La mia Nannarè amava le collane. Poggiavano sul suo florido seno e divenivano un unicum col suo abbraccio.
Ovunque mi portasse il desiderio di viaggiare, “casa” era il ritorno da lei con un pacchetto variopinto contenente plastica, vetro, palline colorate. Il mondo, diceva, dentro una collana.
E la indossava felice infischiandosene dell’abbinamento o ” dell’armocromia”.
Il legame intenso con mia nonna è stato uno dei motivi per cui sono stata ” un’emigrante di ritorno”. Vivevo a Villanova sull’Arda, un borgo in provincia di Piacenza, sulle sponde del Po. Ogni giorno le scrivevo io, ogni giorno mi scriveva lei. Ogni settimana spedivo io, ogni settimana spediva lei. Raccolte in un nastro rosso le sue lettere conservavo io. Raccolte in una scatola rosa le mie lettere conservava lei.
Oggi la mia scatola dei ricordi le contiene tutte in Memoria dell’Amore che non conosce il Tempo e lo Spazio.
Amava il colore rosa la mia Nannarella. Il Nord conobbe la mia passione per la Storia, per la conoscenza dei luoghi. Un giorno, innamorata e a Venezia, mentre fra i calli gustavo la dolcezza dei baci misti alla gioventù che non teme il futuro, vidi nella vetrina di un piccolo negozio di oggetti artigianali di Murano, una collana realizzata in vetro di colore rosa.
Immaginai immediatamente la mia nonna felice per quel dono, la vidi scartare velocemente il pacchetto e indossare, con gli occhi a sorridere, il monile che ne certificava il suo essere donna sempre, comunque, a prescindere dai dolori che pure, ne falcidiarono lo spirito ed il corpo.
Comprai quella collana che il negoziante confezionò meticolosamente, informato dei mille km che quel vetro avrebbe dovuto percorrere per giungere al collo della mia amata.
Tornai per le vacanze quell’estate, come ogni emigrante atteso, come ogni figlio della mia terra che, varcato il Pollino, sente i profumi di quel mondo che lo spinge a partire e lo condanna,poi, a portarlo nell’anima in qualsiasi latitudine spenda il suo domani.
Chi torna trova braccia e cuori ad aprirsi nel benedetto gesto dell’accoglienza.
Mi tuffai in quello spazio libero e fortificato dell’abbraccio di mia nonna e tornai bambina mentre le sue mani, più nodose, più raggrinzite dall’età, carezzavano la mia testa come quando, piccola monella, mi salvavano dai rimproveri di mia madre.
Le donai la delicata collana di vetro rosa. Vidi le sue gote imporporarsi assaporando il piacere di essere pensata, amata, coccolata, lei che dispensava amore senza timer e senza misurino.
Nannarè custodí quei piccoli vetri rosa come fossero una reliquia. Era la ” collana delle feste terribili” le dicevamo con allegria, quella da indossare quando un momento importante sottolineava l’esistenza “dell’ essere pigna” della nostra famiglia.
Qualche giorno fa, il 2 giugno, ho festeggiato il mio compleanno. Anche io amo i vezzi femminili. Nei mercatini mi piace scovare monili eccentrici, colorati, che rallegrino il mio collo e l’anima che gli vive vicina.
Ho aperto la scatola delle collane, quella che le mie nipoti corteggiano e che spesso, sfoltiscono con la loro grazia che mi scioglie e mi fa divenire generosa elargitrice di ” pseudo gioielli”.
Fra le mie mani un sacchetto di velluto avorio. La collana di mia nonna. Piccoli vetri rosa.
Una coincidenza?
No. L’Amore cerca sempre la strada per tornare da noi. Ogni mio compleanno, Nannarè trova il modo di farmi i suoi auguri speciali. Indossai la collana sorridendo al pensiero di quella piccola, tenace donna il cui amore neppure gli angeli possono imbrigliare!


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