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Prima del Covid 19 c’era già stato…

Sì, prima c’era già stata l’aviaria, la mucca pazza e poi Chernobil…Non si mangiavano uova e volatili, carne vaccina e bistecche fiorentine erano bandite, per paura dell’infezione. Per Chernobil – il disastro nucleare del 1986 in Ucraina le cui emissioni radioattive si sparsero in tutta Europa – fu vietato bere il latte e non si potevano mangiare verdure specie se crude. Si temeva il vento che poteva portare le radiazioni fino a noi, per cui era “preferibile” (espressione mai tramontata) stare in casa a finestre chiuse.
Prima ancora c’era stato il terremoto del 1980 con migliaia di morti e i soccorsi negati per giorni. Per non parlare della ricostruzione post-sisma…Come tutti i flegrei, con la terra ballerina ho un rapporto antico, profondamente radicato nel DNA, dove Vesuvio, Epomeo e Solfatara non sono solo bocche eruttive apparentemente sonnacchiose, ma parte costitutiva del carattere, dell’essere, dell’io. Ma queste sono parole, avete mai provato a dormire per mesi con la borsetta del “necessaire” vicino alla porta di casa, pronti alla fuga, coi boati notturni che squarciano il silenzio, le scosse a sciami e con la terra che si alza di vari centimetri sotto i piedi in pochi giorni?
E ancora prima, ancora a Napoli, ci fu il “male oscuro”, tanto temuto e sconosciuto da non meritare nemmeno un appellativo. Siamo sul finire del 1978 quando inspiegabilmente nel centro antico di Napoli iniziano a morire neonati e bambini in tenera età. Le piccole bare bianche e le urla disperate dei parenti rompevano il silenzio atterrito dei vicoli, svuotati dalle grida gioiose dei bambini reclusi nelle case. Ci vollero settimane e l’arguzia di un virologo a decifrare e debellare l’assurdità di un male “affrontabile”, dandogli un nome e un antidoto, la bronchiolite sinciziale. Intanto però per 80 piccole vite non c’era stato nulla da fare…
E prima ancora c’era stato il colera, era l’agosto del 1973. Le sirene delle ambulanze, la corsa all’acquisto di limoni e di ambramicina, le file per la vaccinazione, la distruzione dei mitili e la rivolta dei cozzicari – la colpa del vibrione fu attribuita alle cozze – e poi il divieto di mangiare cibi crudi e di fare assembramenti.
Mi fermo al 1973, certo di aver dimenticato ancora tanto. Con la consapevolezza che è stata la paura l’elemento che ha attraversato ognuno degli eventi citati, insieme all’assenza di prevenzione e all’estrema fragilità delle risposte e dei soccorsi. Perché non si tratta di “calamità” inattese, ma di incidenti di percorso che l’umanità ha già conosciuto nei millenni, fatti spesso prevedibili e a volte perfino evitabili. E non con miracoli o grandi imprese. Bastava non privatizzare la sanità, non tagliare i posti letto e chiudere gli ospedali, come si è fatto fino a qualche mese prima della pandemia. Non tagliare i soldi alla ricerca medico -scientifica, alla spesa scolastica, ai trasporti pubblici, ecc. Salvo poi attribuire colpe e responsabilità alla fatalità. O peggio ricorrere alla espressione bugiarda, che spesso vola di bocca in bocca senza smentite: “Non ci sono strutture adeguate perché non ci sono soldi…”
A costoro andrebbe ricordato che, in dispregio dell’art. 11 della Costituzione “L’Italia ripudia la guerra”, nel nostro paese ogni giorno per 365 giorni all’anno si spendono dagli 80 ai 100 milioni di euro per armamenti e missioni cosiddette di pace e che degli annunciati 207 miliardi di euro del Recovery Fund ben 30 miliardi pare siano già destinati all’ammodernamento dell’esercito.
Avete capito bene, non della sanità, della scuola, dei trasporti, della cultura, ma dell’esercito.
Intanto il virus si spande a macchia d’olio e i morti si contano a centinaia al giorno. Colpendo ancora una volta gli strati più fragili e indifesi della popolazione, nella salute e nelle condizioni sociali. Ne usciremo? E saremo davvero migliori? C’è da dubitarne fortemente se la musica non cambia davvero , se non torna centrale la salute pubblica se non si inverte radicalmente la rotta.
E non ci occorrono le chiacchiere e le divisioni tra giovani e anziani “improduttivi” o tra sfruttati “garantiti” e non garantiti, serve rimettere al centro della scena politica i bisogni che questa crisi sta evidenziando: la salute, il lavoro, il rispetto della natura, la dignità.

la foto è di Terry Sharp da Pixabay

Pubblicato inGenerale

Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Grazie per questo ritorno. Ci voleva qualcuno che scrivesse dando spazio alla visione delle cose.
    Ne abbiamo un gran bisogno e non solo nel Blog.

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