Moretti a dire che il film “è una metafora del cinema oggi, sospeso lassù come il trapezio del circo”. Altro cinema di riferimento: Krzysztof Kieślowski, i Taviani di “San Michele aveva un gallo”, il Fellini della Dolce vita. Ad un giovane regista, che sta girando un finale inutilmente cruento con un buco in testa alla vittima, spiega: “La scena che stai girando fa male al cinema”. Sceneggiatori, attori, registi, secondo lui, sono da anni vittime di un incantesimo: “Una mattina vi sveglierete e comincerete a piangere, perché vi renderete conto di quello che avete combinato”. Quando si uccide, nel cinema di Kieślowski, “le scene ti allontanano dalla violenza, non ti viene voglia di imitarle”.
E Moretti cambia in corsa la sceneggiatura del suo film nel film, sotto la sede storica delle Botteghe Oscure. La rivolta di base costringe il Pci ad una svolta anticipata: “Unione sovietica, addio!” Questo significa salvare anzitempo Marx, Engels e l’utopia di un altro mondo possibile. L’altra Storia possibile, con il ritratto di Trotsky al posto di quello di Stalin, in una parata che è la summa di tutto il suo cinema, presente, passato e forse futuro.
Lo consiglio, vivamente. Ernesto

LA FRASE Colm: “Non c’è spazio nella mia vita per la noia”.
CHI LO HA DIRETTO Martin Mc Donagh, Londra 1970, già premiato come miglior commediografo emergente ed acclamato autore di opere teatrali, che ha scritto e diretto cinque film: Six Shooter (2004) Premio Oscar per il miglior corto, In Bruges (2008), 7 psicopatici (2012), Tre Manifesti a Ebbing, Missouri e The Banshees of Inisherin (2022) uscito in Italia come Gli spiriti dell’isola.
DI CHE PARLA In un’isola poco abitata dell’Irlanda si consuma una tragedia di impronta shakespeariana. Siamo nel 1923 durante le ultime battute della guerra civile irlandese e la “guerra” nell’isola è combattuta da due uomini, prima legati da un rapporto di amicizia, che viene improvvisamente e definitivamente rotto dal più inquieto, solitario e angosciato dei due, senza che l’altro ne riesca a comprendere minimamente le ragioni.
COSA NE PENSO L’isola è uno dei personaggi centrali del dramma. A lei sono dedicati i piani sequenza di una malinconica e struggente bellezza, con i suoi quadrati verdi tutti uguali, con i suoi viottoli diritti, altrettanto uguali e separati da muri a secco, con le poche case disperse ai fianchi della montagna a sottolineare la lontananza degli animi e la separazione dei cuori. Mc Donagh si serve di una fotografia e di una recitazione, di tutti e quattro gli attori in scena, strepitose, per catturare l’attenzione dello spettatore che poi corteggia e ammalia con una dose massiccia di humour nero anglosassone intervallato da citazioni dal Macbeth, ma che poi sbatte di fronte ai temi propri dell’esistenza: il senso della vita, il rapporto con l’altro, i possibili abissi dell’animo umano. E allora siamo tutti in trappola.
da vedere assolutamente, al cinema, Pier, 2/2023.

LA FRASE
“Tra uccidere e morire c’è una terza via: vivere sereni.”
CHI L’HA SCRITTO
Conosciuta come Christa Wolf vero nome Christa Ihlenfeld, è la più nota scrittrice contemporanea di lingua tedesca. E’ morta a 82 anni, nel 2011, dopo una vita di impegno intellettuale e politico. Seppure dissidente risiedeva nella Germania dell’Est e ruppe con il partito nel 1989 alla vigilia della caduta del muro. Scrivere per lei significava fare politica e schierarsi: il personaggio di Cassandra è un prototipo di donna indipendente, che fa politica e critica apertamente il potere, la guerra e costruisce spazi di autonomia fuori dalla logica maschile.
DI CHE PARLA
Il libro racconta la guerra di Troia dal punto di vista di Cassandra, figlia di Priamo, che aveva ricevuto il dono della veggenza da Apollo, ma essendosi rifiutata di concedersi a lui, era stata condannata a non essere mai creduta nelle sue profezie. Donna autonoma e appassionata di politica, cerca di schierare il suo popolo verso il rifiuto della guerra con i Greci, della quale ella pre-vede il tragico epilogo. Il capo dell’esercito Eumelo, che rappresenta l’inclinazione maschile alla guerra, la fa imprigionare e con i principi troiani rifiuta ogni compromesso di pace. Cassandra, emarginata e inascoltata nonostante abbia scoperto che Elena non è mai arrivata a Troia e che i motivi veri della guerra sono strategici, dà vita ad una comunità di donne, troiane e greche, insieme ad Anchise, padre di Enea. A quest’ultimo, al quale è legata da un amore mai consumato fisicamente, sono dedicate le ultime righe dolcissime ed appassionate prima che venga resa schiava da Agamennone ed avviarsi alla morte per mano di sua moglie.
COSA NE PENSO
Amo questo libro e la figura di Cassandra perché è una donna indipendente, intellettuale, pacifista ed impegnata fra le donne. Il libro ci dice che le donne possono imparare a “vedere”, anche se non saranno credute, pur possedendo “il dono della verità in qualcosa che è molto affine alla loro vera capacità: quella di amare”.
Pier, 11.21

LA FRASE
Una cauta tristezza è calata su ogni cosa, come su antichi luoghi dell’infanzia che ora sono mutati.
CHI L’HA SCRITTO
Werner Herzog è regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, scrittore e attore tedesco. È tra i più importanti esponenti del cosiddetto nuovo cinema tedesco e uno dei massimi cineasti viventi. Ha prodotto, scritto e diretto più di 50 film, ha pubblicato libri e diretto opere liriche.
Il suo cinema è stato considerato “sull’orlo della follia”, ma senza troppi toni scuri, l’inquietudine è tutta nella logica o nelle atmosfere inquietanti che riesce a creare. Il suo cinema si alimenta di sogni, di nostalgie e di desideri collettivi, molto più che di realtà.
E nei suoi sogni, nelle sue nostalgie e nei suoi desideri c’è sempre la Natura. Sia essa il volto di una verde giungla o di un sabbioso deserto. Va detto che Herzog la natura non l’ha mai amata: “… è stupida, oscena e sbagliata, ma vitale perché inevitabilmente primitiva, casuale e irripetibile”.
DI CHE PARLA
È il diario tenuto da Herzog durante i due anni e mezzo di lavorazione del suo film-limite Fitzcarraldo nella giungla amazzonica: un’impareggiabile avventura, tra enormi difficoltà logistiche e mutamenti nel cast che, alla fine, comprenderà Klaus Kinski e Claudia Cardinale (Mick Jagger sciolse il contratto). Il regista tedesco ha definito queste pagine “più appassionanti del film stesso”.
COSA NE PENSO
Il film è un capolavoro. Il libro è affascinante, documenta una delle più folli imprese della storia del cinema. Sono impressionanti i disagi patiti in prima persona da Herzog e fatti patire alla sua troupe). “Fitzcarraldo” è il risultato di una lotta terribile con il caldo infernale della giungla, con le malattie, le zanzare, le inondazioni, i serpenti velenosi, le difficoltà finanziarie e burocratiche. Numerosi gli incidenti occorsi sul set (tra cui alcuni mortali) e numerose anche le intemperanze dell’attore-protagonista Klaus Kinsky, legato a Herzog da un rapporto di amore-odio. Lo stesso rapporto che lega il regista alla foresta vergine.
Ernesto, 12,21

I VERSI
Spegniti, spegniti breve candela. La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si agita e pavoneggia per un’ora sulla scena e del quale poi non si ode più niente. È una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, ma che non significa nulla.
CHI L’HA SCRITTO
William Shakespeare, ma centinaia sono le versioni multimediali che ne sono state tratte. Il giorno di Natale uscirà il film di Joel Coen, con Denzel Washington e Frances McDormand, mentre la Scala aprirà la stagione col Macbeth verdiano. Nell’ambiente teatrale si ritiene porti sfortuna anche solo nominarla, per cui si cita come “opera scozzese”, base per Opera di Dario Argento. Da citare: Il Trono di Sangue di Kurosawa, oppure la riscrittura in chiave attuale di Jo Nesbo.
DI CHE PARLA
Si inizia con la profezia di tre weird sisters: Macbeth sarà re di Scozia, mentre Banquo, vicino a lui, sarà padre di re. Macbeth è attratto dalle parole delle streghe, ma gli manca il coraggio di compiere l’atto perché si avverino: uccidere il re attuale, Duncan. Più decisa è Lady Macbeth, che spinge il marito all’azione. Andranno eliminati anche Banquo e figlio, per impedire la seconda parte del vaticinio. Terzo omicidio: MacDuff, contro il quale Macbeth è stato messo in guardia dalle streghe, in secondo consulto. Lady Macbeth non regge al senso di colpa e muore, forse suicida. Macbeth ormai non prova più nulla e si sente immortale. Così non sarà: MacDuff si è salvato.
COSA NE PENSO
E’ la tragedia più breve di Shakespeare e questo consente di affrontarla con minor timore, anche per la scrittura, più asciutta. È la più psicologica: l’autore entra nella mente dei personaggi e nei loro gesti, tanto che anche Freud ne scrive. Ma è Lady Macbeth il personaggio che spicca, fuori dai canoni femminili del tempo, che regge i fili dell’azione (chiedendo agli spiriti di “levarle il sesso” e di riempirla di fiele), salvo poi soccombere al senso di colpa. È una storia universale di brama di potere e della gestione dello stesso, ma si può leggere come un brano di cronaca di giornale.
G.Costolo, 12.21

