Come unghie su una lavagna di grafite
Stridono i sensi, soffrono la pena.
La nostra terra agonizza, lentamente.
Nell’indifferenza di ottusi governanti
che si giocano ai dadi la sua vita.
Fievoli, le nostre voci s’alzano a dissentire,
a scongiurare cure, interventi mirati.
Niente si muove, nulla accade,
l’agonia procede, inarrestabile
nei troppi silenzi di scaltri trafficanti.
Brucia l’Amazzonia, si sciolgono i ghiacciai,
gli oceani si alzano, inghiottono le coste.
Franano le montagne e il paesaggio muore.
Dove andranno le genti di pianura?
Che fine faranno i giganti del mare?
Chi ci proteggerà dall’arsura e dal fuoco?
Nessuno risponde, Solo il vile silenzio,
le parole vuote di logiche e rimedi.
Nei nostri ghiacciai eterni,
sulle Alpi maestose,
emerge la Storia di 100 anni fa.
La terra mette a nudo le ferite secolari,
ci sbatte in faccia la nostra iniquità.
L’inerzia che dilaga in una civiltà che si è assopita,
che si autodistrugge,
convinta di dominare la natura.
Ora, in questo preciso momento,
è una pandemia a dominare,
ci costringe,
ci maschera,
grotteschi fantocci,
incapaci di curare il nostro stesso presente,
buoni solo a ipotecare il futuro
di un mondo che anela
a un domani senza distruttori.
Io accuso! Siate maledetti!
Stride la mia voce,
come unghia su una lavagna di grafite,
mentre lacrime secche intasano gli occhi
che vorrebbero piangere per la terra Malata,
Violentata da tutti i suoi figli.
nell’immagine: l’Amazzonia brucia, Dinamopress


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