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Agitazione

 

Non fare la vittima, c’è chi soffre davvero, più di te. Ma il dolore non ha qualità! no certo, ma quantità sì.

La distanza tra il mio tavolo e Gaza è abissale.

Lo ripeto per educazione verso la realtà e per cautela contro la presunzione.

Il dolore qui arriva in ritardo, schiacciato dentro lo schermo, ma entra e scava.

Al mattino apro la pagina, la rassegna dei giornali, i pdf aperti a decine e la prima pulsione è la cura. Metto in ordine e verifico. Subito dopo si affaccia il ritiro: misura le parole e resta “equidistante”. Quella voce indossa abiti rassicuranti. “Puttanate”, mi dico, è propaganda introiettata, cloroformio, Super-io distorto, riverberi repressivi, dabbenaggine. La neutralità ci addormenta. La prudenza, quando serve a proteggere la faccia, spegne la cura. Pensa a Gramsci. A Spinoza. A Pasolini. Ricorda Camillo Berneri.

Impotenza. Parola di metallo. Resta in bocca odora di ruggine, di sangue. Significa contare mentre la conta prosegue. Conosco mappe e sentenze, mi atteggio da storica senza esserlo e intanto un bambino ha bisogno d’acqua. Allora traffico in gesti minimi: correggo una data, traduco un capoverso, passo un IBAN, penso alla prossima mobilitazione. Non posso cambiare il corso della storia. Cambia la postura. La mia. Anche quella di chi scrive e chi legge ogni giorno.

La frustrazione è sorella dell’impotenza. Ama la platea. Picchia sullo sterno e pretende scena. Le offro una sedia bassa. – Parla piano, mi dico, – evita il teatro. Le do un compito: stanare gli alibi che mi crescono addosso. Funziona come organo del fiuto. Avverte la retorica e scova il deodorante che copre l’odore di bruciato. Mi salva quando la “brava ragazza” (ormai non più ragazza) prende il comando e divento inutile.

La solidarietà ha stoffa ruvida. Messaggi senza firma che attraversano la notte, silenzio condiviso davanti a una foto che pesa. Questa forza toglie centralità all’io e allarga il cerchio. Noi, anche senza platea. Nei giorni peggiori resta l’unica medicina senza assuefazione. Ricorda che il dolore appartiene a più case e resta vicino

Dedizione. Parola antica senza martirologio. Preferisco pensarla come cura quotidiana. Piccoli riti proteggono il senso dallo sbriciolarsi. Leggere prima di parlare. Verificare prima di condividere. A volte tacere quando la voce rischia di diventare esercizio retorico, mero narcisismo. Questa fedeltà evita il rogo, mantiene. Tiene il fuoco basso e vivo. E chiede una domanda semplice: a chi serve quello che faccio. A una persona, forse a due. Basta e avanza. Se sono di più meglio, se sono di meno non frega a nessuno. Neanche a me.

Soffrire con chi soffre richiede tatto. La ferita altrui resta fuori dal mio bisogno di identità politica. Mi sposto di lato. Lascio passare il racconto di chi può parlare e poi lo custodisco. Via l’estetica della maceria. Via la pornografia della lacrima.

Tra pessimismo e speranza cammino storto. Il primo ripulisce l’ingenuità e impedisce l’innamoramento per favole consolatorie senza condizioni. La speranza invece lavora. Smaschera ipocrisie e collusioni. Costa amici, occasioni, lavoro, a volte pace familiare. Quando una menzogna riceve il suo nome con prove e pazienza, una parte di mondo si raddrizza di un millimetro. Silenzioso, però pesa.

Le collusioni abitano fuori e dentro. Fuori si vedono contratti e forniture, corridoi diplomatici chiusi. Dentro agisce qualcosa di più sottile: il desiderio di essere invitata, la paura di sembrare esagerata, la smania di apparire equilibrata, l’ansia di restare gradita. La sera mi chiedo: per chi sto parlando. Se l’unica risposta sincera resta io stessa, meglio tacere finché l’altro rientra nel mio discorso.

C’è un punto in cui la mente vuole chiudere il coperchio. Basta, troppo. In quel punto scelgo un gesto minimo. Rileggo una poesia e sottolineo. Mando un messaggio. Metto in fila due verbi che stonano ma dicono la verità di quell’istante. A volte sbaglio un accordo, inciampo nella punteggiatura. Lascio la riga storta. La lingua serve, come un letto d’ospedale disordinato.

Salto la tesi finale. Continuerò a fare quello che posso. A stare tra il pessimismo della ragione e la speranza del lavoro lungo e quotidiano. Senza confondere il mio dolore con quello dei vivi sotto le tende. Il compito resta modesto: allargare la sedia, passare l’acqua, aprire una finestra quando l’aria manca, accendere una lampada. Una luce piccola resta accesa. Per chi tornerà. Per chi torneremo. Se torneranno, se torneremo. E cosa resterà di noi alla fine?

da facebook

[Opera di Malak Mattar, No words, 2024]
Pubblicato inGenerale

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