LA FRASE
” I campi erano fecondi, e i contadini vagavano affamati sulle strade. I granai erano pieni, e i figli dei poveri crescevano rachitici, con il corpo cosparso di pustole di pellagra. Le grosse imprese non capivano che il confine tra fame e rabbia è un confine sottile. E i soldi che potevano servire per le paghe servivano per fucili e gas, per spie e liste nere, per addestrare e reprimere. Sulle grandi arterie gli uomini sciamavano come formiche, in cerca di lavoro, in cerca di cibo. E la rabbia cominciò a fermentare.”
DI CHE COSA PARLA
La storia della famiglia Joad è quella di centinaia di migliaia di famiglie americane, ridotte alla fame negli anni della grande depressione: private dalla loro terra, cacciate dalle case, costrette a cedere i loro averi in cambio di mezzi di fortuna sui quali caricare i familiari ed affrontare una traversata dall’Oklahoma verso il Sud, verso il miraggio di una vita nuova nella verde California. Un sogno che diventa un incubo perché le masse di immigrati, gli “Okie” come vengono chiamati con disprezzo dai locali, conosceranno lì la malvagità dei padroni, la fame, le malattie, la morte. E la rabbia. Ma proprio in quel panorama di desolazione e rovina, è proprio fra i poveri che fioriscono i segni autentici di una insopprimibile umanità.
CHI LO HA SCRITTO
John Steinbeck considerato uno dei massimi esponenti della letteratura americana, vinse, nel 1940, il Premio Pulitzer per questo romanzo e il Premio Nobel nel 1962. Ci ha lasciato oltre a Furore, opere possenti quali Uomini e Topi, la Valle dell’Eden e Pian della Tortilla: al centro di tutte c’è la condanna senza appello della disuguaglianza sociale, come portato del “sogno americano”, e l’esaltazione di un’innata solidarietà di classe fra gli sfruttati.
COSA NE PENSO
Steinbeck scrive così bene che è capace di farti sentire lì ad ascoltare i sermoni del predicatore visionario Clacy o che vivi la rabbia che fermenta in Tom Joad. Le righe finali del libro, con la descrizione del gesto di compassione estrema di Rosa Tea, ti riempiono gli occhi di pianto e il cuore di autentico furore.
Pier, 12.21

LA FRASE
«Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.»
CHI L’HA SCRITTO
Classe 1978, Paolo Cognetti ha le sue prime esperienze nella scrittura a soli 18 anni. Frequenta la facoltà di Matematica all’Università di Milano, e studia letteratura americana da autodidatta. Non convinto della strada che ha intrapreso si iscrive e si diploma alla Civica Scuola di Cinema di Milano. Realizza documentari e fonda con Giorgio Carella Cameracar, casa di produzione indipendente. Ma la sua vera strada è la scrittura. Ama infinitamente la montagna: quando era piccolo andava con i suoi per i mesi estivi nella loro baita in Valle D’Aosta.
DI CHE PARLA
Pietro è un ragazzino di città, solitario e scontroso. C’è una passione che unisce i genitori di Pietro: la montagna, perché in montagna si sono conosciuti, innamorati, e infine sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La famiglia scopre un paesino ai piedi del Monte Rosa, e in quel posto trascorrono tutte le estati. In paese Pietro conosce un coetaneo, Bruno, che si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte; sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”. Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero.
COSA NE PENSO
Per innamorarsi di questo romanzo potentissimo non è necessario essere un alpinista, né un amante sfegatato della montagna. Però aiuta.
Perché la montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli, la montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura.
Paolo Cognetti ha scritto questo romanzo, definito “di formazione”, con uno stile magnetico e adulto. E poi mi piace chi scrive per esplorare i rapporti accidentati, granitici, chi si impegna a trovare sempre nuove possibilità di imparare e si chiede qual è il nostro posto nel mondo.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
“E nessun sogno è interamente sogno”
DI COSA PARLA
Vienna. Inizio ‘900. Una coppia borghese affronta il tema del tradimento in una coppia felicemente sposata e sessualmente appagata. Lei, dopo una festa durante la quale entrambi sono stati corteggiati, racconta a Lui il sogno di un episodio avvenuto un anno prima. Un giovane sconosciuto aveva ingaggiato con Lei un gioco di sguardi ed al quale Lei si sarebbe data subito, se solo si fosse creata l’occasione. Spinto da questa confessione, Lui si intrufola, nella notte, in una villa dove donne bellissime, con indosso solo una maschera sugli occhi, sfilano davanti a uomini in mantello, anch’essi mascherati. Scoperto, rischia la vita ma una sconosciuta lo salva e si immola per lui. Tornato, stravolto, a casa trova sul suo cuscino la maschera che lui ha indossato nella notte. E‘ stato solo un sogno? I due coniugi, stremati dalle loro avventure sognate o vissute, si riconciliano ammettendo, però, che il loro “futuro non si può ipotecare”.
CHI LO HA SCRITTO
Arthur Schnitzler, classe 1862, è uno scrittore austriaco che mette al centro lo stato psicologico e i turbamenti interiori dei suoi personaggi, in maniera così eccelsa da meritarsi la stima di Freud, suo connazionale e contemporaneo e di lasciarci opere assolutamente moderne e attuali.
COSA NE PENSO
Ero solo un ragazzo quando lessi questo racconto ed alle prese con lo stesso tema del libro: la liceità o meno della trasgressione sessuale desiderata o vissuta. Quella lettura mi travolse e mi condusse verso la psicologia che divenne, da allora, una mia passione accanto a quella della trasgressione erotica della cui liceità mi continuai ad interrogare. A dare consistenza visiva al materiale onirico imprigionato nelle righe scritte da Schnitzler fu, nel 1999, Stanley Kubrick che con l’ultimo film della sua vita, Eyes Wide Shut, realizzò un modello sublime di trasposizione dalla letteratura al cinema, che nel rigoroso rispetto del testo, rende l’opera smagliante ed indimenticabile.
Pier, 12.21

LA FRASE
“A me qua mi vogliono tutti bene nel quartiere.”
Marcello, nel film
“Noi siamo quello che scegliamo. Nella vita.”
Marcello Fonte, intervista Rai
CHI L’HA DIRETTO
Matteo Garrone nasce a Roma nel 1968, in un ambiente familiare particolarmente stimolante: il padre è un critico teatrale, la madre una fotografa. Durante la scuola Matteo pratica con successo il tennis. Si diploma al Liceo Artistico e lavora per qualche anno come aiuto operatore. Infine si dedica a tempo pieno alla pittura.
La sua particolare tecnica di rappresentazione pittorica si fa preponderante a metà degli anni Novanta: nel 1996 vince il Festival Sacher organizzato da Moretti con il cortometraggio Silhouette. È l’inizio del suo successo.
DI CHE PARLA
Ispirato alla vicenda del “canaro della Magliana”, Dogman racconta la piccola vita di Marcello (Marcello Fonte, straziante: il volto ricorda la mimica allucinata di Flavio Bucci), che ha un negozio di toelettatura per cani, una figlia di dieci anni con la quale condivide la passione per le immersioni, un appartamento dove divide la cena con il suo cane, e molti amici nel quartiere.
COSA NE PENSO
“Di una bellezza agghiacciante” è la definizione del mio Socio che da mesi insiste perché veda il film. Ha ragione. Dogman è un film che azzanna, trasfigurando il degrado e l’orrore in bellezza disperata.
È un film perfetto, quasi geometrico: perfetta la scelta delle facce, perfetta la location desolata a Villaggio Coppola, perfetta la fotografia di Nicolaj Bruel, perfetta l’interpretazione di Marcello Fonte nei panni del “canaro”, vincitore della Palma d’oro a Cannes come miglior attore.
Siamo alla fine del mondo, come in una inquadratura di Ciprì e Maresco, dove i personaggi sono relitti sulle macerie di una civiltà abbandonata, seguiti e scovati dalla telecamera in apocalittiche inquadrature virate in blu.
Da vedere assolutamente. Su Raiplay.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
«Ce la caveremo, vero, papà?” Sì. Ce la caveremo” “E non ci succederà niente di male.” “Esatto.” “Perché noi portiamo il fuoco” “Sì. Perché noi portiamo il fuoco».
Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: “Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato”.
CHI LO HA SCRITTO
Cormac Mc Carthy, classe 1933, lo pubblica nel 2006 e nel 2007 vince il Premio Pulitzer. Diventa un film nel 2009, due anni dopo il successo di quello dei Cohen tratto dall’altro suo libro “Non è un paese per vecchi”.
DI COSA PARLA
Un Padre e un Figlio attraversano un mondo desolato e spettrale, infestato da bande di sub umani violenti e cannibali, spinti verso il Sud dalla speranza di trovare una salvezza che appare, pagina dopo pagina, sempre più impossibile. La Madre cha aveva preferito suicidarsi, convinta che ormai si era “diventati dei morti viventi in un film dell’orrore”, rappresenta il passato dal sapore dolcissimo spazzato via dal cataclisma, mentre il futuro è affidato al “fuoco” che i due custodiscono e che sarà il lasciapassare che metterà in salvo il figlio.
COSA NE PENSO
La metafora di Mc Carthy è potente ed attualissima. Il panorama descritto è apocalittico: non solo la Natura è stata annientata ma il “vivente” ha smarrito ogni carattere di umanità. Una guerra nucleare, un disastro ambientale, una pandemia gestita in maniera divisiva e strumentale: questo è il “prima” che il libro si apra sui due in cammino, Padre e Figlio che non avranno mai un nome proprio, rappresentando la Diade elementare, l’ultimo baluardo di una umanità annientata. Dalla loro parte hanno la Speranza ed il Fuoco: ma tanto basta e basterà. Per un credente la metafora del libro è chiara e richiama ad un impegno pressante: tenere vivo il Verbo nella barbarie che ci circonda. Quando lo lessi e mi commosse fino ai singhiozzi, pensai che indicava ciò distingue il ruolo di Padre e indirizza il “cammino” di una qualsiasi paternità: la salvaguardia nel proprio figlio dell’identità umana e la trasmissione di una eredità valoriale, di un fuoco per il quale valga la pena vivere.
Pier, 12.21
LA FRASE
«I padri fondatori diedero alla libera stampa la protezione che le spetta per svolgere il suo essenziale compito nella nostra democrazia: la stampa serve chi è governato, non chi governa.»
CHI L’HA DIRETTO
Steven Spielberg è un regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e televisivo statunitense. Agli inizi della carriera è stato un componente del movimento che contribuì alla nascita della Nuova Hollywood degli anni ‘70, assieme a Lucas, Ford Coppola, Scorsese, Allen e Kubrick. Ha vinto due premi Oscar come miglior regista per Schindler’s List e per Salvate il soldato Ryan.
DI CHE PARLA
The Post si basa su una sceneggiatura di Josh Singer e Liz Hannah, acquisita all’asta nel 2016 dalla produttrice Amy Pascal che ha in seguito affidato la regia a Steven Spielberg, e narra la vicenda dei Pentagon Papers, 7000 pagine di documenti top secret che rivelarono nel 1971 l’implicazione in ambito politico e militare degli Stati Uniti d’America nella guerra del Vietnam.
COSA NE PENSO
Il film non racconta un’epoca passata, ma una storia che si ripete. E non solo negli Stati Uniti. L’energia è quella di un reportage di guerra, ma la regia agisce negli “interni” creando opposizioni, spazi chiusi, linee di fuga. Film traboccante di impeto e fervore, The Post avvince con l’interessamento alla procedura, ai caratteri umani pieni di intelligenza strategica, alla forza dei sentimenti, alla comunione di un gruppo di persone a operare in maniera “illegale” nonostante l’istituzione che incarnano.
Quello che il film offre di magnifico, non è soltanto la confluenza tra la lotta contro il governo e la storia di una donna che prende coscienza della sua forza, ma è soprattutto la convergenza nei due movimenti del medesimo problema: la censura della parola. La censura flagrante della “stampa” e quella insidiosa, perché sistemica, delle “donne”. La correlazione tra la voce ritrovata di una donna e la svolta che quella voce determina è la più bella lezione che la realtà potesse donare al film.
Strepitosi Meryl Streep e Tom Hanks. Da vedere assolutamente, su Raiplay.
Ernesto, 12.21
LA FRASE
“Nessuno può sfuggire al proprio fallimento.”
“La realtà non mi piace più. La realtà è scadente.”
CHI L’HA DIRETTO
Paolo Sorrentino nasce a Napoli, nel quartiere del Vomero, nel 1970.
Regista, sceneggiatore e scrittore italiano, ha diretto il film premio Oscar come miglior pellicola straniera La grande bellezza, ha realizzato This Must Be the Place, suo primo film in lingua inglese, e Il divo. È anche l’autore del romanzo Hanno tutti ragione, classificato terzo al Premio Strega.
DI COSA PARLA
Il film, autobiografico, è incentrato su Fabietto, un adolescente che conduce una vita tranquilla a Napoli con la sua famiglia, impegnato tra lo studio delle lettere classiche, i pranzi con i parenti e l’ammirazione per il suo idolo Maradona. A recidere questa serenità arriva un evento tragico, destabilizzante e faticoso da accettare, che darà al protagonista spunti da cui ripartire e nuove strade da percorrere per il suo futuro.
COSA NE PENSO
Film intimo, magico ed essenziale sui legami, sulla famiglia, sull’identità e sull’elaborazione del lutto, ma anche un racconto incredibilmente vivido di Napoli e della sua anima. Film dai codici prettamente partenopei, a volte apparentemente inaccessibili.
La tensione tra commedia e tragedia funziona, con risate sguaiate che si alternano a momenti di grande intensità. “Che tien’ a guardà? Facc ‘e cazz!”: il film è più o meno tutto in questa battuta. Una frase spontanea, pronunciata da due fratelli e un gruppo d’amici dopo la notte più devastante della loro vita.
Un insulto che si scioglie in una risata disperata, lancinante, che squarcia lo schermo, tanto è contagiosa. Una risata che spiega cos’è la vita: un morso, direbbero a Napoli, perché è rapida, netta, e poi finisce. E quindi tanto vale ridere di quant’è ingiusto il mondo, ridere del dolore, e quando le lacrime sono finite, non resta che ridere per ritornare alla vita.
Lezione che si impara ovunque? No, meglio se nasci a Napoli, oppure hai la fortuna di avere il tuo migliore amico che ci ha vissuto una vita.
Da vedere assolutamente, su Netflix.
Ernesto,1.2022

