Il postino si chiamava Vincenzo, indossava una divisa colore azzurro polvere e un cappello.
A tracolla portava una pesante borsa di pelle gonfia di tutta la corrispondenza da portare casa per casa. Quando arrivava suonava al cancello e lasciava le lettere nella buca.
La lettera attesa con ansia, con le aspettative e i desideri di apprendere notizie e novità importanti, quelle che avrebbero potuto cambiare la tua vita e portarti lontano. E poi quelle lettere che facevano battere il cuore, che annunciavano l’avvicinarsi della data di un incontro, l’appuntamento atteso da mesi, la fine di una lontananza, il ritorno di un amore.
La lettera da aprire di nascosto, al buio con la sola luce dei lampioni, con la finestra aperta e l’aria fresca della sera, leggendo di fretta quelle righe, col cuore a mille e lacrime calde giù dalle gote in fiamme.
Quella che con la freschezza delle più semplici parole d’amore, fece breccia e si adagiò negli angoli più reconditi dell’anima. La lettera che ti fece innamorare, scritta fitta fitta in corsivo, con l’inchiostro nero. Aveva il profumo antico della carta, aveva l’impronta di una mano che stringeva quella penna, aveva quel tempo passato a pensare, mettere in fila delle parole, parole pensate per far capire, per mostrare.
Quella lettera, forse la prima di chissà quante altre, corrispondenze di amorosi sensi.


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