Metto un pattino davanti all’altro, bilancio il peso, sistemo la postura, muovo le braccia. I coni colorati diventano un’unica striscia, non li distinguo più per la velocità.
Non penso, non posso pensare, ma improvvisamente lo sento: “Quel record è troppo per te; non lo supererai mai.”
Appoggio le mani per terra — ma nel pattinaggio le mani non si mettono per terra.
Sento un boato deluso.
Sono caduta.
Pattino da quando sono piccola, perchè mi piace e sono brava. Ho sempre scalato le classifiche nelle gare, in qualche anno sono diventata agonista.
Pattinare era il mio sogno, alimentato dalla mia allenatrice, che si era però infortunata, e di conseguenza me ne avevano assegnato uno nuovo: all’inizio non sapevo, però, che lui avrebbe soffocato la mia passione e represso quel sogno che mi era tanto caro.
L’allenatore, che continuo ad avere, è più vecchio dell’altra, mi racconta che quando era giovane era un pattinatore illustre; ha molta tecnica e sembra campione in velocità. Mi tratta come se fossi solo una giovincella inesperta, come se avessi appena messo i piedi nei pattini e non sapessi nemmeno allacciarli.
Mi dice che non sopporta gli sfaticati che si credono migliori o sufficientemente bravi da smettere di allenarsi solo dopo aver vinto qualche oro. Infatti, ha aumentato le mie ore settimanali, da venti a trenta, mi tartassa di critiche ad ogni passo che muovo.
«Non sei qui per attività ricreativa», mi sbraita, «devi superare il precedente record in velocità, per riportare in alto i nostri nomi.»
Dopo mesi e mesi di fatica e di tempo sprecato, passo le selezioni per i cento coni, con un minuto di tempo. L’allenatore è deluso, e lo sono anche io: a che sono serviti tutti quegli sforzi, se non ho nemmeno successo?
In TV, sui social, sulle reti di pattinaggio si parla solo della gara imminente, di me, del record che nessuno è riuscito a battere. Poi, improvvisamente, un giorno, alla quinta ora di allenamento, mentre sto percorrendo per la miliardesima volta la stessa fila di coni nello stesso stile, perdo l’equilibrio e cado.
Faccio per rialzarmi e ricominciare, ma mi gelo quando vedo il suo sguardo.
Mi guarda infuriato da davanti alla panchina, il cronometro in mano che continua ad andare. Lo stringe così forte che ho paura che si pieghi nel suo pugno.
Poi lo butta per terra con veemenza; insoddisfatto, prende una sedia e la lancia dall’altra parte della palestra, rompendola in cinque blocchi di plastica.
«Ma che cosa hai fatto?! Ma che ci lavoro a fare, io, con una debole come te?! Diciassette anni di pattinaggio agonistico, e poi cadi nei cento coni! Non riesci nemmeno a stare in equilibrio su quattro ruote?!»
Continua a demolirmi con insulti e offese di ogni genere, e io mi sento in gabbia.
Le lacrime mi pungono gli occhi, vedo la palestra sfocata e poi sento due fiotti bollenti sulle guance.
«Non sarai mai una pattinatrice! Non prenderai mai l’oro! Quel record è troppo per te. Smetti di allenarti; non lo supererai mai.», mi urla ancora prima di uscire, sbattendo la porta.
Io mi accascio di lato, quasi abbraccio due coppie di coni, e singhiozzo senza controllo. Quelle parole continuano a risuonarmi nella testa, rimbalzano da una parte all’altra del cranio e non smettono di riecheggiare. Frustrata e irata mi slaccio i pattini e li butto lontano. Me ne vado lasciando tutto così, spegnendo solo le luci della palestra, ma il giorno dopo ritorno. L’ultima settimana prima della gara faccio tutti gli allenamenti, e solo negli ultimi due riesco a superare il record: cento coni in trentotto secondi, battendo i precedenti quaranta.
Alla domenica vado in gara sconfortata, piango per ore negli spogliatoi finché non è il mio turno. Mi viene a prendere l’allenatore, in spogliatoio: «Ho avuto la decenza di presentarmi, nonostante debba vedere il tuo fallimento» sputa, sprezzante.
Entro in pista e sento che annunciano il mio nome, le telecamere che trasmettono che trasmettono la diretta mi inquadrano. Mi posiziono davanti alla fila di conetti, tremante.
Suona il fischio e io parto a tutta velocità.
Metto un pattino dietro l’altro, bilancio il peso, sistemo la postura, muovo le braccia.
I coni colorati diventano un’unica striscia, non li distinguo più.
Non penso, non posso pensare; ma improvvisamente lo sento: “Quel record è troppo per te; non lo supererai mai.”
Metto le mani per terra — ma nel pattinaggio le mani non si mettono per terra.
Sento un boato deluso.
Sono caduta.

La xilografia è una tecnica d’incisione in rilievo antichissima (Cina VI sec.) in cui si asportano dalla parte superiore di una tavoletta di legno le parti che non costituiscono il disegno (si lavora in negativo). Le matrici vengono inchiostrate e utilizzate per la realizzazione di più esemplari dello stesso soggetto tramite la stampa con un torchio calcografico.
Le opere vengono autentificate dall’autore con un certificato di autenticità in cui vengono riportate tutte le specifiche tecniche e la firma originale dell’autore stesso.



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