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Souze D’Oulx

Souze d’Oulx era il paese perfetto. C’era tutto. Laureato alla non tenera età di trentanni, dopo aver fatto mille lavori e perso un anno a servire la patria, uscivo da una relazione piuttosto devastante e quel paese, perso in mezzo ai monti del Piemonte, ai confini con la Francia, faceva esattamente al caso mio. C’era pure una creperia, che Max, un disabile di 50 anni, diventato paralitico in seguito alla polio, laureato a Milano in architettura e protagonista degli anni ‘70 più furiosi con Potere Operaio, mi chiedeva sempre di visitare per portargli la loro specialità, la crepe nutella e pistacchio, dietro lauto compenso, che io tentavo inutilmente di restituire. Souze D’Oulx era però tutta in salita o in discesa, a seconda di come si vede la faccenda, ma se vista da uno che deve spingere una carrozzella con un uomo di 75 kg vi assicuro che non è per niente romantico. Io avevo Mauro e Lorenzo, un epilettico con un forte ritardo mentale, in seguito innamoratosi di me e un lobotomizzato in carozzella, cervello spappolato dopo un incidente, avvenuto pochi giorni prima di sposarsi, faceva il padroncino con furgone di proprietà e un’auto gli tagliò la strada. Portavamo in vacanza i disabili, tutti, senza nessuna distinzione e questi creava parecchio imbarazzo e rabbia nei disabili cognitivamente presenti. Eravamo pagati, non avevamo né tempo né soldi per il volontariato, dovevamo sopravvivere. Alle 22, in genere, si riusciva a mettere a letto i nostri pargoli e poi, noi, assistenti sanitari dai curriculum più vari, ma senza nessun titolo adeguatored hot chili peppers live side, bivaccavamo nella hall dell’albergo, con liquori, sigarette ed un juke box. Mi ricordo di Ruben, un rumeno molto sveglio che studiava lingue a Verona, avevamo un grande affiatamento io e lui, si rivelava sopratutto nella scelta delle cose da prendere al supermercato per passare la notte. Un rumeno poi che adora il Petrus te lo devi tenere stretto, perché è già proiettato nel mito. Si stava sui divani, come antichi romani dopo una lauta cena, col juke box che mandava a ripetizione questa canzone, perché a Ruben piaceva, a me piaceva e degli altri sticazzi? Finemente esistenzialista senza aver letto sull’argomento mai nulla, Ruben aveva puntato Daria, una bellissima ragazza, però zoppa. Si, Daria era zoppa. Quando arrivammo nel paesino piemontese, raccattati qualcuno a Padova, altri lungo il viaggio che attraversò tutta l’Italia del nord, ce ne rendemmo conto tutti e molti di noi non capivano se Daria stava da una parte o dall’altra. Ruben era un bel ragazzo, alto, ben formato, spalle larghe, viso angelico quel che basta per scommettere che fosse un grande stronzo con le donne. E però avevo puntato anch’io Daria, era la più bella e le si perdonava volentieri quel suo piccolo difetto. A pranzo, essendo tutto gratis, e ci credo, ci pagavano 700 euro per 15 giorni, io, Ruben e uno di Rovigo ci davamo dentro col vino, tanto poi si schiacciava un pisolino, in camera coi nostri ragazzi. Ma anche Daria si univa volentieri e a me pareva indecisa, ma io scacciavo quel pensiero, per scaramanzia, non ci pensavo e poi l’avere Ruben come rivale in amore era per me, qualche anno più avanti con l’età, già un successo. Più passavano i giorni e più la mia intesa con Ruben si rafforzava, ormai si pensava all’unisono, si agiva quasi per caso prima dell’altro, facendo la stessa medesima cosa che avrebbe fatto l’altro. A Daria la cosa puzzava e le faceva paura, infatti una sera, arrivata a finire da sola mezzo litro di vino, sbottò in un rimprovero piuttosto severo: “Siete due figli di puttana voi due!”. Noi ci guardammo uno con l’altro, poi guardammo le cieche, c’erano nella comitiva anche tre sorelle, cieche tutte e tre, ma tutte laureate e una ricercatrice a Roma, che mal digerivano il fatto di essere messe nella stessa categoria degli autistici, dei lobotomizzati, dei ritardati. Ma le cieche non ricambiarono il nostro sguardo. Con gli occhi persi sul soffitto in cerca di una risposta, Ruben ed io cercavamo di catturare l’aria che improvvisamente era mancata. Senza aria, senza vista all’orizzonte, senza parole, un grave silenzio rischiava di partorire il peggio. Detti un piccolo calcio allo stinco di Ruben, lui fece fatica ad alzarsi, una volta raddrizzatosi andò verso il juke box e mise “Otherside”. Io allora iniziai a parlare del video, delle splendide immagini ispirate all’espressionismo tedesco che avevo studiato con Giorgio Tinazzi all’università. E’ tipico di colui che non si sente adeguato al contesto, ma che se ne vergogna e mira ad una situazione più elevata, l’azione patetica e noiosa di richiamare la sua formazione come fosse un titolo nobiliare. Allora snocciolai Murnau e la sua storia omosessuale che generò Nosferatu, Fritz Lang, l’americano, Pabst quello più vicino a Kirchner e come risultato ottenni che le cieche si stancarono e chiesero di essere portate a letto. Dopo aver rimesso su tre o quattro volte “Otherside” anche Ruben si stancò e salutò tutti. Rimanemmo io Daria e quello di Rovigo. Decidemmo anche noi di rompere le fila, in fin dei conti avevamo evitato la tragedia. Quello di Rovigo prese le scale, Daria l’ascensore, io uscii in canottiera, in strada, e non sono Richard Gere e soffro di pancia, insomma non sono proprio da film, a fumare una sigaretta nella notte estiva della Val di Susa. Maledii Ruben per quello che non mi ricordo avesse detto, ma che sicuramente aveva detto, poi gettai la cicca nel tombino e mandai letteralmente affanculo il mondo intero.
I secondi dell’ascensore mi fecero ricordare che dovevo cambiare il pannolone di Lorenzo, quindi la mia mente entrò in quell’universo parallelo fatto di defecazioni, di liquidi umani, di odori di vita, perché la vita è anche questo ed io ero lì per quello. Uscito dall’ascensore sbagliai corridoio, andai a destra invece che a sinistra, il Petrus si faceva sentire, e mi trovai Daria proprio davanti, in piedi davanti alla porta della sua camera. Poi non ricordo più nulla, tranne la dolcezza delle sue labbra tanto desiderate.

Pubblicato inDonne

Un commento

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