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Quel viaggio indimenticabile 2

PROGETTO “DI CHE SOGNO SEI”  CORSO DI SCRITTURA

ESERCITAZIONE:

Scrivere un racconto di almeno 400 parole con un INCIPIT COINVOLGENTE evitando:

IL VERBO ESSERE, FARE, DIRE, STARE, RISPONDERE, ASCOLTARE, VEDERE, GUARDARE, COSA, QUALCOSA, BELLO, BRUTTO, POSSIBILE, MOLTO, TANTO, PERCHE’.

TITOLO: QUEL VIAGGIO INDIMENTICABILE

 

Atterrare dopo quel volo interminabile fu un sollievo. Appena usciti dall’aeroporto, l’aria salmastra ci investì, e con lei anche l’entusiasmo di trovarci finalmente in una città che avevamo visto solo in foto. Strade sconnesse, case colorate, il suono delle onde in lontananza e voci che parlavano in una lingua a noi sconosciuta.
Trascinare i trolley sulle strade irregolari fu difficile, soprattutto per Marco, che dopo dieci metri aveva già perso una ruota.
Tra risate e inutili tentativi di riparazione, riuscimmo comunque a raggiungere l’appartamento. Piccolo, con un balconcino affacciato sui tetti e, in lontananza, uno spicchio di mare.
Le giornate seguivano tutte uno schema specifico: esplorazioni senza meta, soste infinite nei bar a bere caffè, assaggi di piatti dai nomi impronunciabili. Ogni angolo della città nascondeva un dettaglio inaspettato: una piazza piena di musicisti, un vicolo tappezzato di murales, una scalinata che sembrava non finire mai ma che, in cima, regalava la vista più incredibile sul porto.
Acqua limpida, spiagge di sabbia dorata, stabilimenti con ombrelloni colorati dove anziani del posto giocavano a carte da mattina a sera. Il nostro passatempo preferito? Il pedalò con lo scivolo. Sembrava una scelta innocente, fino a quando non decidemmo di spingerlo al limite, tra gare di tuffi spettacolari e cadute poco eleganti. Il punto più alto dell’imbarazzo fu quando
Marco si lanciò con troppa sicurezza, scivolò male e atterrò di schiena con un tonfo così forte che persino i gabbiani si spaventarono.
Le serate erano un susseguirsi di cene infinite, passeggiate sul lungomare e tentativi maldestri di ballare come la gente del posto. Una sera finimmo in un locale minuscolo, nascosto tra le vie del centro. La band suonava musica dal vivo, i tavoli erano troppo pochi per tutti i presenti, e in un attimo ci ritrovammo a ballare con perfetti sconosciuti, ridendo come non avevamo mai fatto.
L’ultima mattina arrivò troppo in fretta; la colazione veloce al bar sotto casa, l’ultimo sguardo al mare prima di salire sul taxi per l’aeroporto. Nessuno parlava, sia per la stanchezza e sia perché già sapevamo che quella città ci sarebbe mancata.
Salendo sull’aereo, ripensai a tutto quello che avevamo vissuto in quei giorni. Ogni viaggio lascia un ricordo speciale, ma alcuni, restano impressi più di altri.
E questo, senza dubbio, era uno di quelli. (Carlotta)

 

Arrivò il giorno tanto atteso. La partenza per la Sardegna, finalmente. Da quando mia madre aveva annunciato che quest’estate avremmo intrapreso quel viaggio, non riuscivo a smettere di pensare a quello che avrei trovato e all’emozione che mi avrebbe dato. Ma, prima di scoprire le spiagge bianche e il mare cristallino, rimaneva  un ostacolo da affrontare: il lungo tragitto in macchina e in traghetto.La partenza era  fissata per la mattina presto, nonostante l’entusiasmo che provavo, non mi lasciava dormire. Il pensiero delle ore e ore di strada scatenava un’ansia intensa. I miei genitori sembravano entusiasti, come sempre, ma sapevo che avrei voluto scendere dalla macchina dopo appena trenta minuti.La strada sembrava infinita. All’inizio, qualche chiacchiera e i paesaggi che cambiavano continuamente mi distraevano, ma presto la noia prese il sopravvento. In macchina, nulla sembrava più interessante, tranne il caldo che cresceva sempre di più. Ogni volta che osservavo  l’orologio, il tempo sembrava fermarsi. E non avevamo  ancora  preso il traghetto.Quando finalmente arrivammo al porto, non riuscivo più a rimanere in piedi. Una folla enorme e un caos generale ci circondavano. Aspettare il traghetto sembrava non finire mai. “Ancora un po’ di pazienza,” affermava  mia madre, ma ormai l’idea di restare lì mi irritava.Alla fine, salimmo sul traghetto. La traversata non rispecchiava affatto le mie aspettative. Il mare mosso provocava  oscillazioni alla nave. Non n  riuscivo a capire se fosse più pesante la nausea o la stanchezza accumulata, ma pensavo che, una volta arrivati, tutto sarebbe cambiato.Aspettavo solo  l’ora di scendere e respirare l’aria di quella terra che avevo ammirato  solo in foto.Quando il traghetto finalmente arrivò a destinazione, una sensazione di gioia e felicità mi travolse. Il mare che tanto aspettavo si trovava finalmente davanti a me. Non si notavano più macchine, e non rimanevano più  ore di viaggio da affrontare. Restava solo la Sardegna, l’isola dei miei sogni. Mi sentivo stanca, ma anche felice. La fatica sembrava sparita, come se non fosse mai esistita. Il viaggio, lungo e snervante, mi aveva portato finalmente dove desideravo . (Matilde)

