Batteva il cuore. Rimbombo lontano come tuono, preludio di temporale. E un temporale si agitava in loro a dispetto della calma apparente che opponevano al mondo.
L’ aveva visto quasi subito arrivando. Un sorriso le aveva illuminato il volto. Fu proprio quella luce probabilmente a farlo girare e scorgerla. Occhi a brillare limpidi e a dirigersi verso quella donna dal passo deciso e perentorio.
Andarsi incontro per non perdere neppure un attimo di un tempo già di suo breve e tiranno. Un saluto caloroso fra loro a dirsi in un abbraccio fra migliaia di persone: _ti ho pensato tanto…non vedevo l’ora di raggiungerti_
E poi…la parentesi tonda…un sogno…
Una stanza, palcoscenico di un amore per un paso doble limitato nel tempo e nello spazio.
Lo guardava con uno sguardo che era una combinazione alchemica fra l’adorante, l’appassionato e l’ingenuo furbo dei bimbi quando vogliono qualcosa.Si muoveva per quel luogo sconosciuto a guardare, a scoprire, ad accendere luci, a renderlo un po’ meno straniero. La signora che li aveva ricevuti, sarebbe giunta di li a poco portando l’indirizzo di un buon locale dove cenare.
Aspettavano il suo bussare. Il tempo sembrava non volere scorrere. Ovattando tutto. Persino i battiti del loro cuore. Lei sembrava un furetto in giro per l’ampio ambiente.Piedi nudi a calpestare il pavimento. Lui si era appoggiato all’unica grande finestra di quel microcosmo. Apparentemente tranquillo, sornione nel suo sguardo a bere ogni intorno.
Sorrideva di quel moto perpetuo, e attendeva il ticchettio alla porta ad annunciare l’arrivo della signora. Gli era andata vicino. Tanto vicina che entrambi avevano aspirato la fragranza dei loro odori. Aveva allungato un braccio e l’aveva catturata. Improvvisamente, da donna libera, si ritrovava prigioniera di due braccia forti. La stranezza di quella cattura era che nè prigioniera né carceriere volevano saperne di modificarne il corso. Il bacio che ne era scaturito era stato il tappo divelto che libera l’energia di una bottiglia di champagne.
I loro corpi aderivano, i lombi di entrambi protestavano in loro vece. Respiro contro respiro. Le lingue ad incontrarsi, incrociarsi, salutarsi, esplorarsi, a penetrare reciprocamente l’anfratto umido. Le braccia a saldarsi prepotenti attorno ai corpi. La voglia a cavalcare l’onda che promanava dal centro del piacere diramandosi, come scossa tellurica con un suo evidente epicentro, in tutto l’essere. Come potevano due esseri razionali perdere la cognizione del tempo, dello spazio? Si accorsero di quanto fossero lontani dai Dove, Quando, Perché, allorchè udirono bussare alla porta.
Lei si staccò a malincuore da quelle braccia, tamponò con la mano le labbra tumide di baci e con uno sguardo carico di promesse, si avviò ad aprire. La signora, probabilmente avvezza alla discrezione, finse di non vedere il rossore che soffondeva le gote della donna. Consegnò l’indirizzo, salutò e tornò alle sue faccende.
Come aveva fatto ad arrivare furtivo ed immediato alle sue spalle questo non avrebbe saputo spiegarlo. Sentì solo le sue mani chiudersi a coppa sui seni, il fiato caldo e sensuale sulla nuca, una forza viva premerle sulle natiche. Si appoggiò a quel corpo saldo. Ne percepì lo stesso istinto ferale che aveva assalito lei. Fatto di odori, necessità di sapori, di tatto, di esclusiva, di un territorio che fosse solo il loro.
La veste frusciava ad ogni passaggio di palmo, aderiva, si discostava, celava, svelava… In un continuo languore che pervadeva i due consapevoli ballerini. La cerniera sulla schiena. Un percorso lungo, estenuante da fare per mani febbrili.
Magicamente venne giù senza conoscere resistenza di stoffa, di mani, di pensieri. Eppure ancora baluardi…eroticamente collocati ad acuire il desiderio. Dita ad intrufolarsi dentro lembi di sottoveste, a giocare, rendere spasmodica l’attesa… Una spallina, poi l’altra, le gambe a divenire molli, a necessitare di sostegno, e bocca arida ad agognare di placare l’arsura.
