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Sonata al Che

All’uscita dal Liceo rifiutava i ciclostilati di qualsiasi movimento. Non comperava la stampa a sostegno dei movimenti. Non partecipava alle occupazioni degli edifici scolastici, quelle le facevano i disperati, desiderosi di un cambiamento dell’andazzo nella scuola selettiva per categoria sociale di appartenenza, non per capacità e merito, soprattutto non incontrava i bisogni di affermazione di ceti sociali subalterni.
Eppure lui detestava il fatto che il mondo scolastico era lungi da essere una comunità in ricerca e perfezionamento di metodo. In effetti era incardinata sul dato nozione, in luogo di attuali corretti processi d’apprendimento. Solo nozioni da imparare a memoria. Il metodo qualcosa di approssimativo o solo una parola vuota.

Accettava, da buon borghese liberal, la necessità del primo passo verso qualsiasi mutazione significava, utile a capire nuovi mondi e nuovi significati, della società civile post bellica.
Così, anche un mondo a tre dimensioni di marcusiana memoria non lo toccava. I movimenti francesi una realtà di un mondo approssimativo lontano dalla testa di un pensiero provinciale legato all’arcaico esistere di certa decadente ruralità.

Il suo demone, suo terrore, era quel prete, Ivan Illich incontrato nel 1977 ad un seminario a Trento, facoltà di sociologia. Questo illuminato parlava, della necessità di descolarizzazione della scuola, dunque della società civile per la costruzione di un modo conviviale.
Non voleva solo scardinare il concetto “penso dunque sono” e sostituirlo con quello comunitario moderno, ma forse più antico “grazie alla comunità, dunque io esisto”.
Era forse questo il vizio, non gli permetteva di comprendere il mondo in profonda e concreta mutazione.

Qualche militante, sostenuto da una rabbia contro, avrebbe voluto dargli una lezione. Venne fermato. Aveva un padre avvocato, questo spaventava, non poco i compagni.
In pratica lui, non dava alcun fastidio, forse studiava o forse era sapiente per discendenza e genetica.
La scuola di allora, come forse quella di adesso, insegnava a confondere processo che poi è il metodo con la concreta sostanza.
Questo disorientava un po’ tutti, compresi i compagni reduci del maggio francese. Appariva a lui, come a tanti compagni che la confusione dei due momenti, permetteva l’acquisizione di validità di una nuova logica; quanto maggiore fosse l’applicazione, tanto migliori potevano essere i risultati; in altre parole, l’escalation della confusione porta al successo.

In questo modo si «scolarizzava» l’allievo a confondere insegnamento e apprendimento, promozione e istruzione, diploma e competenza, facilità di parola e capacità di dire qualcosa di nuovo.

Si «scolarizzava» la sua immaginazione ad accettare qualsiasi servizio, al posto del valore simbolico.
Lui da borghese di campagna, domiciliato nel palazzo paterno, viveva un pianeta altro, avvolto da una nube di certezze inconfutabili, anche se segretamente comprendeva la necessità di una mutazione.

L’incontro con gli altri era limitato dal suo schema di vita rigoroso, forse rigido. Di sua madre, lui sapeva solo che era una strega che volentieri l’avrebbe lanciato infante da una rupe. Per questo si rifugiava nello studio e nel rapporto legame con l’avvocato, suo padre Eugenio.

La buona borghesia di quel tempo spendeva le vacanze in Cadore, lui era ospite di un villaggio di un ente parastatale, con la famiglia.
I suoi amici di vacanza erano milanesi e romani, figli come lui di una borghesia, simile alla sua, forse colta ma soprattutto potente, uscita dalla resistenza, ma anche no, borghesia burocratica con gli schemi funzionali della ex nazione fascista.

Coltivava relazioni sociali che non era possibile intrattenere a casa, per via di quella differenza di classe che al villaggio non sussistevano.
I genitori avvocati, tra magistrati, ingegneri e politicanti.

Lì in quei contesti la rivolta covava sotto le apparenze. Emilio, da lui considerato come un capo, era di Roma, figlio di un arcinoto ministro, gli prestò “Notas de viaje”, uno dei diari di Ernesto Guevara.
Ciclostilato da fotocopia, scritto dal Che in spagnolo, narrava del viaggio fatto con la mitica Norton 500 M 18, con partenza da Buenos Aires, il 4 gennaio 1952, fino a Caracas, raggiunta il 17 o il 26 luglio 1952, in compagnia dell’amico Alberto Granado.

“Ernesto” era il nome che avrebbe voluto essere quello di suo padre avvocato, da lui adorato e odiato contemporaneamente come un demone invidioso.
In questa contraddizione gli psicoanalisti avrebbero subito visto un vizio mentale da porre in terapia lunga e dolorosa, si trattava del complesso di Edipo.
Si sa che la società del clinico diagnostico, prevaleva come prevale e che risolve, senza mettere in conto le conseguenze, con il sistema clinico terapeutico.

Questo lui percepiva, e per questo si ribellava. Rifiutava il fatto d’essere da persona libera, concreta, proprietà dei servizi sanitari, dei diagnosti e dei terapeuti.

Aveva compreso che l’analisi, fa più danni dei benefici. Per scampare alla sua presunta follia, lui s’innamorò li per lì, del Che, quello della mitica Norton 500 M 18.
A Palazzo con il denaro disposto dal responsabile genitore, che assecondava ogni passione, acquistò tutte le immagini del Che, che si potessero trovare. Adornò la sua stanza, il suo studio e la sua terrazza, con le immagini del suo eroe.
Così come il Che, studiava alla facoltà di medicina. Era il 1973. Mai completò gli studi con la necessaria tesi, perché si era al contempo appassionato di paleo archeologia con la soddisfazione del padre che condivideva la passione.
Amava dalla tenera età, il pianoforte ed aveva intrapreso lo studio con gli esercizi quotidiani. Il suo “mito” il Che, gli turbava i pensieri. Scrisse come manifestazione d’amore una sonata alla Chopin, per onorare Ernesto il suo mito.
L’avvocato suo padre, fu ben lieto del fatto, tanto che di ritorno dagli obblighi d’ufficio si recava nella sala della musica di casa ad udire la “Sonata ad Ernesto” che poi altri non era la consueta “sonata al Che”.

L’immagine: BUENOS AIRES (ARGENTINA) Imagen de 1951 que muestra a Ernesto el “Che” Guevara (3d) y Alberto Granado (i) mientras posan al lado de “poderosa II”, la motocicleta que utilizaron para explorar el continente en 1952. EFE/Marea Editorial/SOLO USO EDITORIAL

 

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