 

Fiumi di libertà scorrevano tra paesaggi selvaggi, mentre le nuvole scontrose sfioravano le cime in lontananza. Prima ancora di avanzare, il vento portava con sé il profumo della resina, e gli alberi danzavano con un fruscio lieve. Ogni passo risuonava come un’eco di racconti antichi, incisi sulla pietra come leggende di un tempo lontano. Il sentiero, ripido e irregolare, sembrava un passaggio segreto verso una nuova avventura.

Un ruscello scorreva impetuoso poco distante, riempiendo l’aria con il suo suono vivace. L’acqua limpida scivolava tra le rocce levigate, invitando a immergere le mani per un brivido di freschezza. Le gocce fredde scivolavano tra le dita, donando sollievo dopo il lungo cammino. Tra i rami, il sole filtrava delicatamente, illuminando le pietre con riflessi dorati. L’aria sapeva di terra bagnata e foglie, un profumo che riportava alla mente ricordi d’infanzia e avventure passate. Un leggero soffio di vento accarezzava la pelle, rinfrescando il corpo e la mente.

Dopo ore di viaggio, tra salite ardite e discese ripide, un rifugio in legno scuro apparve all’orizzonte. Sembrava un porto sicuro per viaggiatori erranti, un luogo dove il tempo rallentava. Il tetto consumato dal tempo contrastava con il verde brillante della radura circostante. Entrando, l’aria profumava di legna arsa e spezie lontane. Una stufa antica scaldava l’ambiente, mentre sedie in legno consunto circondavano un tavolo segnato dal tempo. Sulle pareti, vecchie fotografie raccontavano storie di chi, prima di allora, aveva trovato riparo tra quelle mura. In un angolo, una lanterna oscillava leggermente, proiettando ombre danzanti sulle pareti di legno.

Accanto al camino, un gruppo di escursionisti condivideva racconti di viaggio. Un uomo dalla barba candida narrava la sua traversata tra le Ande, descrivendo montagne spettacolari e incontri inaspettati. Una giovane donna, con lo sguardo fiero e l’animo indomito, parlava del suo cammino in solitaria attraverso i ghiacci islandesi. Ogni parola intrecciava immagini vivide, trasportando chi ascoltava in mondi lontani. Le risate riempivano l’aria, mescolandosi al crepitio del fuoco.

Fuori, la notte avvolgeva la montagna con un velo di stelle. Il silenzio aveva un suono tutto suo, profondo e avvolgente. Stendersi sull’erba e ammirare quel cielo infinito donava una pace impossibile da descrivere. L’aria frizzante sfiorava la pelle, regalando una sensazione di pura libertà. Un gufo lontano lanciò il suo richiamo, rompendo per un attimo la quiete assoluta.

All’alba, il viaggio riprese. Il sentiero si snodava tra vallate fiorite e cascate nascoste, mentre il cuore batteva forte, colmo di meraviglia. Alcune esperienze non si esauriscono mai: rimangono impresse nell’anima, pronte a risvegliarsi ogni volta che l’orizzonte chiama (Luca)

 

Un tempo, un viaggiatore solitario intraprese un viaggio verso un piccolo villaggio nascosto tra le cime innevate. Nessuno conosceva esattamente il motivo del suo arrivo, se non che qualcosa lo spingeva a scoprire quel luogo, lontano da tutto e da tutti. La sua presenza nel villaggio sembrava quasi fuori posto.

La strada che lo condusse lì era tortuosa e solitaria, avvolta in una nebbia sottile che non accennava mai a dissiparsi. Man mano che si avvicinava alla meta, l’ambiente cambiava, diventando più inquietante, quasi come se il paesaggio stesso fosse carico di segreti. Gli alberi spogli si distinguevano alti contro il cielo grigio, le loro sagome deformate sembravano quasi animarsi sotto il peso della neve che cadeva senza fermarsi.

Quando arrivò nel villaggio, il sole stava già calando, e la città sembrava addormentata. Le case in legno, con tetti ricoperti da un sottile strato di neve, erano immerse in un silenzio tombale. Le luci gialle che filtravano dalle finestre delle abitazioni non facevano che accentuare l’atmosfera misteriosa e intrigante del luogo, come se il tempo si fosse fermato.