LA FRASE
Dopo la morte di mio padre non volevo altro che la felicità di mia madre. Che uomo sarei mai se non aiutassi mia madre?
CHI L’HA DIRETTO
Jane Champion, classe 1954, neozelandese, prima donna a vincere la Palma d’Oro nel 1993 con Lezioni di Piano per il quale vinse anche l’Oscar per la sceneggiatura. Ha presentato “Il potere del cane” a Venezia dove ha vinto la Palma d’Argento. Ai Golden Globe 2022 il suo film ha conquistato i premi: miglior film drammatico, regia e miglior attore non protagonista.
DI COSA PARLA
Montana 1925. Due fratelli, Phil (Benedict Cumberbacht) e George (Jesse Plemons), diversi per indole, allevano vitelli. George, mite e riservato, dopo un sommario corteggiamento sposa Rosa (Kirsten Dunst), madre di un giovane studente di medicina, Peter (Kodi Smit-Mc Phee). Phil, misogino, rude e probabilmente omosessuale, prende in antipatia Rose e ne favorisce, attraverso costanti e ripetute provocazioni, l’abuso di alcool. Phil stesso, d’altro canto, sviluppa un rapporto contraddittorio con Peter: da una parte lo schernisce in pubblico per i suoi modi effemminati, dall’altra si propone come mentore per quanto riguarda la natura selvaggia e sconfinata, i pascoli e il bestiame. Peter, allertato dalla disgregazione dell’equilibrio psichico della madre, interviene, onorando la frase iniziale a proposito dei doveri di un figlio.
COSA NE PENSO
La Champion propone un’atmosfera da film western: spazi sconfinati nei quali la natura è sfondo all’agire quotidiano di uomini a contatto con il bestiame e con la loro misoginia. Ella dirige un gruppo di attori di elevatissima qualità a dare il meglio di sé e ci accompagna, passo dopo passo, senza sbalzi di ritmo o di atmosfera verso un finale imprevedibile, drammatico e crudele. Tutto geometrico, perfetto, razionale. Il film mi è piaciuto, credo che sia meritevole di tutti gli apprezzamenti e premi che ha ricevuto e che riceverà, esprime una perfezione stilistica e un equilibrio narrativo sconosciute ai registi italici.
Da vedere su Netflix
Pier, 1.2022

LA FRASE
“Posso sapere qual’è la missione?”
“No. Tu non puoi saperlo”
CHI L’HA DIRETTO
Matthew Michael Carnahan alla sua prima regia e all’ottava sceneggiatura, dopo The Kingdom, Leoni per agnelli, State of play. La produzione è americana, il cast è arabo, la fotografia è affidata a Mauro Fiore, Oscar per Avatar. Il film è tratto da una storia vera, pubblicata in un articolo del New Yorker ed è dedicato alla Squadra della Polizia Irakena Swat Nineveh.
DI CHE PARLA.
Siamo a Mosul, terza città più popolosa dell’Irak, occupata dal 2014 dall’Isis.
E’ il 2018: in piena offensiva per la liberazione della città per la quale lottano insieme irakeni, curdi, iraniani e forse speciali americane.
Il racconto ha come protagonisti i poliziotti di una squadra speciale irakena, tutti di Mosul, con più di un motivo per sconfiggere i miliziani di Daesh.
Un poliziotto ventenne viene accolto all’interno della squadra e noi lo seguiamo per le strade, i vicoli, le case, i palazzi sventrati pieni di cecchini: con tutto l’orrore della guerra, senza un’esaltazione della violenza ma con tutta la tenerezza e l’umanità possibile, fino all’ultima sequenza che svela qual’è la missione della squadra e come essa coinvolgerà anche l’ultimo arrivato.
COSA NE PENSO
Mi sono imbattuto per caso in questo film, scettico perché pensavo fosse l’ennesimo film di guerra con gli americani buoni e arabi di qualche nazionalità cattivi di turno. Mi sono rapidamente ricreduto: il film è recitato in arabo con attori di ottimo livello (bravissimo l’interprete del maggiore), la fotografia è curatissima, le riprese ti fanno sentire lì, fra i vicoli e la morte. Il finale imprevisto e tenerissimo mi ha commosso e mi ha fatto scrivere questa recensione con l’invito a tutti a non perderlo.
Su Netflix
Pier, 1.2022
LA FRASE
“Chi sei tu esattamente? E io…Io chi sono?”
CHI LO HA DIRETTO
Florian Zeller, classe 1979 al suo esordio alla regia e autore della pièce teatrale Il padre, Premio Moliere nel 2014, da cui è tratta la sceneggiatura del film, per la quale ha vinto il Premio Oscar. Le sue opere teatrali sono andate in scena in 35 paesi: in Italia “Il Padre” allestito al Teatro Verdi di Pisa ha avuto 220 repliche in tre stagioni.
DI CHE PARLA
Il Padre, un mitico Anthony Hopkins, è affetto da demenza senile che progressivamente lo fa cadere in un perenne oblio: confonde i ricordi, le persone, i luoghi, il presente con il passato. Indicativo è che non riesca mai trovare il suo orologio: la nozione del Tempo è smarrita.
Non sarebbe il primo film che tocca l’argomento demenza senile o Alzheimer, la geniale novità di questo sta nel punto di vista narrativo. Noi vediamo ciò che il Padre vede e quindi sente, ascolta, valuta in una narrazione frammentata dentro la quale, in un’atmosfera quasi da thriller, affiorano ricordi e pensieri.
COSA NE PENSO
E’ un capolavoro. La maestria di Olivia Colman (la figlia) le fa reggere il confronto con la straordinaria prestazione attoriale di Anthony Hopkins, 83 anni, che è da antologia: il suo corpo disegna tute le diverse emozioni che attraversano il protagonista, travolto dalla confusione, aggrappato ad un senso di orgogliosa autonomia che lo fa litigare con tutte le badanti e con la figlia, ma che è preso da improvvise e travolgenti sferzate goliardiche che lo portano a ballare il tip tap. Bravo e geniale Zeller che non allenta per un secondo la presa sullo spettatore, nonostante la fissità della location e la ripetizione ossessiva di alcuni dialoghi.
Da non perdere: su Sky e sulla piattaforma Mio Cinema.
Pier, 1.2022

LA FRASE
“Se qualcuno lo attacca, Colombo scuote la testa, fissa il pavimento, ripete: “…no, no, no …”. Se viene messo alle strette, cerca di scappare via: questo rende più facile perdonarlo”.
CHI L’HA DIRETTO
Alessandro Rossetto, nato a Padova nel 1963, è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico italiano. Ha studiato cinema documentario all’università di Nanterre a Parigi. Il suo primo lavoro, Il fuoco di Napoli, è stato selezionato in numerosi festival. Ha diretto “Piccola Patria” (2013) e “The Italian Banker” (2021).
DI COSA PARLA
La storia si svolge in una cittadina termale del nordest. Un ambizioso piano di recupero prevede la trasformazione di hotel abbandonati in residenze di lusso per persone anziane. Ma il progetto si ritorcerà contro gli stessi ideatori di questo piano.
COSA NE PENSO
Il ritmo di questo Effetto Domino, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Romolo Bugaro e presentato alla 76a edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è un lungo e dosato respiro nel Nordest italiano. Così lungo e così dosato per svolgere al meglio una storia che è un intricato labirinto di investimenti, cessioni, trattative, lavori, minacce e, ultimo ma non meno importante, colpi bassi. Come quello di una banca che ritira un finanziamento, dopo averne erogato una parte ingente, e chiede indietro quanto già versato per un trascurabile vizio di forma.
Effetto domino non svilisce mai il suo lato concettuale, puntando sulle sfumature: quelle estetiche di una fotografia grigia e fredda, riuscita, quelle regionali tipiche di un accento da noir cinetelevisivo, e quelle musicali di una colonna sonora a volte claustrofobica, spesso funzionale al racconto.
La recitazione corale lavora per sottrazione, e quando sottrae di più spicca anche maggiormente, anche se sono molti i passaggi da spiegare. Soprattutto quando si volge lo sguardo al lato più sovrannaturale del discorso, una vita infinita che elegga il tempo a moneta.
Prova che presenta elementi di valore, è il ritratto crudo e doloroso di una tragedia economica che ha travolto molti. Anche me.
Su Raiplay.
Ernesto, 1.2022

