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Respiro

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Se i ricordi potessero trasformarsi in oggetti Anna sarebbe un masso di tufo, forse con la forma del mio cazzo, ma la roccia sarebbe lei, con tutti quei buchi, con quelle irregolarità e ruvidità che sono bandite dalla nobiltà dei marmi e delle pietre pregiate, eppure duraturo, molto duraturo, forse eterno, considerando che le necropoli di tufo sono resistite ai disastri di millenni e sono ancora qua, come il mio pensiero di Anna. Uscito dal centro, mi lasciai sballottare dalle curve per Bassovizza, ma non avevo il turno, le diedi appuntamento al bar di fronte al centro Elettra, il sincrotrone, sono un fisico delle particelle e non scopo da oltre 20 anni.
Anna capitò in città una settimana prima, catapultata in Italia dal suo antro americano in Florida, per una serie di convegni su Oscar Kokoschka, si fece sentire due giorni dopo, precisa, pragmatica, intellettualmente onesta, doti che unite assieme diventavano un’arma terribile che non lasciava scampo. Al semaforo pensavo alle sue grandi tette. Cazzo quanto erano belle le sue tette. Sarà stata una quinta, che si espandeva sul suo corpo come una spedizione di conquista, sembrava uscire luce da quei seni, me la ricordo sdraiata, proprio in un bosco qui vicino, nell’estate del 2000, e le sue tette mi dominavano ancora prima di essere nude. Era la notte della laurea di Ester, la grande amica di Anna, una bellissima bionda slovena dalle gambe teutoniche, evocanti il dio del sesso. Eravamo felici per lei e festeggiammo a modo nostro, scopando nel bosco. Seguivo con le dita le curve di Anna, le afferrai la coscia destra, come fossi una specie di Giacobbe e salì su, fino all’inguine, iniziando a roteare con la mano attorno alla sua fica. La carezza sul corpo di una donna è una cosa strana, non può essere formalizzata, non possiamo trarne assiomi, in quel momento, mentre Anna si lasciava esplorare dalle mie dita poteva anche rompersi i coglioni di questo puerile tentativo di raffinatezza carnale. Se qualcuno avesse preso nota dei miei movimenti per scriverne un saggio sulla carezza probabilmente si sarebbe reso ridicolo di fronte a tutte le donne del mondo. Le piaceva? Sono un fisico, non ne ebbi mai la prova, ma penso di si. Perché era una questione di ritmo, di armonizzare il mio respiro con il suo, ad una pressione del mio medio corrispondeva il mio inspirare, quella pressione aveva un effetto ed il respiro di Anna lo mostrava, almeno quello, la donna non può nascondere il respiro, tutto, ma non il respiro ed il respiro dice moltissimo, è come un codice morse, il respiro è significato puro, per molti è solo significante. Il verde era scattato da un po’, ma non me ne accorsi, le auto dietro suonavano impazzite, eppure non me ne accorsi, non era il 2000, non era notte e non ero in quel bosco. Tornò il rosso e il tizio dell’auto dietro scese per avvicinarsi con fare minaccioso. Io semplicemente non avevo voglia di essere distratto dal mio ricordo, si avvicinò questo tizio, basso, viso unto, vestito con una ridicola giacca da manager ma sembrava un pagliaccio da circo. L’idea di riempirlo di botte, proprio perché avevo torto, stuzzicava il lato infernale che da sempre mi abita, lo stesso che s’impadroniva di me quando stavo con Anna, lo stesso che la spingeva all’estremo verso le cose più assurde, ma non volevo pause troppo lunghe nel mio film mentale, quindi chiesi umilmente scusa e mentalmente lo mandai al diavolo. Scattò il verde e partii quasi sgommando, per poi frenare all’ennesima curva, mentre vedevo le mie mani sulla sua pancia e poi fino a quei bellissimi seni, mentre spingevo il mio corpo verso il suo bacino, per esserne totalmente risucchiato. Sentivo il mio respiro come riflesso nel suo, due metronomi sincronizzati che in quel momento si moltiplicavano, in 10, 100, 1000 metronomi, come nel concerto di György Ligeti. La mia bocca plasmava avidamente quel collo, reso puro dall’assenza di capelli lunghi, lo costruivo fino all’altare delle labbra, che circumnavigavo come un marinaio in cerca della balena bianca. E mentre i vestiti si sbucciavano quasi da soli, come scorze di civiltà, sentivamo una brezza fredda ed eccitante sulla nostra pelle.