Il viaggiatore, ignorando il freddo pungente, si incamminò attraverso i vicoli deserti.L’unico suono che lo accompagnava era il fruscio del vento tra gli alberi. Non si fermò, eppure sembrava che il paesaggio stesso lo osservasse, come se quel luogo conoscesse ogni dettaglio di lui.

Il giorno seguente, decise di esplorare i boschi circostanti. La neve cadeva senza fermarsi, e il silenzio era così profondo da sembrare spettrale. Non c’erano tracce di animali, né di altri viaggiatori. Ogni cosa era avvolta in un manto immacolato. Alcuni alberi, particolarmente alti e tortuosi, sembravano nascondere segreti antichi, mentre il freddo vento gli sussurrava.

Il viaggiatore raggiunse una collina, dalla quale osservò la valle al di sotto di lui. La vista che si aprì davanti a lui risultava inquietante e ammaliante allo stesso tempo. Il paesaggio si perdeva nell’orizzonte, interrotto solo dalle cime innevate che si confondevano in un cielo privo di nuvole. Ma qualcosa, nell’aria, sembrava diverso, come se un velo sottile di mistero ricoprisse ogni angolo dello spazio circostante.

Quando giunse la sera, il viaggiatore ritornò al rifugio, ma nessuno lo vide entrare. La sua figura, silenziosa come la neve che cadeva, sembrava confondersi con l’oscurità che avvolgeva il paese. Il fuoco che scoppiettava nel camino illuminava appena il viso di chiunque fosse rimasto nel rifugio.

Il mattino successivo, il villaggio sembrava più deserto che mai. Il viaggiatore, come se fosse svanito nel nulla, non lasciò traccia di sé. La neve copriva ogni passo, e nessuno parlò più di lui. Solo il paesaggio, testimone silenzioso di un incontro che non si sarebbe mai spiegato, rimase a custodire il segreto di quel viaggio indimenticabile. (Martina)

Erano le 9:00 di mattina ed ormai io e i miei genitori stavamo aspettando il treno con destinazione Napoli per il matrimonio di mio cugino Carlo. Erano le 9:01 quando veniamo avvisati che il treno passante per Benevento era deragliato, e per questo mia madre andò su tutte le furie e mio padre provò a tranquillizzarla.

Il problema principale era il mancato mezzo di trasporto, infatti la nostra automobile era dal meccanico e l’unico modo per arrivare in tempo era o chiamare un jet privato (opzione giusto un po’ difficile da eseguire) oppure andare in bici.

Il ritrovo prestabilito per questo matrimonio era alle ore 13:00 cioè due ore dopo circa il nostro arrivo a Napoli se fossimo stati in treno, ma dato che eravamo in bicicletta le previsioni sono tutte andate a farsi benedire. Infatti se tutto andava bene noi saremmo dovuti arrivare alla chiesa alle 12:45, ma senza soffermarci troppo sul pensare io e i miei genitori prendemmo le bici e iniziammo a pedalare a più non posso.

Erano le 10:01 ed era passata esattamente un’ora e per adesso stava filando tutto liscio fino a che un gregge di pecore non ci passò davanti… Per questo noi provammo a oltrepassarle, ma per 5 minuti purtroppo rimanemmo fermi. Cosi l’orario d’arrivo aumentò fino alle 12:50 e infatti mio padre dopo aver visto il ritardo che ci stavan causando queste pecorelle le sorpasso di forza con la bici e cosi il nostro obbiettivo venne raggiunto. Infatti a noi bastava una persona dall’altra sponda della strada (in questo caso papà), in modo da raccogliere le nostre biciclette lanciate da me e mia madre.

Passarono altre due ore come se nulla fosse e per ora nulla e nessuno ci poteva fermare, andavamo spediti come dei “treni”, o per lo meno questo è quello che ci teneva a dire mio papà ogni 15 secondi per tirarci su di morale.

Ormai era praticamente finita, la chiesa era al massimo ad un kilometro da noi e, riuscivamo a vederla in lontananza. Quindi noi pensavamo di poter stare tranquilli, infatti stavamo gia iniziando a festeggiare, fino a quando però…la nostra calma venne trasformata in ira da un semplice piccione.

Infatti il nuovo abito della mamma venne sporcato dagli escrementi di questo volatile e per questo mentre a lei la sentivano fino alla chiesa dalle sue urla, io mi sbellicavo dal ridere. Cosi fummo costretti a cercare un negozzietto per comprare un maglia alla mamma,e cosa c’era di meglio di una maglia del Napoli di Diego Armando Maradona, beh nulla!

Alla fine ci presentammo al matrimonio con mamma tifosa Napoletana, e me e papà con le lacrime agli occhi dalle risate. (Leonardo)

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