LA FRASE
“Spegniti, spegniti breve candela! La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore che avanza tronfio e smania la sua ora sul palco, e poi non se ne sa più nulla. È un racconto fatto da un idiota, pieno di grida e furia, che non significa niente.”
CHI LO HA DIRETTO
Joel Coen, la metà del sodalizio di fratelli più famoso del cinema, che “non avrebbe mai visto la luce se fosse stato per Ethan”. Seguendo le orme di Orson Welles, il primo regista a fare della tragedia di Shakespeare una trasposizione cinematografica, Joel Coen ha usato un sontuoso bianco e nero in un formato 4:3, si è avvalso di Bruno Delbonnel alla fotografia e della capacità tecnica della casa di produzione indipendente A24.
DI COSA PARLA
Macbeth di ritorno da una battaglia incontra tre streghe che gli predicono che diventerà Re di Scozia. Tornato al castello confida questa premonizione alla moglie che lo spinge ad uccidere subito Duncan, il re. Inizia con questo atto sanguinario la discesa agli inferi mentali di Macbeth, tra rimorsi e deliri di onnipotenza, apparizioni di fantasmi e di streghe fino alla sua morte per mano del nobile Macduff. Coen ha condensato il dramma di Shakespeare in 105 minuti ambientati in quadri essenziali, minimalisti sui quali si stagliano i personaggi che declamano i versi, in inglese antico, che compongono la tragedia.
COSA NE PENSO
Un film impegnativo per lo spettatore stretto tra la voglia di comprendere a pieno il testo, lo spiazzamento operato dalla scenografia e le continue citazioni della storia del cinema da Murnau a Bergman. Le luci, le inquadrature, i primi piani esaltano la recitazione di tutti gli attori, bravissimi, a partire da Denzel Washington a Frances Mc Dormand, straordinaria nei suoi monologhi fino a Kathryn Hunter, una veterana del teatro fisico che dà corpo snodabile e viso luciferino alle tre streghe.
E’ un’opera a metà strada tra il teatro e il cinema, senza alcun richiamo all’attualità, in cui prevale la cerebralità sostenuta da una cifra estetica di assoluto valore.
Da vedere, su Apple Tv
Pier, 1.2022

LA FRASE
“Non erano persone moderne né mio padre né mia madre. Erano figli di un’altra epoca”
CHI LO HA SCRITTO
Magda Szabo, ungherese, morta a 90 anni nel 2017, insegnante e poetessa ma è soprattutto come scrittrice che ha conquistato fama internazionale: è la scrittrice ungherese più tradotta nel mondo. Il suo romanzo più famoso “La porta” ha vinto numerosi premi ed è stato portato nel grande schermo nel 2010.
DI COSA PARLA
Iza è la figlia di Etelka e Vince i quali abitano in una cittadina della provincia ungherese, dove è nata Iza e dove, per qualche tempo, ha abitato fino alla separazione con il marito Antan. Lei, figlia unica, è una accreditata dottoressa che si è trasferita a Budapest per svolgere la sua professione, che le ha conquistato stima e rispetto tra pazienti e colleghi. Alla morte di Vince, Iza convince Etelka a trasferirsi a Budapest, in una casa moderna ed attrezzata, con lei. La “vecchia” – così verrà chiamata per tutto il libro – accetta, ma da quel momento si troverà soffocata in un quotidiano organizzato nei minimi dettagli dalla figlia, che la congela in una non-vita, finché approfitta della inaugurazione di una lapide per il marito per tornare al paese. E ribellarsi.
COSA NE PENSO
La Szabo con consumata abilità guida il lettore nella vita di Iza: ne scopre il perfezionismo esasperato e l‘assoluta freddezza d’animo nonostante svolga la professione medica con ottimi risultati. Il rapporto tra le due donne, il loro conflitto generazionale, lo scontro tra modernità e arretratezza celano il nucleo vero del libro. A condurci in questa progressiva scoperta sarà il personaggio di Antan e i suoi dialoghi con lei: Iza organizza e programma nei dettagli la vita delle persone cha ha accanto, non tenendo in conto dei loro veri bisogni, della loro umanità. Iza non ha amore da dare e, quindi, non ne riceverà. E’un libro che ti entra dentro, fatto di dialoghi e monologhi potentissimi, che risuona con le esperienze della tua vita e ti lascia senza fiato. Bellissimo.
Pier, 1. 2022

“Le cose più difficili da raccontare sono quelle che noi stessi non riusciamo a capire”.
Terzo libro di Elena Ferrante, dopo L’amore molesto del 1992 e I giorni dell’abbandono del 2004. La figlia oscura, uscito nel 2006, è diventato un film diretto da Maggie Gyllenhaal, al suo esordio alla regia, interpretato da Olivia Colman, nelle sale a marzo.
La Ferrante ci propone alcuni dei temi a lei cari, già presenti nei suoi primi libri e che troveranno un pieno sviluppo nella quadrilogia de L’amica geniale: il rapporto fra donne, la trasformazione dell’identità femminile nella gravidanza, i turbamenti propri della maternità, la relazione tra madre e figlia, la napoletanità. Leda, la protagonista, insegna letteratura inglese, ha 48 anni e due figlie di 24 e 22 anni ed è divorziata da tempo. Lasciata sola dalle figlie, che hanno raggiunto il padre in Canada, parte per un paesino della costa ionica. Lì sulla spiaggia viene incuriosita da una giovanissima madre, Nina e dal suo rapporto con la figlia, Elena, che passa tutto il tempo a giocare con una bambola. Le osserva attentamente finché riesce ad avvicinarle: questo incontro le farà rivivere il suo rapporto turbolento con le figlie quando erano dell’età della bambina. Presa nel vortice delle sensazioni e del malessere riproposto dai ricordi compie un gesto “opaco” per il quale si pentirà rapidamente.
Concita De Gregorio scrisse “Una madre lo sa” nella quale smentiva, sulla base di storie vere di “madri”, il cliché più diffuso della Madre: tutta pazienza-perseveranza-abnegazione. No, esistono turbamenti anche molto violenti che attraversano “ogni” madre nel rapporto con i propri figli, spesso negati anche a sé stesse per sfuggire ai sensi di colpa e non incorrere nella riprovazione sociale. La Ferrante nel romanzo affronta questo tema che, grazie alla sua capacità di tirare dentro la storia il lettore, coinvolge e lascia turbati e attoniti.
A me il libro è piaciuto molto e lo consiglio vivamente.

LA FRASE
“Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri.”
CHI LO HA SCRITTO
È l’ultimo libro di Elena Ferrante, pubblicato nel 2019 e che diventerà una serie targata Netflix, a breve sui nostri schermi.
DI COSA PARLA
È il diario di Giovanna dei suoi anni adolescenziali, durante i quali la sua vita viene sconvolta: i genitori, entrambi insegnanti, si separano dopo che è stata scoperta la relazione fra il padre Andrea e Costanza, moglie di Mariano, un carissimo amico di infanzia del padre. Le due famiglie, erano solite frequentarsi abitualmente, cosicché Giovanna era cresciuta con le due figlie della coppia, Angela e Ida. Ma a sconvolgere Giovanna, ancora prima e ancora di più della stessa separazione è una frase del padre, origliata da Giovanna, nel quale egli accenna alla bruttezza della figlia e alla sua somiglianza con la propria sorella Vittoria con la quale aveva da tempo chiuso ogni rapporto. Mossa dalla impellente curiosità di conoscere la zia, conoscerà un mondo molto diverso da quello, signorile e affettato, nel quale era cresciuta. Seguiranno scoperte e incontri, delusioni e amarezze, fino alla irrevocabile decisione di “diventare adulta”.
COSA NE PENSO
L’incipit del libro è in quella frase riportata tra virgolette, alla Ferrante, capace di prendere per il bavero il lettore e buttarlo tra le righe della storia. Piano piano, però, la lettura diventa faticosa, la storia è prevedibile, le atmosfere ricordano troppo quelle de L’amica geniale, il finale è triste. Finale? Se lo fosse davvero questo libro sarebbe, oltre al peggiore di quelli scritti da Elena Ferrante, anche incompiuto e approssimativo. Siamo all’inizio di una nuova saga, dunque: per i fan della Ferrante c’è da augurarsi che nel prosieguo riacquisti quel fascino nell’ambientazione e quella capacità descrittiva dei personaggi che hanno sancito il successo mondiale della precedente.
Pier, 2.2022