Passai proprio davanti alla casa di Ester, di nuovo in vendita, era la seconda casa di Anna, dove si rifugiava dopo le nostre litigate, dopo che io con i miei esperimenti mentali di coppia l’avevo stremata, io non vi ebbi mai accesso, non potevo nemmeno sostarvi di fronte. Ester si che sapeva guarirla dalle ferite, da tutte le ferite. Trieste è una città per modo di dire, tutto sanno tutto di tutti, è un condominio, se pisci senza tirare lo sciacquone rischi che il sindaco ti redarguisca: “ho sentito che non tira lo sciacquone, non è una bella cosa sa, come fa a vivere con altra gente lei?”. E me lo chiedo anch’io, come faccio a vivere con gli altri? Mi sembra più facile intuire cosa possa avvenire dentro un buco nero piuttosto di capire come si vive con la gente. L’Elettra era ormai vicino, poco più di un km, rallentai per allungare i miei ricordi, quasi per poterli trattenere, per fermare il tempo senza schizzare verso il nulla alla velocità della luce. Fare l’amore con Anna quella notte fu tremendo e sublime insieme, mentre il mio sesso penetrava in lei mi disse che mi avrebbe lasciato. Non l’avrei mai permesso, armonizzando il ritmo del mio corpo con il suo cercai di alienarmi dalla situazione, per non finirla troppo presto, per renderla eterna. Aspiravo la sua saliva come la terra arsa assorbe la pioggia. Quando faccio all’amore mi sforzo di immaginare il volto della donna in situazioni diverse da quelle intime, al lavoro, dal meccanico, dal parrucchiere, vedevo il volto minuto di Anna, il suo profilo leggermente orientaleggiante, il taglio corto di capelli e asimmetrico che mi faceva andare fuori di testa come niente al mondo. I suoi occhi grandi e spalancati di fronte ad ogni occasione di seduzione possibile, fosse anche quella di convincere il proprio cane ad attraversare la strada. Lei era così, la sua esistenza era all’insegna della seduzione di tutto, affascinava la chimica organica, era sedotta da quella inorganica, ecco perché io ero perfetto per lei. O quasi. Con la voce consumata dal piacere e dallo sforzo fisico Anna ripetè la sua volontà di lasciarmi. Quella notte fu per me simile a quella di Giacobbe, quando lottò con l’angelo in Genesi. Fu una notte diversa, fu un sesso diverso, perché io, come il padre di Israele, cambiai il mio nome, lei me lo cambiò.
Quasi arrivato, vidi sulle rocce che costeggiano la strada una scritta fatta con la bomboletta spray. (∂+m)ψ=0. Era la fin troppo celebre equazione di Dirac, quella che dovrebbe spiegare quel bizzarro fenomeno quantistico dell’entaglement. E’ diventata famosa per la sua aurea mistico romantica, perché pare che dica che due particelle che sono state un tempo insieme terranno conto di questo stato iniziale per sempre. Ma è sbagliato. La formula è sbagliata. E’ sbagliato proprio formalizzare quello che sentono due esseri. E’ sbagliata l’eternità. Al massimo quella formula potrebbe riguardare il mio cazzo e la fica di Anna, anche se non possiamo considerare né l’uno e nemmeno l’altra degli oggetti microscopici. E’ sbagliata perché basta un’interazione con un qualsiasi altro oggetto e puff, svanisce tutto il bel sogno di eternità. Sono un fisico. Anna lo sapeva, come sapeva che io l’avevo tradita proprio con la sua migliore amica, e non per amore, per desiderio incontrollabile, ma per uno dei miei fottutissimi esperimenti mentali. Ester, che soffriva da sempre di depressione ed era innamorata in maniera disperata di Anna si tolse la vita il 10 novembre di quell’anno. Anna ed io ci eravamo lasciati due mesi prima. Da allora non ci siamo più visti, da più di vent’anni. Ero arrivato, sia all’Elettra, sia al bar. Guardai dentro il bar attraverso la porta a vetri e vidi solo una figura con un cappotto e cappuccio. Mi arrivò un sms: “Il tuo nome resterà sempre Ignobile, però avevi un gran cazzo, addio”.

Pubblicato inAmore

Un commento

  1. Monica Monica

    Una storia “dafiatosospeso”fino alla fine.
    Non so se è vera,però Anna è stata fantastica.

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