Lei, voltandosi, lo avviluppò nel suo abbraccio. Quante volte nei sogni aveva immaginato quel momento! E nessuna immaginazione avrebbe eguagliato la bellezza di quell’istante.
Gli occhi di lui, le scrutavano l’anima, intenti a cogliere anche un minino accenno di rifiuto, sottrazione, resistenza, dubbio, ansia.
Non lesse nulla nei laghi trasparenti che reggevano il suo sguardo. Solo un desiderio pari al suo. Questo conferì al suo maschio orgoglio la spinta necessaria a mettere in campo le armi della seduzione, del piacere. Ma sapeva che non aveva bisogno di nessuna tattica, nessuna strategia. Quella donna era fra le sue braccia. Vi era entrata volando. Come un airone libratosi nel cielo dopo una lunga prigionia. E guardava lui. Solo lui.
Lo spogliò lentamente, gustandosi ogni movimento teso a facilitare la prossima nudità. Capì da un respiro smorzato che la sua inesperta audacia stava sortendo effetti insperati. Le mani di lui percorsero spalle, pelle, assorbirono calore. I baci divennero fremiti. Un’urgenza imperiosa comandò il loro agire. E, per un attimo, rimase a guardarla nella sua rosea, quasi pudica posa, di donna che risplende di attesa.
C’era il sole ad inondare la stanza. Voleva tutto quel giorno. Compreso il sole. Il calore. La felicità. A costo di chiudere tutto il resto fuori dalla porta di quella camera. Al di là di quel giorno tutto loro.
Nudi. Finalmente. Come tante volte si erano desiderati, voluti.
Uno di fronte all’altra nella imminenza di un atto a non essere solo questo, lei lo sapeva fin troppo bene, un soddisfacimento di istinti. Le accarezzò il corpo con voluttà. Nessun riguardo più. Nessuna delicata attenzione. Solo fame. Una fame ricambiata.
Il letto li aveva chiamati con voce suadente. Erano caduti sopra quella morbidezza con i loro corpi stretti in un abbraccio. Pelle ad accarezzare pelle. Baci a ricoprire assenze. Respiri a soffocare singulti. Tennero stretti i loro corpi. Sapevano entrambi quanto fosse importante quella comunione di carne e pensiero.
La penombra alfine aveva invaso la stanza. Restii ad abbandonare quel talamo, impiegarono minuti a giocare sornioni. Fu lui ad alzarsi, a fare la doccia per primo. Lei rimase adagiata sul letto, pudicamente coperta da impalpabile lenzuolo. Occhi chiusi a rievocare vicine carezze e baci intensi capaci di togliere il respiro. Il lento sollevarsi ed abbassarsi del seno, indicava il riposo.
Aveva il telo da bagno attorno ai fianchi. Si fermò sulla porta a fissarla. Sembrava dormisse. Appariva così fragile ed indifesa. La pelle arrossata dai baci e dagli accenni di barba con cui l’aveva sfiorata. Le si era avvicinato. Le aveva sfiorato le labbra. Lei aveva sorriso, gettandogli le braccia al collo. Il lenzuolo era scivolato e la musica li aveva inebriati ancora, finché una fame più prosaica non si impadronì di loro.
Uscirono all’imbrunire. Entrambi consci della vicinanza dell’altro. A non desiderare altri luoghi in cui volere essere.
Le stradine erano voyeur involontarie del loro incedere e del loro parlare, raccontarsi, guardarsi e comprendersi al volo.
Il ristorantino scelto era intimo e discreto. Un tavolino, il loro, a non riuscire ad essere neppure momentaneo baluardo al loro palese desiderio di darsi. Si erano guardati negli occhi e avevano scorto la paura. La paura di essersi persi l’uno nei misteri dell’altra. In uno scambio vicendevole che era stato prima solo di essenza, adesso di ogni cellula o poro.
Il vino ghiacciato esaltava il cibo e le loro emozioni. Le dita a sfiorarsi, dolosamente a cercarsi. A sorridere ammiccando a inespressi pensieri aleggianti fra loro.
Il ritorno era stato più spavaldo, complici i bicchieri bevuti. Abbracciati stretti a percorrere stradine che i tannini ingurgitati facevano apparire sconosciute. Le braccia che la cingevano la facevano sentire al sicuro, protetta. Le mani con disinvoltura sulle sue spalle le regalavano una emozione indicibile: calde, vere, sue! Per lei!
La notte era calma, silenziosa.
