C’erano, fra gli endecasillabi distribuiti dalle volanti,
foto di uccelli che prendevano fuoco, erano sparse sulla strada,
lungo tutta la carreggiata, per almeno sei chilometri.
I topi dei fossati vicini erano parecchio inquietati dalle foto,
alcune finite nelle loro tane e non osavano toccarle.
Quindi i topi correvano impazziti lungo le fogne,
lungo i fossati, nelle cantine, alla ricerca di un riparo.
Il mio topo, quello che rosica il tempo nella mia casa,
mi disse che tutto sarebbe passato e poi dimenticato.
Gli dissi “ma se dimenticheremo, come potremmo perdonare?”
Il topo guardò fuori dalla porta di casa mia,
vide tutti gli altri topi correre e probabilmente pensò:
“perché non perdonereste mai”, ma tacque, non disse nulla,
lo pensò solo.
Presi in mano una foto di quegli uccelli bruciati
E mi salì una rabbia impotente, misi in bocca la foto
E la mandai giù, come fosse pane, presi del vino e
Ne bevetti un sorso, guardai il topo, lui guardò me e
Strizzò l’occhio, poi riprese a rosicchiare il tempo
Sulle gambe di una vecchia credenza che serviva solo
A tenere in bellavista foto di morti.
Perdoneremo quando avremo dimenticato?
Pubblicato inPoesia


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