Entrai di corsa in quella stanza grande.
La poca luce non mi permetteva di distinguerla bene, vedevo solo un piccolo rigonfiamento al centro del letto e i suoi capelli candidi sul cuscino.
Due “Angele” vicine: una di 86 anni, l’ altra di 19; una stanca, vicina alla fine, l’altra giovane, piena di vita.
Erano legate da un affetto forte, zia e nipote; la zia era piccola con un sorriso dolcissimo e una vita che non le aveva risparmiato dolori, la nipote alta snella e sempre in movimento, ma tra loro c’ era un legame solido dove l’ attenzione, le cure, nel tempo si erano invertite.
Ora era la diciannovenne a prendersi cura dell’ altra; trovava naturale ricambiare le stesse cure che aveva ricevuto da bambina.
Presi una sedia e l’ avvicinai al letto, mi sedetti e le presi la mano.
La strinse subito, mi riconobbe!
Sapeva tutto di me, era lei che mi consolava quando, bambina scappavo dai rimproveri, sempre lei che mi stava accanto durante i piccoli malanni stagionali. Era l’ angelo custode a cui avevo dato un volto, era la mia zia delle favole, la stessa che durante una mia malattia importante, sentii, con le mie orecchie, pregare e offrire la sua vita in cambio della mia.
La sua mano è calda, ma respira a fatica; vorrei sollevarla, sistemarla meglio ma non risponde più fisicamente, così resto seduta, aspettando.
La pettinavo io la mattina e lo facevo stuzzicandola, le dicevo che era bella e che aveva capelli stupendi, lei rideva e mi accarezzava con quegli occhi dolci, poi mi raccontava di quando era giovane e si era innamorata.
Ora il suo viso è immobile, respira piano, sempre più piano, la prego di stringermi la mano, sento che lo fa, poi lentamente si rilassa e sorride. Così ci salutiamo.
Sono ancora seduta e stringo la sua mano ma lei, l’ altra Angela, è andata via e io mi sento sola.
Ora posso piangere!
nell’immagine: foto di Fulvio Mantoan


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