CONCORSO IO RESTO A CASA
In una Montagnana un po’ datata, un po’ romantica, sono tanti i luoghi che fino ad ora ho abitato, e altrettanti luoghi hanno abitato me.
E di questi luoghi che hanno accolto i primi amori, le delusioni, gli affari e le opinioni, c’è una casa vecchio stile, mai tinteggiata perché “a cosa serve?”.
Una casa che profuma di torta, che ha un po’ di rughe, ma soprattutto un nome: Lidia.
La genetica non ha avuto molta fantasia tra una generazione e l’altra, tant’è che spesso vengo scambiata per la sorella maggiore o per la sorella di mia madre: in qualsiasi caso, nonostante la differenza d’età sia modesta, ma forse non così evidente, quella più vecchia risulto io.
Ma Lidia, una quasi ottantacinquenne dagli occhi azzurri e capelli bianchi, rappresenta una certezza: quando passeggiamo insieme, si riconosce a vista d’occhio chi è la più giovane tra le due. È risaputo che le nonne dispensano consigli come fossero caramelle, quelle che di nascosto ti consegnavano quando eri piccola. Quelle stesse nonne che rimproverano, che amano, che conoscono bene chi tu sia ancora prima che tu stessa lo possa capire.
Ricordo molto bene quando venni arruolata mesi fa: l’autunno era agli sgoccioli e mia nonna pensava spesso ad uno dei suoi piatti preferiti, lo schisoto. La tradizione vuole che sia un tipo di pane, ma lei usa questo termine per indicare un dolce tipicamente veneto, la torta putana.
La verità è che non ho mai aperto una discussione al riguardo: vi basti pensare che durante la preparazione potevo essere rimproverata per tenere inclinata la scodella mentre montavo uova e zucchero.
Ma da quel giorno, ogni sabato, ci si dà appuntamento nella piccola cucina per impastare una torta a quattro mani. Durante la cottura su fornetto Versilia, che richiede circa un’ora, ci accomodiamo per bere un tè e recuperare le energie.
E come passare questo tempo in modo migliore se non sfogliando vecchi album di famiglia e partendo con lunghe digressioni storiche su eventi passati? Per quanto possa risultare a tratti noioso, i suoi racconti mi hanno sempre affascinata, specialmente quando mi parlava di suo marito, mio nonno, che non ho mai conosciuto. Uno dei suoi ricordi più vividi riguarda il primo periodo in cui erano “fidanzatini”: era una sera di festa, e Marco, da galantuomo qual era, andò a chiedere al padre di mia nonna il permesso di invitarla a ballare. Non mi ha mai raccontato il seguito, ma mi è sempre piaciuto immaginare il loro imbarazzo, i loro movimenti, le loro risate in una calda sera d’estate.
Da circa un mese questa routine è stata messa da parte, perché ci vuole consapevolezza, ma soprattutto prudenza per affrontare situazioni del genere.
Ora è iniziata una corrispondenza telefonica, dove ci si chiede come si sta, cosa si fa durante il giorno, con relativi aggiornamenti sull’università e raccomandazioni “da nonna”.
Spesso mi ricorda del nostro consueto appuntamento del sabato, da riprendere non appena sarà possibile. Ed infatti mi ripeto sempre che l’esser golosi è sempre stato di famiglia.
Tuttavia, per sopperire a questa mancanza, mi sono munita di lievito di birra e farina: sebbene sia anziana, anche mia nonna ha il suo guilty pleasure: immergere il pane nel caffellatte.
E così, una volta recapitate le pagnottine tramite mia madre, arriva la telefonata di ringraziamento, che si conclude sempre con uno scambio virtuale di baci.
Perché se Maometto deve restare a casa, un modo per arrivare alla montagna lo si trova ugualmente.

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