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Un grande Bene o un GRANDE AMORE

L’attimo stava lì fermo immobile davanti a loro, svettante come un papavero in un campo di grano.
Aspettava impaziente di essere colto e non raccolto come il grano, sono due cose diverse.
Il grano va raccolto con cura, pulito e conservato in attesa di essere lavorato. L’attimo va preso e consumato all’istante.
“Carp diem” ci ha insegnato Orazio e poco importa se “afferra il giorno” è diventato “cogli l’attimo” E’ il senso che vale.
L’attimo va preso e consumato all’istante.
L’attimo non aspetta. Non ha tempo. Deve fuggire.
L’attimo ha vita breve. Un attimo.
O lo cogli o lo hai perduto.
Quell’attimo invece era diverso. Era speciale.
Stava li fermo, immobile. Non voleva saperne di andarsene.
Li guardava, sorrideva e li aspettava.
“Venite che vi importa. Non state così immobili vi prego”
Sembrava dire queste parole a volte sottovoce, altre invece sembrava che le urlasse.
Trascorrevano il tempo guardandosi e regalandosi emozioni, attenzioni. Piccole ma importanti cose. Giochi di sguardi fugaci e fiumi di parole
Lui di attimi ne aveva colti a decine, forse troppi. Non amava raccontarli né vantarsene.
In ognuno aveva messo il bene che poi era andato via.
Lei dal canto suo non amava abbandonarsi a follie estreme.
Qualche colpo di testa l’aveva vissuto ma gli era bastato.
Lui le vide l’anima dagli occhi e provò subito un bene grande ed inspiegabile. Era rannicchiata tra mille pieghe ed ognuna raccontava una gioia ed un dolore.
Iniziò a pensare fosse amore ma gli mancava quel pulsare inspiegabile della carne e del sangue.
Non che non ne avesse desiderio o che lei non meritasse il suo bramare. Aveva un corpo perfetto. I seni perfettamente torniti e ben sollevati. Le gambe toniche ed affusolate, la pelle liscia come seta ed un sorriso grande che non aveva mai incontrato.
Una volta diede un bacio ad una donna all’improvviso. La prese sulla cima di una scala. Lei non se l’aspettava e la stupì.
L’indomani fu lei a darglielo e dopo ne volle ancora ed ancora. Diceva che li avrebbe voluti per sempre i suoi baci, che le sue labbra erano morbide e non riusciva a farne a meno. Poi ne fecero a meno entrambi.
Un’altra volta volta bruciò una passione in una notte ed un’altra in pochi mesi, forse poche settimane. Ogni volta era un brulicare di corpi mai stanchi di prendersi, di scivolarsi addosso madidi e ridere e ricominciare
Aveva sempre pensato che l’attimo va raccolto nell’istante in cui si vede o si sente. Perchè l’attimo fa anche rumore, a volte in testa altre nel cuore. Sosteneva che andava afferrato stretto con le mani e preso a baci e morsi e poi aspettare se rimane o lasciarlo andare. Sosteneva…
Lo aveva sostenuto fino ad allora.
Fino a prima di conoscere il bene che non chiede. Che non pretende, che non reclama.
Fino a prima di conoscere il bene che sorride qualunque cosa accada, anche dopo avere pianto giusto il tempo di una lacrima appena.
Fino a prima di conoscere il bene sincero, disinteressato, schietto, diretto, che sa aspettare, comprensivo.
Il bene comprensivo… Che meraviglia!
Il papavero li guardava e sorrideva eretto come fosse sempre estate. Non accennava a piegarsi né a sbiadire. Sapeva che quei due qualcosa sarebbero diventati.
Un bene grande o un grande amore.
Bisognava soltanto aspettare.

Da: “Fiori di Chiummo”

nell’immagine: opera di Gilvillevas

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