La finestra si apriva su una via poco battuta dal traffico cittadino. Era in alto, sopra la cima di un albero quello speciale oblò sul mondo. Affacciarsi e respirare la notte dava la sensazione di dominare lo spazio ed il Tempo.
Stava appoggiato silenzioso lui a quella finestra. Il pensiero chissà verso quali orbite o distanze siderali.
Taciturno a contemplare quel buio. Gli si era posta accanto. Ne aveva percepito il profumo. Una sensazione di freschezza, quasi di onda a lambire. Era accanto a lui. I suoi sensori del desiderio si erano acuiti. Possibile che avesse ancora voglia di lei? Gli bastò guardarla un attimo per scorgere la sua stessa percezione.
Le prese un braccio. Lo accarezzò tenuemente. L’avvicinò a sè. La baciò in quel modo impetuoso ed unico con cui amava possederla con la bocca. Lei rispose con slancio. Tenendolo stretto. Strusciandosi a lui. Sciolse il nodo sul collo che reggeva il suo vestito. Lo lasciò cadere. Nessuno ricordava chi spogliò chi e come si ritrovarono a danzare ancora.
Fecero un amore tenero e bruciante. Adorava guardarle il viso stravolto dalla passione, le labbra tumide di baci, gli occhi cupi. Lei si inebriava alla sensazione esaltante di chiamare quell’uomo ” suo” sia pure nello spazio di un tramonto. Le era stato dato in dono di vivere la più esaltante condizione di femmina che potesse immaginare e non l’ avrebbe sciupata con riflessioni tardive.
Avevano dormito vicini. Lei aveva provato una tenerezza indicibile nel vedere quel volto rasserenato nel sonno. Lentamente aveva indossato la sua camicia da notte, aveva spento la luce e la tv e, baciandolo delicatamente, gli si era stesa accanto. Il sonno si era impadronito anche di lei e, fino all’alba, il silenzio aveva regnato sovrano fra quelle pareti.
Avevano aperto gli occhi quasi contemporaneamente. Non era ancora spuntato il sole. Lui l’aveva stretta a sè. Le labbra nel bacio sapevano ancora di sonno.
Venne il giorno, infine, quello dell’addio. Sapevano che sarebbe arrivato
Coi sorrisi avevano esorcizzato quel momento. Prendendo il caffè nudi avevano allontanato quel fantasma. Quanta complicità a tessere la sua rete fra quelle due anime.
Avevano passeggiato fra le strade deserte di una mattinata mentre il mondo ancora dormiva.
L’aria era fresca ma intrisa di quel tepore che avrebbe poi portato al caldo nelle ore più tarde della mattinata. Una mano dentro una mano. Una forte e sicura, l’altra più piccola e delicata. Intrecciate, però, a fondere con un gesto, un sentire comune. Un appartenersi nonostante tutto. Incomprensibilmente uniti. Parsimoniosi custodi di momenti che sapevano rari se non addirittura unici.
Correvano quelle ore traditrici di sogni.
Di li a poco avrebbero scandito solo ricordi, solo brame. Un uomo e una donna, ognuno in un mondo diverso. Un Noi che tornava un Io.
Quella camera raccolse ancora effusioni e magiche epopee amorose. Un abbraccio semplice, confortante, divenne preludio di un crescendo rossiniano di passione. Di nuovo Adamo ed Eva a rimpiangere il Paradiso terrestre. Lucifero e Lilith a ricreare le fiamme della loro ara. E immolarsi. Martiri consapevoli per divenire cenere bruciante di passione.
Ancora…ancora…ancora.. Mai sazi. Mai paghi. E quell’ancora…ancora…ancora si perse fra le loro labbra. Suggello di un cuore chiuso dentro una parentesi tonda.
Una carezza le fece, un tenue bacio sulle labbra le diede. _ Va via,adesso! Non restare qui! _ le disse. Ubbidì a modo suo. Restando senza farsi vedere.
Lui sedette.
Lei sedette…in un altrove lontano.
_ Mi dimenticherà? _ pensarono all’unisono mentre quel “lontano” diveniva la loro realtà.
Sulle labbra, nel cuore, nel corpo il Ricordo di un Noi.
E il peso di un Arrivederci che non avrebbero mai voluto chiamare Addio!
Dipinto ” L’ ATTESA olio su tela – spatolato 50×70″ di Carmen Schembri Volpe
Milonga
Pubblicato inAmore


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