PARTECIPA AL CONCORSO
Cosa stava accadendo in città in quelle notti? Ormai erano tre i delitti a contarsi. Uomini, aitanti, ricchi. Morti subito dopo un amplesso, nelle loro ville lussuose. Un vero rompicapo per il Commissario Serio e per la giornalista di cronaca nera Trenti. Mangiava sempre il tappo della penna mentre rifletteva. Sulla scrivania le immagini dei tre uccisi. Squarciati. Anzi, dilaniati era il termine autoptico corretto. Solo il membro era stato risparmiato, ricoperto dall’ umore rilasciato dopo l’orgasmo. La violenza dopo il piacere. Masticava silente l’uomo assorto. La rompiballe era arrivata. Al solito, avrebbe voluto carpirgli informazioni riservate per i suoi scoop. Ma era maledettamente conturbante e un giorno o l’altro aveva giurato a se stesso che avrebbe passato le mani su quel sedere sodo che esibiva a ogni falcata delle lunghe e tornite gambe. Era entrata accompagnata dal vento di primavera, capace di spazzare via l’olezzo di morte che aleggiava nel suo ufficio nella penombra. Amava riflettere nei chiaroscuri. Gli si era seduta di fronte e aveva accavallato quelle istigazioni al sesso improvviso che erano le sue gambe. Lo guardava in attesa di notizie fresche, attendibili, di fonte sicura. Si era affrettato a ricomporsi. Dirle che si era immaginato steso con lei di sopra a giocare con la parte di lui più reattiva non era un buon modo per salutarla. Invece aveva esordito con:- Nessuna notizia- Brancolava nel buio. Pochi nessi sulla vita, molti sulla morte di quegli uomini. La mano sanguinaria era una sola, senza ombra di dubbio. Era l’unico dato che si sentiva di darle. Delusa lo aveva salutato con un broncio femmineo e, ancheggiando, forse volutamente maliziosa, era uscita dal suo ufficio seguita dal suo sguardo libidinoso. Un giorno o l’altro l’avrebbe invitata a cena. Sapendo già, però, che i suoi propositi sarebbero rimasti pie aspirazioni, per la sua proverbiale pigrizia e per quella timidezza che in fondo lo pervadeva, tornò al suo lavoro. La cittadinanza voleva risposte. Immediate prima che la paura divenisse fobia. Occorreva una mappa degli uomini ricchi della città. Doveva proteggerli tutti e fare pure in fretta. Ne aveva scartato alcuni dalla lista: troppo anziani e accasati, senza particolari propensioni sessuali e senza svaghi eccentrici. Tre i probabili. Aveva scelto gli uomini più preparati per effettuare pedinamenti, indagini e mimetizzazioni varie. Fra questi si era incluso perché non aveva mai chiesto ai suoi uomini di fare ciò che lui stesso non fosse disposto ad affrontare. Una settimana dopo, un uomo, uno fra quelli della sua lista, in abbigliamento casual ma molto ricercato, aveva appuntamento con una bellissima donna. Lei era arrivata in taxi. Lo spacco inguinale ne rivelava la gamba statuaria fasciata in calze retate sorrette da un reggicalze impudicamente lasciato in vista da quello squarcio sulla gonna lunga e sexy. Si muoveva come una pantera nella sua giungla. Lui, al riparo e ben nascosto, aveva trattenuto il fiato, non solo per non essere scorto. Flessuosa era giunta sulla soglia dove l’uomo l’attendeva pieno di ardore e solerzia. I lunghi capelli biondi della donna le coprivano parte del viso e non si riusciva a scorgere il labiale. Ma aveva detto qualcosa di molto eccitante se l’uomo le aveva passato un braccio intorno alla vita e l’aveva fatta accomodare nel suo splendido maniero. Il Commissario doveva adesso spostarsi dal suo nascondiglio e trovare la postazione che gli consentisse di vedere cosa accadeva in casa del sorvegliato. In un attimo, appena balzato fuori dal luogo mimetizzato, si accorse di non essere più solo. Cosa diavolo ci faceva lì quella giornalista? In tuta nera, come un guerriero ninja? Lo trattenne per un braccio e quasi non si beccò il pugno di reazione dell’uomo. – Voglio venire anche io- disse risoluta. – Tu sei pazza- rispose a denti stretti l’uomo. – O vengo o urlo- ricattò lei. Esasperato, la