Le parole. Yuval il giovane israeliano che collabora con Basel dice: “Non so cosa farei, Basel, se fossi nella tua situazione. Non riuscirei ad avere quella speranza e quella forza che hai tu.” Risponde Basel. “Ci vuole pazienza, perseveranza.”.
Chi lo ha realizzato. Yuval Abraham, israeliano, classe 1995, giornalista, regista, traduttore, sceneggiatore e montatore, Basel Adra, palestinese, classe 1998, attivista, avvocato, giornalista, regista, sceneggiatore e montatore, Hamdam Ballali, palestinese, classe 1989, regista, Rachel Szor israeliana, regista, sceneggiatrice e direttrice della fotografia
Di cosa parla. Sprazzi e frammenti visivi di cinque anni (2019 al 2023), della epopea che oppone dal 1980 gli abitanti di Masafer Yatta all’esercito israeliano.
Masafer Yatta è un insieme di 19 villaggi palestinesi nella Cisgiordania meridionale sparsi in 30 kilometri quadrati, situati sulle colline a sud di Hebron, con una popolazione complessiva, nel 2022, di 1144 persone, la metà delle quali bambini.
Nei primi anni Ottanta l’esercito israeliano decise che la zona di Masafer Yatta sarebbe dovuta diventare un poligono di tiro per l’esercito. Da allora ha cercato con ogni mezzo di sfrattare i suoi abitanti palestinesi: radendo al suolo le case, i pollai, i bagni, le giostre per i bambini, sigillando con la calce i pozzi, sparando granate lacrimogene per disperdere le manifestazioni di protesta, utilizzando il sopruso e la violenza come costante della vita quotidiana di vecchi, uomini, donne e bambini.
Ma quello che le ruspe dell’esercito abbatteva, gli abitanti ricostruivano di nascosto: se necessario anche di notte.
Tutti i governi che si sono succeduti dall’80 in poi hanno consentito la costruzione di insediamenti di coloni a fianco delle case abitate o al posto di quelle rase al suolo di proprietà dei palestinesi, mostrando come la destinazione della zona come poligono di tiro fosse pretestuosa, buona solo per essere opposta nelle aule di giustizia alle legittime rivendicazioni dei nativi.
La conseguenza è che da anni gli abitanti di Masafer Yatta convivono quotidianamente con gruppi di coloni che irrompono di notte nelle case, distruggono o rubano beni personali e picchiano i residenti.
Ciò nonostante, la pazienza dell’intera comunità, quello che in arabo è il Sumud, spinge ad inventare mille soluzioni e espedienti per dare filo da torcere agli oppressori. Senza arrendersi.
Cosa ne penso La vicenda di Masafer Yatta è la stessa vissuta da tutti i villaggi e le città palestinesi all’indomani del 1948. Sempre e ovunque: prevaricazione, sopruso, violenza, utilizzo di tutti i metodi legali ed illegali per impadronirsi della terra o delle case. Molti film e libri lo hanno raccontato.
Ma la forza di questo film sta in un racconto fatto con le immagini dei protagonisti – donne e uomini di tutte le età – ripresi nella quotidianità di una vita passata ad aspettare la prossima demolizione, la manifestazione che ne seguirà, gli scontri con soldati e coloni, gli arresti, la morte. E poi la ricostruzione in segreto.
C’è tanta rabbia, ma ci sono anche sorrisi che sono incantevoli.
Il successo del film – 69 premi vinti in tutto il mondo e l’Oscar come migliore documentario – contribuirà ad una maggiore e più diffusa conoscenza dei termini della questione palestinese: un popolo che subisce un’occupazione violenta da più di 70 anni.
Di tutto il film, però, a me è rimasto nel cuore il dipanarsi dell’amicizia tra Basel, il giovane attivista palestinese che fin da bambino partecipa alla resistenza del suo villaggio, e Yuval, il giornalista israeliano che “da quando ha imparato l’arabo ha cambiato le sue opinioni politiche” e che partecipa alla raccolta delle immagini delle violenze e dei soprusi dei soldati e che li insulta gridando: “Voi fate tutto questo anche in mio nome”.
Sono proprio le chiacchiere, vicino al fuoco e in macchina, fra questi due ragazzi che si aprono a vicenda e regalano così agli spettatori la carezza del sogno di un futuro di fraternizzazione fra i due popoli.
Da vedere. Pier, 03/2025