LA FRASE
“La parodia è nell’arte, perché è nella vita: accanto all’infinitamente grande, vi è l’infinitamente piccolo. Non a caso qualcuno ha definito il ridicolo come il sublime a rovescio”.
CHI LO HA DIRETTO
Mario Martone, classe 1959, si è dedicato al teatro, come autore, come regista e come fondatore di compagnie teatrali, animando per moltissimi anni la scena italiana. Il suo primo lungometraggio è del 1992 Morte di un matematico napoletano per il quale vince il Nastro d’Argento a Venezia, nel 1995 presenta, a Cannes, L’amore molesto dal romanzo di Elena Ferrante con il quale vince il Davide di Donatello. Firma numerose regie di spettacoli teatrali e di opere liriche e per 10 anni dirige il Teatro Stabile di Torino. Ha diretto Come credevamo, Il giovane favoloso e una trasposizione moderna de Il sindaco del Rione Sanità.
DI COSA PARLA
Eduardo Scarpetta, grande uomo nel teatro ma laido, egoista, accentratore in famiglia, osannato dal pubblico e dalle donne a lui devote, dalle quali ha avuto una moltitudine di figli, all’apice della sua fama, sfida, per superficialità o per narcisismo, Gabriele D’Annunzio, con una parodia de La figlia di Iorio, un dramma del poeta abruzzese. Questi lo denuncia per plagio e per la prima volta Scarpetta viene contestato, in scena, da una parte del pubblico e dai suoi colleghi autori e artisti. Finisce in tribunale per plagio. A difenderlo sarà Benedetto Croce, ma da quella vicenda, Scarpetta, sebbene assolto, uscirà distrutto e lascerà le scene.
COSA NE PENSO
213 minuti di scene di recite teatrali e di vita familiare, appesantiti dai sottotitoli, nonostante la bravura degli attori mi hanno lasciato stremato. Forse si sarebbe potuto tagliare qualcosa, ma questo non è nelle corde di Martone che ha preferito la fedeltà nella ricostruzione dettagliata dell’ambiente familiare e di quello del teatro napoletano dell’epoca, piuttosto che concentrarsi sullo scontro tra le due concezioni dello spettacolo e dell’arte e in definitiva tra due mondi lontani e incomunicabili. La frase iniziale è di Benedetto Croce.
Pier, 2.2022

LA FRASE
“… luce degli occhi miei, lievito del sangue mio, com’è possibile …?”
CHI L’HA SCRITTO
Pietro Di Donato (1911-1992) è stato uno scrittore e muratore americano noto soprattutto per il suo primo romanzo, Christ in concrete, pubblicato nel 1939 e definito “uno dei più grandi romanzi proletari di tutti i tempi” dalla critica contemporanea.
DI CHE PARLA
Cristo fra i muratori (Christ in concrete – Cristo in calcestruzzo) racconta la vita e i tempi del padre dell’autore, il muratore Geremia, ucciso nel 1923 in un crollo edilizio.
COSA NE PENSO
Cristo fra i muratori è un tesoro dimenticato. È un giudizio, un dito puntato contro lo splendore americano. Contro i miti di progresso, contro il liberismo e la politica del consumo sfacciato. Nella sua caldarella Di Donato impasta sostanze eterogenee e sulla carta incompatibili, assemblando echi evangelici con grumi di dialetto nostrano, calcinacci di un inglese da strada e detriti di parlate di ogni dove. Il risultato è una full immersion di fortissimo impatto nei meandri di quel laboratorio umano a cielo aperto in cui lavoro fa rima con sfruttamento, salario è sinonimo di fame e sei costretto a disinfettarti con l’urina le piaghe su mani e schiena, assistendo inerme alla mattanza di cantieri-lager in cui puntualmente vedi morire o invalidarsi parenti stretti e l’amico più caro. Forse non si tratta di un libro comunista, anche se Dmytryk avrebbe dovuto pensarci due volte prima di adattarlo per il cinema, ma sicuramente è un libro proletario, operaio. Racconta di come a costruire il progresso fossero il sangue e i calli di chi non lo avrebbe mai visto. In Italia l’ultima edizione degna di nota di Cristo fra i muratori risale al 1971 (Oscar Mondadori, traduzione di Eva Amendola, madre di Giorgio), e poi è stato ripescato dalla piccolissima Textus nel 2014, per la nuova traduzione di Sara Camplese, non all’altezza della prima, pur molto lirica, e con l’introduzione di Fausto Bertinotti. Insomma, forse varrebbe la pena di andare a cercarlo, se non altro per farsi un’idea di quanto il tempo che passa non ammorbidisca le cause.

la Recensione del Blog per il 14 FEBBRAIO 2022
di Guido Costolo
I VERSI. Com’è felice il destino dell’incolpevole vestale! Dimentica del mondo, dal mondo dimenticata. Infinita letizia della mente candida! Accettata ogni preghiera e rinunciato a ogni desiderio. (A. Pope)
CHI L’HA DIRETTO: Michel Gondry, nel 2004; gli interpreti principali sono Kate Winslet (Clementine) e Jim Carrey (Joel); Oscar per la sceneggiatura originale.
DI CHE PARLA. Nella sala d’attesa di una clinica, la Lacuna Inc., sono presenti persone che hanno subito una qualche perdita, un lutto, una brutta esperienza e cercano un modo per non provare più dolore. La Lacuna, nel giro di una notte, garantisce di cancellare totalmente dalla mente l’oggetto del disagio e al tempo stesso di occuparsi anche delle tracce fisiche di chi si vuole dimenticare (foto, ecc.). Clementine decide, dopo un brutto litigio con Joel, di por fine alla loro relazione di due anni e si rivolge alla clinica. Quando Joel lo scopre fa lo stesso, ma mentre è attaccato alla macchina cancella-ricordi qualcosa va storto. Lui capisce di non volerla dimenticare e cerca di reagire, ma il meccanismo è irreversibile. Il giorno di San Valentino i due si incontrano nuovamente, come perfetti sconosciuti. Si innamoreranno di nuovo?
COSA NE PENSO: Il titolo italiano è fuorviante e induce a pensare che una bella storia d’amore, particolare e finalmente non banale, sia una classica commedia di Carrey prima maniera, con l’intenzione di attirare maggior pubblico. I due attori, al contrario, qui si sono scrollati di dosso i ruoli che li avevano ingabbiati. È una storia che va ricostruita con gli spezzoni dei ricordi di Joel, richiede attenzione, commuove e diverte allo stesso tempo ed è piacevole (obbligatoria?) una seconda visione per comprenderla meglio avendone gli elementi. Varrebbe la pena vivere un grande amore pur sapendo sin dall’inizio che finirà male? Il dolore di una morte può essere mitigato dai ricordi dei momenti più belli o è meglio cancellare tutto? Insomma: è il viaggio la cosa più importante, o la meta?
Guido, 2.2022

La tragedia di Shakespeare ha avuto numerosi trasposizioni nel cinema: 8 solo nel cinema muto, più altre 9 – compresa l’ultima firmata Joel Coen – nel cimena recente. Si sono misurate con Shakespeare, tra gli altri, Orson Welles, Akiro Kurosawa, Roman PolansKi e più di recente Kurzel e Coen.
Guido Costolo ha curato questa recensione del film firmata Justen Kurzel
I versi: Io ho allattato, conosco la dolcezza del bimbo che ti succhia il seno: ma se avessi giurato quel che tu hai giurato, anche nell’attimo in cui mi sorridesse, staccherei la mammella dalle sue gengive e gli fracasserei la testa.
Chi l’ha diretto: J. Kurzel, nel 2015; gli interpreti principali sono Michael Fassbender e Marion Cotillard; è stato un flop al botteghino, ma apprezzato dalla critica.
Di che parla: il film si apre con una scena non presente nel testo shakespeariano: il funerale del figlio di Macbeth. Il regista si basa sui versi di Lady Macbeth riportati sopra, dai quali si potrebbe intuire una maternità. In effetti, in questa versione sono i giovani eredi ad essere sempre in primo piano: Malcolm, i figli di Macduff, ma soprattutto Fleance, il figlio di Banquo. Va ricordato che Shakespeare scrive l’opera con intenti legittimativi a favore di Giacomo I, successore di Elisabetta I, che sarebbe discendente di Fleance: sovrano per natura e divinità, sfuggendo ai giochi del potere e della follia (innaturale).
Cosa ne penso: il tono di voce basso dei personaggi rende i versi più simili al parlato che al recitato, più naturali. I monologhi diventano dialoghi: hanno sempre una controparte, parto della follia o reale che sia, e contribuiscono a spiegare meglio quanto accade. L’ambientazione, scarna, è corretta. Il Macbeth storico (un buon re) vive nella Scozia dell’XI secolo prima che i Normanni portino cavalli da battaglia e castelli (sempre anacronistici!), per cui scontri a piedi, sporcizia, freddo e capanne in legno filologicamente accurati. Il tutto è sempre accompagnato da fiamme, fumo o nebbie che lo rendono visivamente inquietante ed emozionante. La troppa crudeltà percepita è quella dell’epoca: Macbeth e consorte non compiono nulla di strano. Il criminologo Manuel Eisner ha contato le morti violente tra 1513 sovrani europei: a fronte dei 90 morti in battaglia, ben 219 vengono assassinati. Perché allora, la follia? Lui tentenna, lei lo sprona al delitto: che si senta in colpa per non potergli dare un nuovo erede?
Guido, 2.2022

Una Recensione di Filippo Zanini
I VERSI.
“Sono il peggior nemico di me stesso, eppure mi devo amare”
CHI L’HA DIRETTO:
diretto da Lorraine Lévy, classe 1964, francese ed ebrea di nascita, laica, con Jules Sitruk e Mehdi Dehbi. Uscita al cinema il 14 marzo 2013.
DI CHE PARLA:
film ambientato in Israele, racconta la storia di uno scambio di neonati. Joseph che vive a Tel Aviv dopo una visita medica scopre che non è il figlio biologico dei suoi genitori. Yacine il vero figlio è invece palestinese, studente di medicina a Parigi. I due ragazzi iniziano a frequentarsi, fino a quando non decidono di entrare l’uno nella vita dell’altro.
COSA NE PENSO:
questo film partendo da una situazione in qualche modo drammatica, vuol parlare della situazione Israele/Palestinese. Mi ha colpito molto perché attraverso queste immagini il regista è riuscito a far capire la situazione assurda che si sta vivendo in questo territorio.
Filippo, 2.2022

