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Sulle note dell’autunno

Ettore, tu sei per me padre e nobile madre
e fratello, tu sei il mio sposo fiorente;
ah, dunque, abbi pietà, rimani qui sulla torre,
non fare orfano il figlio, vedova la sposa.
Iliade, VI

Tutti sembrano essere scomparsi.
Sembra ieri quando la casa viveva di noi. Di me e di te, in particolare, negli ultimi anni, rimaste ormai sole custodi di un passato che non tornava più.
I grandi saloni affrescati, arrivato l’autunno, rimanevano chiusi. Eravamo protette ormai dalla stufa che si accendeva in cucina. Faceva fumo, mi intossicava, ma tu non ne volevi sapere di cambiarla, testarda come sempre. Me ne andavo impregnata di quell’odore di bruciato che inevitabilmente mi ricordava te tutto il giorno.
Non riuscivo a starti lontana, eri per me madre, padre, sorella, rievocando Andromaca quando Ettore se ne va a morire nella piana.
Così tu mi hai lasciato, e il deserto non si è mai colmato.
Sono passata di lì, come ogni giorno, a nutrire la nostra gatta, arrivata da chissà dove e adottata certo più da me che da te. Ma pur di farmi contenta, l’accettasti, l’accogliesti nel tuo giardino.
Una toccata e fuga, per non sentire la nostalgia. Per non sentire il freddo, quello vero, quello dentro l’anima, quello che mi dice che tu non ci sei più.
Se guardo il giardino, so che tu sei in ogni fiore, pianta, albero.
E oggi, d’improvviso, dopo il caldo estivo che le aveva arse, le ortensie sono rinate, rosse rosse, a pungermi l’anima, a riaprire la ferita.
Ti invito a guardarle, nella loro bellezza, piena di te.
Bagnate dalla pioggia, le lacrime non si vedono, possono ancora rimanere nascoste.
Posso solo scappare, mio malgrado, dal silenzio imperturbabile del tuo regno, dove però posso ancora ritrovarti e parlarti, quando non ne posso più della tua assenza. Sottovoce.
Non più le risate contagiose, solo sussurri, perché tu mi possa sentire meglio.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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