prese per un braccio e corsero verso la casa. Non c’era un attimo da perdere. La bionda si stava spogliando lentamente. Ogni movimento studiato e calibrato per suscitare eccitazione. L’uomo seduto sul divano la osservava con devozione blasfema e si massaggiava l’organo, appendice del suo piacere. Sinuosa come un felino gli si era accucciata in mezzo alle gambe e lo aveva condotto, con la sola passione delle labbra e della lingua, a vette elevate di parossismo erotico. Entrambi erano entrati, avvinghiati, in camera da letto. I due voyeur dovevano fare in fretta e soprattutto non dovevano fare rumore. Lei si era stesa e, masturbandosi, lo invitava sorniona. L’uomo l’aveva raggiunta e le sue mani avevano sostituito quelle di lei, mentre la lingua le affondava in bocca in un bacio preludio dell’amplesso che ne sarebbe stata conseguenza. L’aveva coperta col proprio corpo, affondando dentro di lei. Imbarazzati da sospiri e visioni i due osservavano quasi pentiti per quella invasione celata. L’uomo ansimante era schiacciato al materasso mentre la giunonica amazzone lo cavalcava superba. Improvvisamente, sopra di lui, non più la donna ma una creatura demoniaca che godeva di quel membro ancora eretto mentre gli squarciava il petto con artigli micidiali. Con denti aguzzi aveva azzannato la gola del malcapitato, passato dal piacere alla morte in un attimo eterno. Il poliziotto aveva estratto la pistola e aveva sparato. Uno, due, tre colpi. Mentre le mani gli tremavano, proteggendo istintivamente la donna terrorizzata al suo fianco. Occhi di brace e un ghigno ferale da lupo lo avevano colpito lasciandolo interdetto quell’attimo che era bastato alla creatura per sollevarsi da quel corpo ormai esanime e tentare una disperata fuga. Gli era balzata addosso cercando di affondare i denti nella sua giugulare. Nulla più di femmineo vi era in quelle fattezze di licantropo. Istintivamente lei si era gettata addosso a quella creatura per tentare di proteggere l’uomo. La licantropa l’aveva guardata con odio e biasimo, forse persino con scherno o pietà. Un attimo che le era stato fatale. Il commissario, traballante, aveva mirato e sparato dritto al cuore. Era caduta ai loro piedi. Morta. Creatura? Ora solo donna. Solo donna. Chi mai avrebbe creduto al loro racconto?…
Aveva preparato con cura la cena quella sera. Finalmente. La luna piena sarebbe stata complice del loro incontro. Le candele spandevano una luce soffusa. Era arrivato in perfetto orario, elegantissimo nel suo completo blu notte. Gli aveva aperto lasciando fuori dalla porta ogni tormento o incognita sul domani. L’aveva abbracciata, senza il tergiversare dei convenevoli, ne aveva aspirato il profumo fresco e invitante. La cerniera alle sue spalle scese docilmente, ubbidiente alle mani di lui. Il seno fremente divenne baluardo a tenere la stoffa e lui con la bocca, allontanò quei bordi che gli impedivano di saggiare delizie agognate. Gli tolse la cravatta, gli sbottonò la camicia, percorse con scie di baci il petto villoso. Seguì percorsi incandescenti e peccaminosi e si inebriò del respiro smorzato di lui quando tributò di carezze di lingua il suo sesso già desideroso di un antro accogliente. Le scostò gli slip neri, le fece provare il bacio più audace che avesse mai sperimentato mentre la lingua cercava rifugio nell’umida caverna. Il fremito che l’aveva pervasa si era espanso in tutto il suo corpo. Lui l’aveva posseduta mentre ancora era persa nella sua estasi. Pulsante gli si era adagiata sopra. Una conchiglia con il mare dentro a inondarla e a farla divenire onda partecipe di una danza dalla musica sconosciuta. Aveva raggiunto il piacere, possente, totale. Respiro contro respiro privo di ritmo, sconnesso, ansimante. Un ululato di godimento… Di lei. Di lei. La luna padrona. Quel graffietto sulla mano…ecco…il testimone era passato! Un altro uomo sacrificato al plenilunio!


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