LA FRASE
“Già: chissà perché in ogni cosa riesco solo a vedere la morte?”
“Forse perché sei morto anche tu” rispose, e con le dita mi sfiorò una spalla.
Al suo tocco lieve, mi sfarinai tutto.
CHI L’HA SCRITTO
Michele Mari è nato a Milano nel 1955; è scrittore, traduttore, poeta e accademico. Il suo primo testo narrativo (L’incubo nel treno, 1964) è nato come regalo di Natale per suo padre.
DI CHE PARLA
“Euridice aveva un cane” è un volume composto da diciotto racconti straordinari, visionari e malinconici, ambientati in luoghi rassicuranti, ma carichi di segnali inquietanti. Si tratta di scene di vita quotidiana, in cui trovano spazio paura e umorismo, invenzioni irresistibili e finali imprevisti. E soprattutto i terrori e i turbamenti di ogni adolescenza.
COSA NE PENSO
Ho sempre fame di storie, brevi, folgoranti. E questo libro intenso mi sazia. C’è la parola, gestita con abilità, e c’è l’ironia, una lama sottile che mi ha trapassato, mi ha colto di sorpresa; inaspettata quanto assurda, trasforma in grotteschi racconti terrorizzanti. Ho provato terrore per alcune storie che terminano in maniera raccapricciante, merito dell’abilità dell’autore come esteta della parola.
Un invito alla lettura di questo libretto è rischioso: vale però la pena di tentare. Un racconto, uno solo. Soffermandosi su quelle parole, gustandone ogni lirismo, perversione, evoluzione. E poi una rilettura, ancora. È l’immersione quella che il libro chiede. Affondando corpo e mente nella vasca del linguaggio. Con fatica, trattenendo il fiato, scavando, strappando. Come un leggere in apnea. È perdersi in un tipo di fantastico che è fatto di mondi vicini e sovrapposti. La vita e la morte, il futuro e il passato, i vivi e i morti. Tutti schiacciati in questo presente che è sempre lo stesso. In questo mondo che ruota e che sembra immobile. In volti che invecchiano di minuto in minuto e che lo specchio ci mostra identici al passato, come vecchie fotografie dimenticate sul tavolo di una cucina abbandonata da tempo.
Ernesto, aprile ‘22
