“Aurora – oro con argento massiccio” è una penna biro, inguainata in una corazza di metalli preziosi e protetta da un bell’astuccio scamosciato. È un oggetto che era molto caro a mio marito, che amava le cose belle, ed è l’unico ricordo tangibile che ho portato con me nella quindicesima esigua abitazione in cui vivo.
Quindicesima perché i venticinque anni della mia vita coniugale sono costellati di quindici traslochi, strappi di vita, lacerazioni dell’anima. Spesso inaspettate migrazioni, lungo cui si affievoliva anche l’amore. Non il mio.
Anche dopo che, insalutato ospite, lui raggiunse altri lidi, io ho continuato ad amare.
Io amo, amo, amo.
L’amore è l’essenza della vita, è quella leva potente che sostiene il mondo e lo protende a Dio.
Aiutata dai miei quattro figli, patrimonio di bene che lui mi ha lasciato, e dal mio lavoro, ho ripreso a vivere. Anche dopo che lui è mancato.
Ho 88 anni, sono una vecchia insegnante di scuola primaria, con buone referenze e un certificato di servizio lungo come un treno a causa dei frequenti traslochi.
Quell’anno ebbi l’assegnazione vicino a casa, in una classe particolarmente impegnativa, per cui fu necessaria anche la nomina di un’insegnante di sostegno.
Per la sua età Pietro era enorme di stazza, rosso e cespuglioso di capelli, aveva uno sguardo duro e felino. Tolto dalla famiglia per incapacità educativa, era stato affidato al vecchio nonno paterno.
Pietro era la naturale proiezione del padre, spesso ospite in manicomio. Ed era pure ripetente.
Nel precedente anno, a pedate, Pietro aveva ferito ad una gamba la maestra e l’aveva poi trascinata sui sassi del cortile. Con un provvedimento disciplinare era stato quindi allontanato da scuola per il resto dell’anno scolastico.
Pietro era imprevedibile, alzava spesso le mani, era velocissimo nel fuggire da scuola e nel nascondersi, scalciava e sputava addosso a chi gli capitava a tiro.
Toglieva il refil della biro, che diventava cerbottana, contro tutti.
In fondo all’aula c’era un vecchio armadio voto. Certe mattine entrava in classe animoso: “… dai Anto che rovesciamo l’armadio …!”
Eludendo l’occhiata contrariata della mia collega lo raggiungevo per compiere il misfatto “Ecco fatto! Ora però stai buono e lavora!” Era appena un respiro, era l’adesione ad una complicità consapevole. Spesso, in presenza di un comportamento di prepotenza, lo prendevo per mano e lo portavo a camminare lungo i corridoi, o dentro un’ala vuota e gli parlavo piano, con tutta la pazienza di cui ero capace.
Non pretendevo miracoli, mi bastava che capisse che m’importava di lui e che poteva fidarsi.
Chiesi ed ottenni dalla direttrice il permesso di scambiarmi di ruolo e diventai così l’insegnante di sostegno di Pietro.
Ma quanta fatica, quanta difficoltà a sedare le sue rabbiose impennate. Ricordo la fatica a raggiungerlo quando scappava, col cuore in gola per il timore di un incidente stradale, e lui a ridere e a sbraitare.
Pareva saggiare, con malizia, la mia capacità di sopportazione. Una volta rincorrendolo mi si ruppe un tacco. Lui si voltò, tornò da me e raccolse il sandalo. Tornammo a scuola, io zoppicante, presi per mano, tra le risate di chi ci incontrava, ed anche delle mie colleghe che non volevano capirmi.
Ho nel cuore i cinque anni passati insieme, ondate irruenti di vita, gioie e dolori, conquiste e disfatte.
Nei primi tempi del nostro rapporto Pietro veniva a scuola in ritardo, facendo il gradasso.
Studiando le mosse di me, che arrivavo in anticipo, per preordinarmi il lavoro del giorno, cominciò ad essere mattiniero. Lo trovavo ad aspettarmi, mi prendeva la bicicletta per posizionarla sempre allo stesso posto, poi entravamo insieme.
Col tempo accorciò le distanze ed entrò a casa mia. Ricordo la prima volta. Guardava con curiosa avidità, tutto attorno. Parve particolarmente preso dall’astuccio di camoscio bruno della penna Aurora, posto sulla mensolina in camera mia vicino ad un vasetto di fiori.
Quando seppe del contenuto, cominciò ad arrivare con un mazzetto di fiori di campo, che sistemava lui stesso, mentre finivo di prepararmi.
Una mattina mi sorprese che mi asciugavo gli occhi. Ero accanto alla mensolina ed ero molto preoccupata per la salute di un figlio. Mi guardò a lungo, non fece domande, ma rimase pensoso. Purtroppo alla sera mi accorsi che l’astuccio con la penna biro era sparito. Una farragine di sensazioni mi sconvolse l’anima. Non era possibile! Pietro non aveva mai toccato nulla a casa mia, non poteva essere stato lui.
Dominavo a stento l’apprensione anche quando eravamo insieme. Ma, pur tormentata, speravo con tutta l’anima che Pietro avesse imparato tutto il bene che gli volevo.
Fu un po’ prima degli esami che un pomeriggio arrivò da me col nonno: aveva un mazzolino di fiori e un sacchettino.
“Qui c’è l’astuccio, con la penna. Volevo farlo sparire per sempre perché tu non piangessi più per lui. Poi il nonno mi ha spiegato che dove sta ora vive nella pace”.
Era più di quanto speravo. Lo attirai a me e lo abbracciai forte forte.
L’astuccio è ancora qui, lo regalerò ad Ernesto, il maggiore dei miei figli, dedicandogli le parole di Seneca che hanno illuminato e rafforzato il mio lavoro di insegnante: “… si vis amari, ama …”.
Antonia Conte


Un racconto di poche righe che contiene tutta la vita di questa straordinaria signora,che accoglie le gioie e i dolori e li fa diventare amore puro.
Mi è scappata la lacrima.
Se io fossi sua figlia,verrei ad abbracciarla tutti i giorni.
Bellissimo, commovente…
Grazie Antonia, come sempre con estrema chiarezza e semplicità sai descrivere sensazioni d’ animo che toccano il cuore, ancora più sapendo che non sono opera di fantasia e innata capacità letterale che tu hai, ma di vita vissuta che non sempre è stata con te generosa ma dalla quale hai sempre saputo trarne il meglio, ciò che veramente conta, l’ Amore😘