Le chiamano le survivor. Le sopravvissute.
Ogni tanto, tra ragazze, capita che qualcuna racconti di quello strambo che l’ha fissata sull’autobus, o di quell’uomo in macchina che le ha suonato il clacson appena prima di arrivare, o quel tipo che ha schioccato le labbra per mandarle un bacio da lontano proprio qui fuori dal locale. È capitato a tutte. Capita quotidianamente, ad almeno una di noi.
La cosa che fa paura? È solo l’inizio. E siamo talmente tanto abituate che non sembra grave.
E questa sensazione si allarga a macchia d’olio e disperde i confini. Quando, diventa grave? Cosa, può essere considerato anormale?
Ogni tanto, tra ragazze, capita che qualcuna racconti di quel ragazzo che in discoteca le ha strappato via un bacio indesiderato, il caposala che si è nascosto dietro ad una battuta per darle una pacca un po’ più giù, l’amico che l’ha vista ubriaca e si è spinto oltre, lei quasi non se lo ricorda. È capitato a più di quelle che lo raccontano. E capita più spesso di quanto vorrei.
La questione del consenso diventa un tecnicismo, un ragionamento astratto, lontano, si distorce e sembra quasi un complimento, che fai ti offendi? Era una battuta, un apprezzamento, un tuo amico. E non sembra grave. Ma quando diventa grave? Cosa, può essere considerato offensivo, illecito, sbagliato?
Ogni tanto, tra ragazze, capita che qualcuna non racconti di quella volta che si è svegliata in un letto che non riconosceva, con la sensazione di essere in un corpo che non le appartenesse, con difficoltà a muoversi e orientarsi. È capitato che diventi una confidenza, fugace, timida, sottovoce. Capita troppo spesso, perché una di noi è già una di troppo.
La cosa che mi sorprende? Nel raccontare ciò che è successo si sminuisce, ci si allontana dalla gravità celando il dolore, la paura, l’umiliazione provata quella volta. E nel sentire ciò che è successo si percepisce la gravità, l’allucinazione nell’ennesimo episodio nascosto nel buio.
Nessuna di noi si sente una sopravvissuta.
Ci sembra tutto normale.
Ed è capitato a tutte. E poteva capitarci di peggio. E prima di uscire chiamami, così ti faccio compagnia al telefono. E non tornare da sola, che è tardi. E non andare in vacanza con altre amiche, che è pericoloso. E fatti accompagnare da un ragazzo di cui ti fidi, ma dimmi sempre dove sei. E non metterti quella maglietta, che è un invito. E non far vedere le cosce, che è tentazione. E mettiti dei pantaloni della tuta nella borsa, che non si sa mai al ritorno. E non uscire col telefono scarico, che altrimenti non puoi chiamare. Però come mai sei andata a quella festa? Perché ti sei ubriacata? Ma come hai fatto a rimanere sola? Non te l’hanno detto i tuoi genitori che devi stare attenta? Perché sei andata a ballare? E che ci facevi da sola di notte in quella strada buia? E perché dovevi proprio nascer donna?
contributo creativo alla Giornata contro la Violenza sulle donne, 25 Novembre 2020
tutti i contributi sono pubblicati a questo link https://contame.org/25-11-2020/
la foto di copertina è dell’Autrice


Sii il primo a commentare