LA FRASE
“… la vita è un lavoro da sbrigare …”
CHI L’HA SCRITTO
Vitaliano Trevisan (Sandrigo, 12 dicembre 1960 – Crespadoro, 7 gennaio 2022) è stato uno scrittore, attore, drammaturgo, regista teatrale, librettista, sceneggiatore e saggista italiano. Nato nel 1960 è morto suicida il 7 gennaio 2022.
DI CHE PARLA
La vita dello scrittore e ancor prima geometra, manovale, gelataio, magazziniere, lattoniere Vitaliano Trevisan. Una storia lavorativa che prende il via all’alba dei suoi sedici anni e che si intreccerà con la vita privata dell’autore. Il tutto unito alla scelta di inseguire il sogno di diventare scrittore e di sbarcare il lunario alla ricerca di un lavoro, qualunque esso sia.
COSA NE PENSO
Cosa ci spinge a lavorare? Vitaliano Trevisan di Cavazzale, Vicenza, trova nell’acquisto di una bicicletta da uomo la sua prima risposta. A sedici anni viene invitato nella fabbrica di un amico di famiglia per guadagnarsi il denaro sufficiente per acquistare l’agognato mezzo, nel frattempo cullando il sogno di diventare scrittore.
Alla fine l’analisi lavorativa di Trevisan risulta fredda, ma non certo distaccata, a ogni momento di desiderio di essere parte della macchina produttiva si alternano disillusioni nei confronti di colleghi, dei capi reparto e dei capi ufficio, aziende e società solcate dal desiderio di potere e denaro, che risulta essere la sola, o quasi, forma di appagamento.
Ho smesso di chiedermi perchè opere come questa ricevano un’attenzione blanda da parte dei lettori e, ancor più colpevolmente, dei critici e dei recensori (gli stessi che ciclicamente si lamentano della morte del romanzo italiano, quando gli basterebbe leggere di più senza farsi condizionare da uffici stampa e relazioni di comodo). Mi limito dunque a esortarvi a leggere Works, a confrontarvi con i temi cruciali che affronta e con lo stile di Trevisan: che non si riesca in qualche modo a reagire all’inconsistenza letteraria che ci attornia e, perché no, persino a smuovere il pantano al quale ci siamo abituati, quello della corruzione, del malcostume, della rassegnazione.
Ernesto, febbraio 2022

LA FRASE
“È gente che alla testa sua gli chiede soltanto di fargli il piacere di starsene sopra le spalle per appoggiarci il cappello quando arriva qualche parente in vista.”
CHI L’HA DIRETTO
Ascanio Celestini è nato e cresciuto a Roma; figlio di un restauratore di mobili del Quadraro, e di una parrucchiera, di Torpignattara, trascorre la sua gioventù nel quartiere periferico di Casal Morena. Dopo gli studi universitari si avvicina al teatro collaborando, in veste di attore, ad alcuni spettacoli del Teatro Agricolo. Ascanio Celestini si dichiara esplicitamente ateo e promuove l’ateismo come posizione filosofica sul tema della religione.
DI COSA PARLA
È la storia di Nicola, che per 35 anni ha vissuto in manicomio, a contatto con coloro che lui preferisce chiamare “santi” invece che matti. Ripercorrendo la storia del protagonista sin da bambino, il film mostra uno spaccato della condizione di vita dei malati mentali in Italia, a partire dai “favolosi” anni Sessanta, fino a giungere ai giorni nostri, nei quali il mondo interno dell’Istituto nel quale vive Nicola non è poi così diverso da quello all’esterno.
COSA NE PENSO
La Diversità esiste. Esiste quella di Pasolini. Esiste quella di Fassbinder, quella dei personaggi di Werner Herzog, quella di Cronenberg. E c’è quella di Ascanio Celestini, un’altra Diversità con la D maiuscola. Diversità tenera e allo stesso tempo sulfurea, che prende avvio dall’infanzia, in un quadro familiare disastrato. Padri prepotenti e madri assenti. Maschi arroganti, violenti, assassini, e madri completamente schiacciate. Nemmeno le nonne, nate, cresciute e rimaste vecchie, possono salvare nessuno. La pecora nera è un film che fa male: s’inizia con un pizzico di fiducia. Ci si illude che la battuta, la parola di Ascanio Celestini, sia riuscita ad aprire un varco nella pazzia del suo personaggio. Invece più si va avanti nella vicenda, più tutto si sgretola. Nicola non lavora nel manicomio. Nicola è rinchiuso nel manicomio. Nessuna redenzione. Nessuna catarsi. Solo il silenzio.
Da vedere, su Raiplay.
Ernesto 2/2022

LA FRASE “Non erano più giovani, era quello il fatto. Continuavano a ripeterselo a vicenda come non riuscissero a crederci.”
CHI L’HA SCRITTO Elizabeth Strout, classe 1956, ha vinto con questo libro il Premio Pulitzer (2009). Il libro strutturato in 13 racconti è diventato una miniserie televisiva (HBO, 2014 e SKY 2015) grazie a Frances McDormand che ne ha comprato i diritti, ha fatto da produttore esecutivo e ha contribuito a scegliere il cast, riservando a lei stessa l’interpretazione (magistrale) di Olive.
DI COSA PARLA I racconti sono ambientati nel Maine, nella città immaginaria diCrosby: sull’oceano,con la case di legno sulla baia come nelle tele di Hopper. Come nel giuoco “dell’unire i puntini per vedere il disegno” nei diversi racconti si delinea e si approfondisce la figura della protagonista e si offre uno spaccato della gente che ci abita e di tutto quello che può accadere nei 25 anni nei quali il libro è spalmato: amori, gelosie, tradimenti, dicerie, pettegolezzi, morte, matrimoni e divorzi, vicende dalle quali emergono i personaggi che compongono il mondo di Olive e del marito Henry interpretato con bravura da Richard Jenkins nella serie televisiva.
COSA NE PENSO Mia moglie, guardando la serie, afferma che io ho lo stesso temperamento di Olive: scorbutica, tagliente, rude, sgraziata, sarcastica, con un umorismo incomprensibile, generosa, pronta ad aiutare gli altri, senza fronzoli ma con innumerevoli risorse, che non ama stare in mezzo alla gente, preferendo il dialogo sempre serio con una persona alla volta. Ne sono lusingato. Il libro è scritto magistralmente: appassiona, qualche volta diverte, ma tocca sempre il profondo del lettore attraversando i grandi temi della morte, della vecchiaia, della nostalgia, dell’amore, dell’incomunicabilità tra generazioni. E dell’attrazione fisica a tutte l’età perché è proprio quel “sentire” tardivo che fa dire ad Olive ciò che tutti dovrebbero sapere fin da quando sono giovani e belli: “che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro”.
Da leggere assolutamente.
Pier, 2.2022

LA FRASE „Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo“
CHI LO HA SCRITTO. Anna Maria Ortese nata a Roma nel 1914 si stabilisce nel 1928 a Napoli. Autodidatta ha pubblicato racconti, poesie, saggi e sei romanzi. La morte dei genitori la costringe a girovagare per l’Italia (Pietro Citati, suo estimatore, la definirà “zingara sognante”) accompagnata dalla sorella Maria con la quale convive. Tra il 1945 e il 1950 collabora con la rivista Sud, un cenacolo di intellettuali napoletani con i quali aprirà una feroce polemica nel racconto “Il silenzio della ragione” che conclude il libro, pubblicato per la prima volta nel 1953, e che determinerà la rottura di ogni legame con loro e l’abbandono della città.
DI COSA PARLA Il libro si compone di cinque racconti scritti con intensità e trasporto assoluto. Il suo scrivere, come dirà un critico, “gronda il sangue dei vinti, dei piccoli, dei senza voce” protagonisti del libro, sempre oscillanti tra miseria, abiezione e slanci di umanità e di generosa solidarietà. E nell’ultimo racconto chiama a coerenza gli intellettuali di sinistra che favoleggiano di un riscatto ipotetico meridionale ma che sono fisicamente, intellettualmente e politicamente distanti dalla Napoli “vera” uscita dal dopoguerra in una situazione di indigenza e di abbruttimento fisico e morale e che in tale stato permane all’alba degli anni cinquanta.
COSA NE PENSO Ho ammirato la scrittura della Ortese e lo sguardo impietoso e amorevole con il quale descrive quella Napoli che vive sui cartoni e nelle “grotte” scavate in palazzi fatiscenti, senza servizi di alcun genere e che non è bagnata dal mare che, all’opposto, fronteggia le case dei ricchi del lungomare. Ho conosciuto pezzi di quella stessa Napoli ancora a metà degli anni settanta ed è per questo che ho amato questo libro e mi sono commosso più volte leggendolo, consapevole della verità della sua amarissima denuncia.
Da ascoltare in audiolibro letto da Iaia Forte.
Pier, 3.2022

LA FRASE “Dicono che tutto è scritto e non si può cambiare niente. Sono Momò e sono orfano e voglio cambiare tutto.”
CHI LO HA SCRITTO Romain Gary pubblicò il libro nel 1975 con il nome di Emile Ajar. Ebbe un immediato successo di pubblico e vinse il prestigioso Premio Goncourt. La critica salutò con toni trionfalistici il suo autore, sconosciuto: la stessa critica che aveva decretato, solo poco prima, la crisi irreversibile di Gary già vincitore del premio Goncourt per “le Radici del cielo” nel 1956 e autore, tra gli altri, di “La promessa dell’alba” (1960), l’Educazione Europea (1944). Gary è lo pseudonimo del lituano Roman Kacev, classe 1914, morto suicida nel 1980. Dal libro è stato tratto nel 2020 un film non all’altezza del libro, sebbene ottimamente interpretato da Sophia Loren.
DI COSA PARLA. Il romanzo è ambientato a Belleville, nella periferia parigina, abitata in stragrande maggioranza da immigrati e popolata da figure iconiche: prostitute, magnaccia, travestiti, persone che si arrangiano per sbarcare il lunario. In questo milieu cresce Momò, approssimativamente di dieci anni di età, orfano e preso in custodia da Madame Rose, ex prostituta e sfuggita per miracolo alla morte ad Auschwitz, che vive ospitando figli di genitori raramente conosciuti. Il libro è il racconto autobiografico, immaginifico e poetico, di Momò, scritto nel modo nel quale come potrebbe scriverlo un bambino di quella età di origini arabe, che vive e parla di un’integrazione culturale, linguistica ed esperienziale straordinaria e del profondissimo rapporto di amore costruito nel tempo con Madame Rosa. Una narrazione fluida, fatta di tantissimi episodi, che trascina il lettore fino all’ultimo rigo dell’ultima pagina.
COSA NE PENSO Bellissimo. Lo farei leggere nelle scuole e discutere nelle classi perché è la più viva e poetica espressione di una umanità senza confini e diversità, attraversata da una gamma variopinta di emozioni e miracolata da gesti e comportamenti solidali e amorevoli, che lasciano il lettore davvero “in uno stato di grazia”.
Pier, 3.2022

