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un film per lei

Il cinema è soprattutto per i depressi.

Non intendo proprio i depressi cronici, non solo quelli almeno, anche quelli occasionali, come me, e per quanto sembri azzardato generalizzare, da sempre più tempo penso che il cinema sia l’arte per antonomasia dei depressi e per i depressi. Magari depressioni piccole, miscelate con un po’ di paranoia, un pizzico di ansia, una spruzzata d’ angoscia, non parlo necessariamente di drammi, ma vorrei includere un principio di questi umori nella fisiologia del cinefilo, dal semplice appassionato al malato di cinema.

Perché penso questo? Perché vedo quelli che amano davvero il cinema, vedo me stesso, mi sento, mi annuso quando ho dei periodi fortemente caratterizzati dal desiderio di affogare dentro lo schermo. Il cinema ha sicuramente a che fare con la morte e forse da questo viene quell’onda di empatia con le varie tipologie di depressione, perché la depressione è una morte, una piccola morte, senza amplesso. Non c’è amplesso nel cinema, c’è solo sottomissione, nella passività di un coltello che affonda nel proprio corpo/coscienza di fronte alla morte che ha un volto.

C’è la solitudine nel cinema, magnificamente celebrata nella sua meccanica quasi primordiale; una sequenza di epitaffi che si sviluppano, implacabilmente, lasciando cicatrici negli occhi rapiti dello spettatore, mai estraneo alla scena del delitto, ma complice, sempre. Il cinema non è per coppie, per famiglie, è per l’individuo, per la propria identità appesa ad un filo e quel filo lo tiene la pellicola. Nel cinema vissuto, nel cinema come virtualità pura, essenza pura, idea pura, non esiste il regista, esiste solo come entità che agisce tramite la lacerazione della tela, come in Fontana, come ente che sta al di là della lacerazione, che non si vede, perché il suo corpo/coscienza è stato posseduto dall’opera degli attori, del coltello che lacera.

Chi va tanto al cinema soffre di mancanza di sofferenza.

Soffre di vita non vissuta, di vita amputata, che è vita, anzi, è davvero La vita. Proust era uno scrittore ammalato di cinema, ma prima del cinema, la piccola maddeleine ha lo stesso epilogo tragico della rosebud di Wells, la perdita definitiva della possibilità dell’amplesso, la morte, ancora.

Il cinema parla di sé stesso, come fa Wong Kar Wai, come Di Leo, come Coppola, ma in realtà parlando di sé stesso parla un’impersonale voce che tenta di uscire dall’anonimato per dire che tutto, tutto è anonimo.“Il y a là cendre”, la distanza, esemplificata nell’errore grammaticale in lingua francese portato da Derridà si fa presenza in quanto non più appellabile, ma presente come traccia, diluito, disciolto nel flusso filmico di un panta rei senza senso, come l’idiozia sovrana dei Cohen.

E’ ancora la morte che apre il settimo sigillo del cinema e la depressione vi ammicca, come una tenera e morbosa amante, da cui mai si separerà, perché il cinema è tutto, fuorché soffio vitale, è una scrittura a posteriori, un testamento, una dichiarazione postuma, un’esplosione lanciata nell’infinito.

Pubblicato inGenerale

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