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Logos, mito e male

Resta attaccato alla lingua per sempre l’odore della gomma con la quale abbiamo giocato da piccoli, sarei pronto a scommettere che il gusto di una nuova leccata ad un omino di plastica non ci troverebbe impreparati. Lo riconosceremmo, anche se lo confonderemmo col suono di quel tempo, un suono ovattato, che pare venire dal centro di un bosco vicino, dove qualcosa successe e forse ancora succede. C’era una volta un robot che salvava la terra dagli alieni cattivi, io l’ho visto, era fatto di gomma e lo mettevo in bocca, come tutti penso, ma sapevo che non era il vero lui, il vero lui era lontano, ma c’era. Goldrake esisteva veramente, in un paese lontanissimo chiamato Giappone, ma lontanissimo, che non ci si poteva arrivare e infatti nessuno aveva mai visto il Giappone, la patria di Actarus, colui che pilotava Goldrake.

Ma ero convinto che il mio giocattolo, perché avevo coscienza di trastullarmi con un feticcio, potesse evocare potenze, energie, forze che non mi aspettavo arrivassero da Actarus in persona, ma che in qualche modo Actarus ne fosse il mito potente che le organizzava per i bambini che l’avrebbero aiutato a cacciare il male dalla terra. Scendendo con la navicella e percorrendo il cunicolo, che io avevo individuato nelle scale che portavano al dormitorio dell’asilo dove andavo, e che mi avrebbe condotto alla testa/cabina del robot, ad un certo punto saltai giù dalla rampa urlando “GOLDRAKE!!” di fronte a tutti gli altri bambini che mi guardavano stupiti e ammirati, ero Actarus, avevo saltato un’intera rampa di scale, nessun umano dell’asilo l’aveva mai fatto, nemmeno suor Angelina, ma lei non era umana.

Poi non ricordo bene, qualcosa andò storto credo, forse l’astronave che conteneva Goldrake era stata spostata dall’asilo per non impaurire il parroco, sentii urla e bambini piangere. Mi caricarono su una lettiga e mi trasportarono all’ospedale, vedevo tutti i soffitti, anche il soffitto del cielo e vedevo Goldrake volare tra le nuvole, poi le luci del pronto soccorso, false, fredde, spazzarono via tutti i soffitti e rimasi solo. Dopo 6 ore mi dimisero con 8 punti di sutura sulla fronte, c’è di peggio, ma soprattutto l’avevo fatto per il bene dell’umanità. Goldrake comunque era una presenza importante per molti di noi, tranne che per mio padre, a mio padre non gliene fregava un cazzo e allora quando mi sgridava perché giocavo con Goldrake correvo a nascondermi nella cisterna vuota, dentro la balena.

E oggi penso al mito, ai miti greci, ad una narrazione mitologica e mi stupisco, stupidamente mi stupisco, di come eravamo millenni fa quando tentavamo di saltare altre rampe di scale, e di come faccia tanta fatica a capire quelli, così lontani da me. Io non c’entravo nulla coi miti greci, non sono mai appartenuto al mito di Otto, invece a mio padre piacevano i miti dei Greci, dei Romani, poi quelli del selvaggio West, mio padre aveva miti più robusti e più longevi. Impastati di marmo e sangue dei suoi miti non ho più saputo nulla, se tali sono rimasti nelle sue ultime ore dove una ragione da qualche parte sicuramente c’era.

I suoi ultimi anni passati a leggere e basta, su quella sedia, dove poi s’addormentava. “Romani e Greci urlate dove siete andati…Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto…” mio padre sembrava sempre più il protagonista di quella canzone di Guccini dove un mago/filosofo pagano scende al porto “Me ne andavo l’ altra sera, quasi inconsciamente, giù al porto a Bosphoreion là dove si perde la terra dentro al mare fino quasi al niente e poi ritorna terra e non è più occidente:
che importa a questo mare essere azzurro o verde?”, lui e i suoi miti e la consapevolezza di un silenzio senza ritorno, non ho più saputo nulla dei suoi miti, e lui non ha mai saputo i miei, ci siamo proprio fatti i cazzi nostri.

Mi chiedevo, sempre a proposito di mito, perché un partigiano e socialista attendeva la morte con la bibbia in mano, forse la paura dell’imminenza più definitiva, forse cercava di recuperare o abiurare o forse gli era mancato un Goldrake nella sua vita. Lo vedevo assorto e attento, almeno prima di addormentarsi, esattamente come quando leggeva dei greci e dei romani. Ormai il male l’avevo visto da anni, ero cresciuto da quando, sempre all’asilo vidi la proiezione di “Mazinga contro Goldrake” quando il mio olimpo di etica guerriera franò miseramente di fronte alla sconfitta di Actarus, lui, Actarus non era più il bene, era diventato cattivo e io piansi molto. Nel 1993 mio padre pensò, e davvero lo pensò, di aver vissuto abbastanza, ed io di cambiare facoltà all’università. Il 23 giugno di quell’anno diedi il primo esame, era sul Timeo di Platone, tre mesi prima invece mio padre aveva chiuso per sempre la bibbia.

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