Mi ritorna in mente quel salone pieno di libri.
C’era una collezione di volumi, una collana di autori stranieri, che attirava particolarmente la mia curiosità di bambina.
Ciascun esemplare era firmato in bella grafia da mio padre, esuberante lettore e cultore della bellezza e dell’eleganza.
Con timorosa curiosità mi avvicinavo intimidita ai quei tesori, poi ne annusavo la carta, e fingevo quindi di saper leggere, recitando a voce alta alcune righe prese qua e là dalle pagine.
Sapevo di essere sola, rannicchiata tra la libreria e la parete.
Ma un giorno mi scoprì: la sua gigantesca mole si avvicinò e, scrutandomi, il suo viso passò dalla perplessità al sorriso.
Mi prese per mano, invitandomi a sedere sulla sedia a dondolo che tanto amavo.
Lo vedevo perciò ancora dal basso, immenso nella sua statura.
Mio padre mi chiese, col riserbo che sempre lo caratterizzava, se avessi voglia di imparare a leggere davvero.
I miei pensieri si affastellarono, diramandosi in mille rivoli di euforia e immediata impaziente attesa di quello che finalmente si sarebbe avverato.
Sì, lo volevo, lo desideravo!
La mia cara mamma si fece carico dell’impresa ed ogni sera, sebbene stanca, disponeva davanti a me un alfabetiere: ciascuna tasca in cui erano contenute le lettere era deliziosamente decorata e colorata.
Che emozione!
Ed imparai, con la mia solita caparbietà, a comporre le parole, e poi a scriverle…
Mi premiarono con una cartella verde, una di quelle con cui i bambini andavano a scuola, anche se io a scuola ancora non ci andavo…
Diventò la mia ombra, quella cartella: conteneva l’affetto più profondo che i miei genitori avessero potuto dimostrarmi e donarmi.
I libri sono musica per i miei occhi: la cartella verde
Pubblicato inSogni


Sii il primo a commentare