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Un fiore per Antero

Antero: zavariare a vissinelo ! Febbre petecchiale. Una sentenza!
Alla frasca, quel dì, di un marzo ventoso, con in tasca le sole palanche donate dalla beneficienza al reduce, giunse solo per placare la sete, era di più la fame. C’erano naufraghi e fanti come sbandati. La guerra era già finita quasi da cinque mesi.
Il mantello da fante permetteva alle spalle acute di magrezza, un tepore. Era la febbre! Le gambe fasciate ai polpacci dai piedi, dondolavano dentro i pantaloni di panno infeltrito grigioverde. La sua pelle secca e rigida sopportava l’atrito con il panno. Scarpe di legno con tomaia di corame, fermato da chiodi e altri chiodi a rinforzare la suola.
Il vino aspro, come d’uso in scodella di legno, scendeva lento, raggiunse ogni parte sensibile di Antero, reduce di una guerra vinta.
La parola “lenità” lo descriveva, eppure diciotto mesi di trincea fangosa agli ordini della follia, non l’avevano indurito.
La compagnia di un fedele 91, una baionetta, una ricarica di pallottole, due bombe a mano, una gavetta, l’elmetto, un passamontagna. Le fucilate, talvolta la cannonate sopra la testa! Cormons, il tricolore issato in camino preso a fucilate.
Dopo l’armistizio, per la febbre rinchiuso in un ospedaletto da campo nominato San Quirino, buttato lì in fretta, giusto per i fanti malati in ritorno.
Il congedo, arrivò che era quasi primavera, dopo lunghi mesi a schiacciar pidocchi! Un pezzo di carta. Il rompete le righe urlato dal sergente, un serpente!
Antero è mite e leggero, provvide a riconsegnare il novantuno e le munizioni. La tradotta dei reduci è calma, anzi lentissima, arriva a notte fonda, dieci lunghe ore di viaggio. Stazione di Padova! L’urlo finale.
Un odore difficile da sopportare come in ogni stazione! All’alba partenza per Legnago. Quasi a casa!
Inviato dal messo comunale in quarantena nel lazzaretto di via Lovara, per via di quella febbre. E’ la sorte del reduce solo, la Spagnola, gli ha tolto ogni parente e la speranza.
Le poche cose della sua famiglia consegnate al padrone. E’ la miseria che governa i bovari di questa terre umide. Poche parole detto ad Antero senza pena, dal messo del comune.
La sua febbre è diversa, non proprio infuocata. Lo obbliga alla quarantena. Evitare contatti con altre individui! Febbre petecchiale, causata forse dai pidocchi di trincea, così sussurravano senza dirlo a chiara voce, forse era un’altra cosa. Il desiderio di prender parte alle discussioni dei suoi compagni di quarantena è forte, non tanto quanto l’incapacità di fare il primo passo, stretto com’è nella morsa della timidezza. La bocca si censura, il corpo si blocca: la trappola dell’inibizione emotiva costringe Antero a rimanere solo, confinato nel proprio spazio ridotto. Assediato, ridotto dalla paura dell’altro, dai possibili pregiudizi di chi gli sta intorno, così si lascia toccare dai ricordi più cupi: la presenza decisiva dei genitori, braccianti, bovari alla bisogna. Pesavano le esperienze dure vissute, la fame al centro, sempre sul finire della magra stagione invernale. Era una condizione sociale normale. Nessuna ribellione alla vita.
La rassegnazione di molti reduci come lui, era la condizione, una necessità per conservare il duro presente. Rassegnarsi non significa sperare ma accettare tutto quello che accedeva. Il malessere, cresceva pari alla fame antica da bracciante. La lenità è tolleranza dopo aver donato tempo e vita ad una Patria avara, conosciuta solo dalle chiacchiere degli ufficiali e nei discorsi ufficiali incomprensibili ai fanti, parole cattive d’incitamento ad un odio verso uomini diversi per la sola divisa. Nemici!
Qui, a casa obbligati alla quarantena per colpa di nemici imprecisi “peste petecchiale” per poi scoprire essere una febbre detta “Spagnola”. Ancora nemici, ma nascosti, invisibili. Antero pensava alla sua canzone preferita …
Traditori signori ufficiali
Che la guerra l’avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù
Generali o voi che dormite
con le mogli sui letti di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir

Palazzetto del lazzareto, crosara di via Lovara, la mattina trovarono Antero, irrigidito, gelido.

nell’immagine: La Grande guerra sull’altopiano di Asiago

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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