Senza luogo. Senza un tempo. E’ una storia antica o forse nuova, inventata o forse vera, delirante, inquietante o, forse, solamente,commovente. Non era stata sempre Naccarella.
Era sbocciata donna fra le sue braccia di uomo vissuto, navigato, dannato e ribelle, demone stanco desideroso di un porto entro cui gettare l’ancora del suo piacere. Il mondo le sorrideva allo stesso modo in cui lei sorrideva al mondo.
Inseguiva le farfalle e le vesti di foggia moderna e di fattura elegante, sfioravano le sue caviglie sottili, nude come quei piedini che affondava nell’erba profumata.
Splendeva dentro il sole e la sua giovinezza danzava spensierata al gustare gli anni, la vita, l’amore.
Glielo aveva giurato che l’avrebbe amata per sempre. Che avrebbe lasciato il fardello di un matrimonio infelice che si trascinava abitudinario e falso e avrebbe orgogliosamente gridato al mondo il suo amore per lei.
– Aspetto un bambino- aveva detto d’un fiato, come una donna innamorata, come ogni donna titubante , timida dinanzi al mistero della vita che ospita dentro il suo ventre. Gli occhi lo guardavano liquidi pieni di quell’amore fiducioso, della lealta’ di un bene disposto al dileggio, al ludibrio, forte della sola forza di un abbraccio.
E quello muto dentro quel tramonto di un sole sanguigno , suicida ogni giorno dentro le acque di un mare confessore , era stato l’ultimo abbraccio del padre di quella vita che cresceva dentro di lei.
Svanito. Tornato a quegli inferi da cui era probabilmente venuto.
-Puttana! – erano state le parole del padre, rafforzate dal silenzio della madre.
La sua primavera era divenuta l’inverno e l’unica compagnia nella segregazione, punizione da tutti condivisa, era il ritmo del vomito, poi della spossatezza, poi dei ricordi, poi dei rimpianti, poi dei rimorsi, infine…mani sul ventre, dell’amore, solo dell’amore.
Un mese prima dello scadere del tempo, di notte, come la peggiore delle criminali , era stata condotta da una zia lontana. Non aveva neppure la forza per eludere la sorveglianza di una prigionia umiliante.
Pensava solo al suo bambino. Bimba lei stessa , improvvisamente vecchia di tutta la vecchiezza del mondo. Eppure erano giovani, affusolate, belle, le mani che stendeva su quel pancione sentendo la sua creatura scalciare. Aveva amato e aveva perduto. Ma aveva amato!
Sognava di quel figlio. Avrebbe fatto di lui il senso della sua stessa vita.
Poi i dolori, la corsa in ospedale. Quella stanza lontana in cui il travaglio era sottratto ad occhi indiscreti.
Le bocche dell’inferno che si aprivano per risucchiarla, le viscera a essere dilaniate da migliaia di cani famelici, la schiena ad aprirsi e spaccarsi e il fiato a smorzarsi. Su e giu’ nella giostra del dolore sublime quello che esalta ed esulta, quello che dalla eternita’ regala sempre una nuova Eva e un nuovo vagito.
Lo aveva visto. Un attimo. Ne aveva udito il pianto. Aveva teso le mani.- Datemelo, portatelo qui!-
Ma il suo era rimasto un seno spoglio. Un albero a cui un tornado aveva strappato tutte le foglie anche le verdi, anche quelle piene di linfa.
Era sprofondata dentro il sonno , l’oblìo di ogni madre dopo l’immane fatica dello sgorgare della Vita.
Al risveglio era libera. Di nuovo signorina, di nuovo giovane e ricca, di nuovo senza vita a pulsarle dentro. Nessuno le aveva detto che quella notte l’ostetrica ,ben remunerata, aveva portato il fagotto alla ” ruota degli esposti”. Il convento era vicino, e si usava mettere nella cesta girevole della porticina quasi invisibile, ogni frutto di peccato divenuto fardello indesiderato.
Era divenuta una maschera di follia. Il suo urlo aveva lacerato ogni silenzio, persino quello delle coscienze. – Il mio bambino! Ridatemi il mio bambino! Non e’ vero che e’ nato morto. Io l’ho sentito piangere, io l’ho visto, lui mi ha guardata!-
– E’uscita fuori di senno. Mai ha avuto un figlio!- diceva la madre alle comari .
La piccola pazza.
Finche’ il desiderio di quel figlio non la porto’ a cercarlo ovunque.
La Stazione divenne il luogo di ricerca prediletto. Era innocua Naccarella. Cosi’ l’avevano soprannominata i ferrovieri. Naccarella ” dei favori”. E nessuno seppe mai il suo vero nome. Ci facevano l’amore per una sigaretta, per cento lire, per un maglione, per una notizia fasulla su un bimbo da trovare.
Naccarella dei favori…per casa una Stazione, per letto una panchina, per coperta la pieta’ .
Cercava, cercava senza posa. Mentre accarezzava un corpo, mentre sorrideva stanca, mentre la sua pelle si raggrinziva, mentre la sua antica bellezza svaniva,mentre solo lo sguardo di amore ancora vibrava.
Ricordo un giorno , un inverno di tanti anni fa . Mio padre disse a mia madre:- Hai un cappotto che non usi più?-
Lei annui’ e lo cercò.
-Fra poco e’ Natale. Vorrei regalarlo a Naccarella. Fa freddo in Stazione-
Mio padre era un ferroviere. Sentii mia madre chiedere:- Chi, Naccarella dei favori?-
Sorrise Naccarella per quel dono. Solo molti anni dopo seppi che non era sopravvissuta a quell’inverno. Era morta sulla sua panchina, stringendo fra le braccia il figlio ritrovato: una bambola che qualche angelo aveva dimenticato in Stazione.
nell’immagine: la ruota degli esposti a Napoli


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