La frase: e lei entra, nuda, le sue rughe belle come arcate…
Chi l’ha scritto: Eskhol Nevo (Gerusalemme 1971)
Di che parla: è un racconto plurale, divertito e divertente, sulle conseguenze oblique dei desideri dei vari protagonisti. L’innesco è dato da una perdita e dal bisogno di surroga che ne deriva. Dal lontano New Jersey, Geremia Mendelshtrom disancorato dalla morte della moglie, decide di riconnettersi a un’appartenenza spirituale e geografica, finanziando la costruzione di mikveh (un bagno rituale) nella Città dei Giusti, in Israele. Per il destinatario della donazione, Avraham Donino, sindaco in scadenza, è un’occasione da cui trarre vantaggio per la propria rielezione, insieme all’arrivo di nuovi immigrati russi che ha tenacemente richiesto, per anni, alle autorità statali, affidando alla prevista trasfusione di forze ed energie vitali, anche la segreta e personalissima speranza di incontrare un nuovo amore sensuale, volitivamente slavo. Intersecano queste traiettorie le storie di un capomastro palestinese, il cui nome Naim è sempre convertito nell’egemone ebraico Noam, con la pacifica passione dell’ornitologia e un incoercibile impulso al viaggio, e quella classica dell’amore tormentato tra Moshe Ben Zuk, braccio destro del sindaco, e la seducente e anticonformista Ayelet. Due persone, queste ultime, in tensione continua tra gli imperativi del corpo e quelli della fede e delle convenzioni sociali. Lo sviluppo è, a tratti, esilarante: una commedia degli equivoci cui fanno da contrappunto riflessioni intime e universali come il concetto di «trasgressione a fin di bene» esplorato da Ayelet, o la tensione erotica che, magicamente, promana dal mikveh a rallegrare i giorni ormai non troppo numerosi dell’anziana comunità.
Cosa ne penso Ho incontrato con “Soli e perduti” la scrittura lieve di Eshkol Nevo e l’ho subito amata per l’intonazione ironica nel trattare temi profondi, tipica della tradizione letteraria ebraica, declinata con peculiare gentilezza. Posso immaginarmelo mentre scrive con un sorriso accennato e l’occhio umido, cercando, con compassione, di non infierire sui personaggi. Né su chi legge. Con mite efficacia.
Iaia, 4.2022
LA FRASE
Israel (Giorgio Tirabassi): Signore e signori, l’immaginazione diventa realtà e niente è come sembra!
CHI L’HA DIRETTO
Gabriele Mainetti, romano classe 1976, attore, regista, produttore e compositore. Conosciuto al grande pubblico grazie al suo primo lungometraggio “Lo chiamavano Jeeg Robot (2015) prodotto dalla casa di produzione da lui fondata, che ha incassato più di 5 milioni al botteghino, ricevuto una entusiastica accoglienza dalla critica e vinto sette statuette ai David di Donatello 2016. Nel 2021 sempre con la Goons Film realizza “Freaks out” scegliendo con cura gli attori giusti nelle varie parti: Claudio Santamaria, Pietro Castellitto, Franz Rogowsky, Giorgio Tirabassi e Aurora Giovinazzo.
DI COSA PARLA
Nel mezzo della Seconda guerra mondiale, un gruppo di 4 circensi uniti come fossero una famiglia vengono divisi dalle deportazioni naziste nei confronti degli Ebrei! Un film che tra magia e verità ripercorre la tragica storia della Seconda guerra mondiale! Per le strade di Roma si dà vita a questa storia! Con partigiani italiani e soldati tedeschi. Un modo particolare di rivedere questo orrore….
COSA NE PENSO
A me è piaciuto. Secondo me questo film riesce a riproporre in una chiave diversa degli orrori che l’uomo ha compiuto. Questa cosa mi affascina molto.
Filippo, 4 2022, su Prime Video e Sky
LA FRASE
“Già: chissà perché in ogni cosa riesco solo a vedere la morte?”
“Forse perché sei morto anche tu” rispose, e con le dita mi sfiorò una spalla.
Al suo tocco lieve, mi sfarinai tutto.
CHI L’HA SCRITTO
Michele Mari è nato a Milano nel 1955; è scrittore, traduttore, poeta e accademico. Il suo primo testo narrativo (L’incubo nel treno, 1964) è nato come regalo di Natale per suo padre.
DI CHE PARLA
“Euridice aveva un cane” è un volume composto da diciotto racconti straordinari, visionari e malinconici, ambientati in luoghi rassicuranti, ma carichi di segnali inquietanti. Si tratta di scene di vita quotidiana, in cui trovano spazio paura e umorismo, invenzioni irresistibili e finali imprevisti. E soprattutto i terrori e i turbamenti di ogni adolescenza.
COSA NE PENSO
Ho sempre fame di storie, brevi, folgoranti. E questo libro intenso mi sazia. C’è la parola, gestita con abilità, e c’è l’ironia, una lama sottile che mi ha trapassato, mi ha colto di sorpresa; inaspettata quanto assurda, trasforma in grotteschi racconti terrorizzanti. Ho provato terrore per alcune storie che terminano in maniera raccapricciante, merito dell’abilità dell’autore come esteta della parola.
Un invito alla lettura di questo libretto è rischioso: vale però la pena di tentare. Un racconto, uno solo. Soffermandosi su quelle parole, gustandone ogni lirismo, perversione, evoluzione. E poi una rilettura, ancora. È l’immersione quella che il libro chiede. Affondando corpo e mente nella vasca del linguaggio. Con fatica, trattenendo il fiato, scavando, strappando. Come un leggere in apnea. È perdersi in un tipo di fantastico che è fatto di mondi vicini e sovrapposti. La vita e la morte, il futuro e il passato, i vivi e i morti. Tutti schiacciati in questo presente che è sempre lo stesso. In questo mondo che ruota e che sembra immobile. In volti che invecchiano di minuto in minuto e che lo specchio ci mostra identici al passato, come vecchie fotografie dimenticate sul tavolo di una cucina abbandonata da tempo.
Ernesto, aprile ‘22

LA FRASE La novizia: “Sono alla ricerca di Dio” La Madre Priora “Dio si trova ovunque, Teresa” La novizia “Non può essere vero. Con quello che succede a Dio non importa veramente degli uomini. Se Dio ama tutti gli uomini…gli ebrei non sono veri uomini, forse?”
CHI LO HA DIRETTO Ole Bornedal, classe 1959, regista, attore e sceneggiatore danese. Questo è il quinto film e ne ha curato anche la sceneggiatura. Il film è stato realizzato con la tecnica del cross cutting suggerendo la simultaneità delle diverse situazioni che lo compongono.
DI CHE PARLA E’ una storia realmente accaduta, a Copenaghen, il 21 marzo 1945. La Germania è al tracollo ma occupa ancora la Danimarca e reprime, con arresti e torture, la resistenza partigiana. L’operazione Cartagine concordata con in partigiani ha come obiettivo di bombardare e distruggere lo Shellus. il Comando della Gestapo, nonostante in esso siano incarcerati diversi partigiani. Il raid aereo inglese raggiunge il suo obiettivo ma produce un danno collaterale tragico: viene centrata e distrutta la Scuola Francese dove al momento del bombardamento ci sono 430 bambini e 30 suore. Ci saranno 125 morti.
COSA NE PENSO Non è un film di guerra. I protagonisti sono: tre bambini, una novizia ed un gendarme della Hippo, la polizia collaborazionista ed il film è costruito sulle loro vite, relazioni, riti, angosce, il rapporto con Dio ed il senso di una Fede messa a dura prova dall’apocalisse umana provocata dalla guerra. E’ un film tremendo e spettacolare, girato con una straordinaria maestria tecnica che, grazie al montaggio, permette allo spettatore di seguire le vite dei diversi personaggi che si svolgono contemporaneamente per poi ricongiungerle e intrecciarle alla fine di tutto.
Bravissimi i 5 attori protagonisti e curatissima la recitazione di tutti gli interpreti. Il regista alterna primissimi piani e riprese con la macchina a mano creando una sensazione di tempo sospeso, confezionando un’opera profonda e struggente, di grandissimo livello per immagini, recitazione e spessore tematico.
Pier, 5.2022

La recensione di Pier al film “La guerra di Charlie Wilson”
La storia vera del sostegno alla ribellione dei mujaheddin Afgani al governo centrale appoggiato dai sovietici (1979-1989)
LA FRASE (Charlie Wilson) “Queste cose sono accadute. Sono state gloriose e hanno cambiato il mondo …e poi abbiamo scazzato il finale.”
CHI LO HA DIRETTO E’ l’ultimo film di Mike Nichols (2007), regista indimenticabile di Comma 22, Silkwood, A proposito di Henry, Chi ha paura di Virginia Wolf (con il quale esordì nel 1966) e Il Laureato (1967) per il quale vinse Oscar e Golden Globe. La sceneggiatura è firmata da Aaron Sorkin, Oscar per The Social Network.
DI CHE PARLA Charlie Wilson (Tom Hanks) è un deputato texano, dedito alle feste e che ama circondarsi di belle donne. La sua amante saltuaria è la miliardaria visceralmente anticomunista Joanne Herring (Julia Roberts) la quale lo convince a farsi carico della situazione afgana, dove l’80 per cento degli abitanti vive in miseria nelle zone rurali, il 90 è analfabeta ed è in corso una ribellione al governo centrale sostenuto dall’URSS, guidata dai mujaheddin di varie etnie ma tutte di fede islamica tradizionalista. Wilson accetta di visitare le tendopoli afghane e torna convinto assertore della necessità di finanziare la guerriglia e cacciare i sovietici. Riesce nell’intento con l’aiuto di Gust, agente della CIA, cinico e anticonformista (un monumentale Philip Seymour Hoffman) e tessendo una rete che vedrà insieme (ufficialmente senza sapere l’uno dell’altro) Israele, Pakistan, Arabia Saudita, Iran, Cina e naturalmente Stati Uniti che investiranno nella guerra 1 miliardo di dollari.
COSA NE PENSO Il film racconta una storia vera, archetipo di altri, recentissimi sostegni a popoli variamente oppressi e assetati di democrazia. Cacciati i sovietici, viene meno ogni motivazione umanitaria e quando Wilson chiede altri soldi per finanziare un piano per sconfiggere l’analfabetismo, gli ridono in faccia. Così al momento di ricevere l’onorificenza per “meriti speciali” Wilson pronuncia in pubblico quella frase riportata qui in apertura.
Il film è leggero e godibile, grazie ai dialoghi scoppiettanti, alle battute geniali, alle situazioni esilaranti al limite del grottesco ed a una recitazione che ne fanno un gioiellino imperdibile.

