Vago un’ultima volta per le stanze.
Non sono del tutto vuote, ma la nuova inquilina ha detto che possiamo lasciare ciò che non ci serve.
Fosse per me, porterei via tutto: i muri, i mobili, gli oggetti.
Questa casa ha visto generazioni passare di qui.
La mamma me l’ha raccontata, narrata, la vita che vi si conduceva.
Con il suo accento veronese e la fabula da commedia mi faceva morire dal ridere quando di colpo resuscitava le sue tre zie goldoniane: Luigia, Angelina, Elisabetta.
O quando mi diceva, più con orgoglio che con rammarico: tu non l’hai conosciuto, ma sei uguale al nonno, rabbiosa come lui!
Screzi, dispetti, risate, affetti risuonano mentre scruto, osservo, cerco qualcosa che mi parli di loro, in questi luoghi ormai silenziosi e impolverati.
Non so come sono riuscita a far girare la curva, stretta, dell’androne delle scale, ad un comò a cui mia madre teneva tantissimo: impossibile, diceva, portarlo via… Non passerà mai!
Ora sarà mio. I cassetti pieni di scatole, scatoline, souvenir di tutti i tipi.
Vago per le stanze e persino una coperta, ancora, ricopre una vecchia poltrona a sdraia di finta pelle scolorita.
Lì sedeva nonna Mary tutte le volte che la vidi nella sua cucina.
Guardo affranta la vetrina: sarebbe tutto da buttare. Prendo due tazzine, senza sbucciature.
Ma mi richiama quel vecchio pozzo in giardino: lo domina con la sua eleganza.
Felice che fosse finalmente mio, mi sono fatta ritrarre, qualche tempo fa, in una bella fotografia in cui sorrido, felice, sedendovi in cima.
Sì, se potessi…
Io che mi muovo sul filo della storia e dei ricordi…
Queste briciole, mi dico, sono per “i morti che tornano”: in un mondo senza fine e confini viviamo con loro.
Vago per le stanze vuote, per l’ultima volta.


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