La frase “Ah! Se solo gli edifici potessero raccontare”
Chi lo ha scritto. Suad Amiri, classe 1951, nata a Damasco e residente a Ramallah in Palestina, dove ha fondato il Centro Riwuaq, che si dedica a tutelare e riportare in vita edifici e centri storici in villaggi e città dei Territori occupati e di Gaza. È architetto ed ha insegnato anche nelle Università del Michigan e di Edimburgo. Scrittrice “solo per caso”, come dice lei stessa, ha pubblicato numerosi libri anche in Italia, il più celebre dei quali è “Sharon e mia suocera. Se questa è vita”, scritto fra il 2001 e il 2002, durante l’occupazione e il coprifuoco imposto a Ramallah dall’esercito israeliano. Il libro racconta con molta ironia il conflitto da una prospettiva inedita: quella della convivenza forzata tra le mura di casa con la petulante, insopportabile suocera.
Di cosa parla. Tutto inizia nel 1948 alla scadenza del Protettorato britannico che lascia al nascente Stato di Israele il potere di espropriare terreni e case, ed espellere gli abitanti palestinesi che vi abitavano. È la Nakba (la “catastrofe”): 700 mila di loro dovettero abbandonare la Palestina e rifugiarsi nei paesi vicini senza che a loro sia stato mai concesso il diritto al ritorno. Dopo di allora le espulsioni da terre ed abitazioni e gli espropri sono proseguiti e proseguono tuttora. Ma ogni storia di abbandono forzato di una casa è storia personale di affetti, relazioni, ricordi che vengono strappati via e lasciati nella memoria dolorosa che riemerge come in questo libro.
“Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita?” si chiede Suad Amiri. Ambientato a Gerusalemme, narra di storie raccontate con leggerezza ed ironia da chi ha vissuto l’angosciosa esperienza di aver costruito la propria casa, come la villa bellissima dell’architetto Baramki, e di doverla guardare da fuori perché abitata da altri con il permesso della legge dei conquistatori. La Amiri ci fa entrare in questa intimità senza mai indulgere al racconto pietistico o scavare nel dolore personale.
Cosa ne penso. Chi non ha mai visitato la Palestina o qualche lembo della sua terra, chi non ha mai conosciuto personalmente i poeti e gli scrittori palestinesi o letto le loro poesie e i loro racconti, ha del popolo palestinese e della sua lotta un’idea sfocata o peggio costruita sulla base delle narrazioni degli oppressori e dei loro fedelissimi scribacchini. Il contatto con la letteratura palestinese, come attraverso i libri di Suad Amiri, restituisce l’immagine di un popolo valoroso, oppresso, che ha lottato e lotta per la sua indipendenza e per riappropriarsi della propria terra occupata e colonizzata, un popolo colto – ogni bambino palestinese sa esprimersi in inglese – che vanta intellettuali di livello internazionale, poeti sensibili e delicati, scrittori moderni che raccolgono la memoria dolorosa e la volontà indomabile di lotta di donne e di uomini.
Da leggere per chi vuole capire.

