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Senza Anima

La volontà di vivere sta al godimento creativo come la volontà di potenza stava all’appropriazione e alla distruzione degli uomini e della terra.

Siamo in marcia inesorabile verso la fine.

Tra sé e sé comprendeva, ma era assillato da un pensiero di Patti: Speranza e menzogna sono funzionali l’una dell’altra, sono percepite come la stessa cosa. Un altro mondo è di notte, le persone che si amano possono essere separate dalle circostanze della vita ma, anche solo in sogno , la notte appartiene a loro.

Anacleto, era gobbo, non era bello, zoppicava, amava il bello di tutte le cose, soprattutto di quelle che rispondevano alla sua personale estetica “del bello” conseguenza della sua educazione sentimentale centrata sul dubbio e la perplessità, capitava che forse ogni cosa era semplicemente, per il fatto di essere, bella.

Raccapezzarsi, trovare il bandolo di questa matassa era un processo arduo.

Si sentiva confuso a causa o per colpa dei suoi infiniti dubbi. Passeggiava lungo il viale che dal cancello della strada lo portava all’ingresso principale e lo introduceva al salone principale.

La servitù, chissà perché, lo indicava come salone delle feste, altre volte, quando vi giungeva il Prevosto per la benedizione Pasquale, era declassato a salone del ricevimento.

La cappella ove sovente Don Piero, il prete anziano, diceva messa, era l’unico spazio prossimo alla casa di pregevole origine. Quella era la cappella di famiglia, che come diverse chiese della campagna veronese, sono d’impianto Romanico, così tutte le pietre erano modellate a mano da specialisti nell’arte dell’uso dello scalpello, mentre la loro origine o provenienza, la prossima Lessinia.

Conosceva uno ad uno, per nome i quattrocento tigli ed ippocastani che fiancheggiavano il viale, chissà quale dei suoi avi, aveva attribuito proprio quel nome iscritto nella memoria, tramandato oralmente, iscritto nel registro puntiglioso dei vari casari. Il primo libro di cronache della casa conosciuto aveva una data 1721.

Savina, guardarobiere e manutentrice ordinaria di quegli spazi interni, all’uopo cuoca, aveva preparato per lui il frugale pasto. Desinò in solitudine nella contenuta e calda stanza situata accanto l’appartamento della servitù, dopo amava passeggiare.

La solitudine era come è una grande e fiera compagna, ben la conosceva perché di tanto in tanto gli regalava orgoglio e fierezza, spesso confuse, da molti, come una sorta di durezza scorbutica se non forse un’arcana malattia di origine psichica.

Così non era e non è, come sanno quelli che lo frequentano e l’apprezzano per la sua attività di studio e ricerca ma soprattutto di approfondimento del pensiero, giusto per risolvere cose semplici, per quelle complesse serviva un risolutore di complessità e questi è solo l’ingegnere in qualche caso il filosofo.

Alex, durante il suo passeggio pomeridiano si perse una sua riflessione che sarebbe intima se non avesse trovato un narratore del suo pensiero che trascrivesse ogni suo sospiro.
Siamo in guerra: è quello che dicono i nostri governi, è quello che scrivono i giornali, è quello che ci diranno nei prossimi giorni per spingerci a combattere.
Sì, è vero, siamo in guerra: quello è stato un atto di guerra; odioso, inumano, vile, immorale. Però non basta dire siamo in guerra, dobbiamo dire contro chi siamo in guerra. E perché siamo in guerra.

Questo è il punto fondamentale.

Se ci vorranno far combattere contro una religione, contro le donne e gli uomini che professano quella religione, allora dovremo disertare, dovremo rifiutarci di sparare; perché proprio perché siamo tra atei, i miei fratelli sono cristiani, musulmani, ebrei.

Se ci vorranno far combattere contro un altro popolo, anche allora dovremo abbassare le armi, perché io sono europeo, ma mio fratello è arabo. Ci diranno che è impossibile distinguere il musulmano buono da quello cattivo, l’arabo buono da quello cattivo; è vero, così come è impossibile distinguere il cristiano buono da quello cattivo, l’europeo buono da quello cattivo. Questa è una distinzione che in un campo di battaglia è impossibile da fare. Per questo qualcuno di noi pensa che sia sbagliato fare la guerra, e che sia un gravissimo errore fare la guerra che vorrebbero farci combattere domani, per vendicare gli attentati di Parigi, per impedire che ne vengano compiuti altri, a Roma, a Londra, a Washington.
E’ vero, noi siamo in guerra; dobbiamo esserlo. Siamo in guerra contro i fanatici che si uccidono per uccidere, ma soprattutto siamo in guerra contro chi li educa, li arma, li spinge a scegliere un bersaglio piuttosto che un altro.
Siamo in guerra contro chi predica l’odio, contro chi falsifica le religioni, contro i razzisti che insegnano a disprezzare gli altri popoli.
Siamo in guerra contro chi sfrutta la povertà per reclutare nuovi terroristi e siamo in guerra contro chi non fa nulla per rimuovere le cause di questa povertà.

Pubblicato inAmore

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