La Recensione di Iaia De Marco
LA FRASE “Mi piacerebbe morire prima, ecco” “Prima di che?” […] “prima che la vita perda le sue belle piume. Prima che tutte le rose diventino grigie.”.
CHI L’HA SCRITTO Romain Gary
DI CHE PARLA È un’intelligente tessitura di piccoli avvenimenti, reali e talvolta immaginari, che fa da sfondo sgranato al tormento introspettivo. Racconto sofferto e penoso del declino fisico, simbolicamente identificato in quello sessuale che il rapporto con una giovane donna rende insostenibile. L’equivoco della potenza maschile e il malinteso sulle aspettative femminili sprigionano potenziale distruttivo, riducendo amore, desiderio, fantasia e voglia di futuro alle intermittenze del pene, inesorabilmente convertito da strumento di piacere in infido memento mori. È un veleno sottile che s’insinua nella percezione di sé e contamina tutto, fino a svuotare di senso ogni cosa. È il biglietto non più valido di un uomo coraggioso, frequenti sono le allusioni al passato da resistente gollista, che non ha il coraggio di affrontare la vecchiaia. È incapace di pensarsi disarmato, perché il succo e quindi la concezione è questa, davanti alla sua donna e dunque l’allontana fino ad abbandonarla (si intuisce), punendola per la sua giovinezza, senza capirne l’amore e la forza rigeneratrice. E, ancora più triste, lasciando al figlio una memoria di questo suo cupo percorso verso la dissoluzione, così da garantire l’ereditarietà della “maledizione”.
COSA NE PENSO L’intonazione è suadente, la scrittura illuminata (non luminosa), elegante, ricca, ma senza ridondanze. La storia produce la sensazione d’insieme di un paradosso: il maschile, accreditato da tradizione filosofica secolare quale detentore della razionalità (vs il femminile incatenato alla fisicità), proprio nella stagione in cui il pensiero beneficia massimamente anche dell’esperienza, atterra e si disintegra sulla caducità del fisico, perdendo le proprie coordinate esistenziali.
Iaia, 5.2022

LA FRASE L’avvocato: “Lo accusano due delle più potenti forze del mondo: il governo degli Stati Uniti e i media”..”Tutti vogliono friggerti, lo capisci questo? Tutti questi qui vogliono friggerti: sei un pezzo di bacon”
CHI LO HA DIRETTO Clint Eastwood, classe 1930, ha cominciato a dirigere nel 1971 e ha continuato fino al 2021, firmando oltre 40 film. È attore, produttore e compositore. Negli ultimi anni ha firmato “storie vere”: il cecchino di American Sniper, il pilota di Sully, i tre scapestrati che sventano un attentato in Ore 15:17 Attacco al Treno, il reduce dalla guerra che diventa corriere per il cartello della droga in The Mule. E questo (2020) che racconta la vera storia di Richard Jewell.
DI COSA PARLA Siamo in America. Un ragazzone, metodico, petulante, maniaco del controllo e con l’ossessione di diventare poliziotto, viene assunto nella Security delle Olimpiadi di Atalanta. Durante un concerto al Centennial Olympic Park, il 27 luglio 1976, Richard scopre uno zaino sospetto, da l’allarme e riesce così a limitare gli effetti dell’attentato causati dall’esplosione. Per tre giorni Richard è un eroe nazionale. Poi, per gli strani meccanismi delle indagini (“il primo sospettato è sempre quello che trova l’esplosivo”) ma, soprattutto a causa del cinismo dei media, la sua sorte si inverte drammaticamente e per 88 giorni la sua vita e quella della madre (una strepitosa Kathy Bates) saranno stravolte e fatte a pezzi in diretta tivvù.
COSA NE PENSO Viene ancora una volta da questo conservatore novantenne la critica più diretta, precisa e senza sconti, del “sogno americano” che vanta il suo fondamento sull’inviolabilità della libertà del cittadino ma che di fronte alla spregiudicatezza delle “forze più potenti del pianeta” si sgretola. Il modo di raccontare di Clint e la bravura degli attori porta lo spettatore a partecipare visceralmente alle vicissitudini dei protagonisti.
Il film è un inno alla libertà, limpido e forte, proprio perché riguarda un personaggio estraneo ai nostri cliché romantici e lontano dalle nostre simpatie ideologiche.
Da vedere
Pier, 5.22

LA FRASE Apre il film “Chi combatte rischia di perdere, chi non combatte ha già perso.” (Bertolt Brecht)”
CHI LO HA DIRETTO Stephane Brizé, classe 1966, autore di una trilogia sul mondo del lavoro nel capitalismo: La legge del mercato (2015) In guerra (2018) Un autre monde (2021).
DI CHE PARLA. Francia, Augen in un distretto con un elevato tasso di disoccupazione. La fabbrica Perrin filiale di un gruppo tedesco ha firmato con i sindacati un accordo valido per 5 anni, secondo il quale i lavoratori si riducevano il salario, rinunciavano ai premi di produzione e l’Azienda riceveva sussidi statali. Passati due anni l’Azienda decide di chiudere la fabbrica e licenziare i 1100 operai perché la sua redditività non è ritenuta sufficiente dagli azionisti. I lavoratori scendono in sciopero e bloccano la fabbrica a tempo indeterminato. Si avvia così il percorso paradigmatico di tutte le fabbriche in crisi di qualsiasi parte del mondo. C’è “la libertà di impresa” garantita dalla Costituzione e quindi perdono subito il ricorso al tribunale contro l’Azienda per non aver rispettato l’accordo. L’Associazione degli industriali se ne lava le mani. Il Presidente della Repubblica manda un consulente. Ma l’Azienda non sta ferma: aggancia qualche sindacalista e gruppi di operai e fa girare la voce che se si torna al lavoro l’indennità di licenziamento verrà rimpinguata di parecchio…
COSA NE PENSO Scene di lotta di classe in un film! Girato come fosse un documentario con inserti dai cinegiornali, a ritmo sostenuto e scandito dai primi piani dei protagonisti tutti attori dilettanti salvo Vincent Lindon l’attore feticcio di Brizé. Alcune sequenze sono pedagogiche per gli inesperti della lotta sindacale e utilissimi agli illusi che oggi sperano che Lor Signori e il loro Mastro di Feste fermino il precipitoso peggioramento della situazione economica collettiva. Il messaggio del film è chiaro: per ogni spezzone operaio che va in malora c’è sempre un gruppo di azionisti che guadagna. Ha ancora una volta ragione Brecht: lottare è l’unica possibile risposta, quale che sia il suo esito.
Pier, 6.2022
LA FRASE “A volte il treno sbagliato conduce alla stazione giusta”.
CHI LO HA DIRETTO Ritesh Batra, classe1979
DI COSA PARLA Mumbai, India, le prime scene ci immergono nel mondo del Dabbawala l’eterogeneo e complesso sistema di portapranzo dalle case agli uffici. Il dispositivo narrativo è innescato da un errore di consegna. La bellissima Ila (Nimrat Kaur) cucina pietanze prelibate con il sapiente aiuto della zia (voce fuori campo) per ravvivare l’interesse di
un marito negligente. Il pranzo arriva però a un altro, un impiegato sulla soglia della pensione, Fernandes (Irrfan Khan) uomo chiuso, indurito dalla vedovanza che, però, si lascia irretire dalla sorpresa del gusto. Interrogando il marito, Ila capisce il disguido, ma tace, decidendo di ricambiare la sua distrazione d’amore con una distrazione di cura. Nasconde nel portavivande un primo biglietto cui Fernandes risponde. Da qui si dipana una delicata tessitura epistolare che tratteggia nuove possibilità per entrambi. Il regista ci nega l’happy end, ma lascia trasparire, una trasformazione positiva delle loro vite, un dirottamento speranzoso di destini che sembravano determinati.
COSA NE PENSO Narrato nella tonalità lieve da “dio delle piccole cose”, il film cattura per la fotografia potente e l’azione scandita da un tempo lento, come quello che si riserva a un piatto speciale per gustarne (mi verrebbe da scrivere: capirne) la sinfonia dei sapori. Nel disegno a mano leggera, non manca, qua e là, il graffio che ci fa intravedere la condizione femminile in un sistema vetero-patriarcale. Memorabile la frase della mamma di Ila che, interrogando se
stessa, si sorprende a scoprire che la morte del marito accudito per lunghi anni le causi soltanto una grande fame. Il film ci cala dentro luoghi, colori e atmosfere estranee che, come per una pentecoste laica, percepiamo familiari, intimi. A volte dolenti, altre sorridenti. Vicini.
Da vedere
Iaia de Marco, 10/10/2022

LA FRASE
“Nessuno può sfuggire al proprio fallimento.”
“La realtà non mi piace più. La realtà è scadente.”
CHI L’HA DIRETTO
Paolo Sorrentino nasce a Napoli, nel quartiere del Vomero, nel 1970.
Regista, sceneggiatore e scrittore italiano, ha diretto il film premio Oscar come miglior pellicola straniera La grande bellezza, ha realizzato This Must Be the Place, suo primo film in lingua inglese, e Il divo. È anche l’autore del romanzo Hanno tutti ragione, classificato terzo al Premio Strega.
DI COSA PARLA
Il film, autobiografico, è incentrato su Fabietto, un adolescente che conduce una vita tranquilla a Napoli con la sua famiglia, impegnato tra lo studio delle lettere classiche, i pranzi con i parenti e l’ammirazione per il suo idolo Maradona. A recidere questa serenità arriva un evento tragico, destabilizzante e faticoso da accettare, che darà al protagonista spunti da cui ripartire e nuove strade da percorrere per il suo futuro.
COSA NE PENSO
Film intimo, magico ed essenziale sui legami, sulla famiglia, sull’identità e sull’elaborazione del lutto, ma anche un racconto incredibilmente vivido di Napoli e della sua anima. Film dai codici prettamente partenopei, a volte apparentemente inaccessibili.
La tensione tra commedia e tragedia funziona, con risate sguaiate che si alternano a momenti di grande intensità. “Che tien’ a guardà? Facc ‘e cazz!”: il film è più o meno tutto in questa battuta. Una frase spontanea, pronunciata da due fratelli e un gruppo d’amici dopo la notte più devastante della loro vita.
Un insulto che si scioglie in una risata disperata, lancinante, che squarcia lo schermo, tanto è contagiosa. Una risata che spiega cos’è la vita: un morso, direbbero a Napoli, perché è rapida, netta, e poi finisce. E quindi tanto vale ridere di quant’è ingiusto il mondo, ridere del dolore, e quando le lacrime sono finite, non resta che ridere per ritornare alla vita.
Lezione che si impara ovunque? No, meglio se nasci a Napoli, oppure hai la fortuna di avere il tuo migliore amico che ci ha vissuto una vita.
Da vedere assolutamente, su Netflix.
Ernesto,1.2022