CONCORSO IO RESTO A CASA
Alla fine sono andati via tutti. Ad uno ad uno.
Chi a poco a poco, chi d’improvviso.
Ognuno ha avuto le proprie ragioni.
Anche io le mie per restare.
Sull’onda di questi pensieri finse di cavalcare il mare, mise la giacca sopra la camicia stirata che da tanto non profumava più di appretto, indossò la mascherina nuova sul viso ed andò ad affrontare il nemico invisibile che da mesi infestava il mondo.
Camminava di passo lento come chi non ha fretta di arrivare.
Il cielo era grigio come gli umori di quel tempo. Il silenzio surreale. Tutti con la voglia addosso di abbracciarsi ma ben lontani dallo sfiorarsi. Persino gli sguardi incutevano paura.
Prima di scendere bevve il suo caffè. Un cadeau ricevuto da lontano. Ne respirò il profumo ed il sapore intenso che sentiva in quel momento ricolmo di bene.
Anche lui ogni tanto regalava qualche caffè. C’era chi lo accettava e chi lo rifiutava in silenzio come se sul bordo di quella tazzina ci fosse stata la peste.
Lui il giorno prima aveva rifiutato un abbraccio richiesto più volte e sentiva in cuor suo di averne ben donde.
E’ se morissi? Gli fu chiesto all’improvviso. Lo abbracciò con lo sguardo e gli rispose: “Non potrei nemmeno venirti a vedere. Ti prenderebbero di peso mettendoti dentro una cassa di legno e ti chiuderebbero senza nemmeno permettere a tua madre di darti l’ultimo bacio. Ricorderò i momenti migliori di noi, quelli in cui abbiamo riso e cancellerò dal cuore tutte le cose brutte che ci sono successe. Fai così anche tu se dovessi morire io”.
A lei invece l’avrebbe abbracciata senza esitare.
Minuta nel suo incedere elegante le era sembrata stranamente impaurita e desiderosa di sentirsi dire qualcosa di rassicurante.
Non lo dava certo a vedere. Sembrava così sicura di se ed in grado di badare da sola da fare invidia ad un capitano in guerra mentre aizzava i suoi uomini ad attaccare.
Le aveva sentito la voce tremare dall’emozione e dalla paura e scorto un giorno una lacrima scivolarle piano che asciugò in fretta. L’aveva sentita raccontare della sua vita, delle sue rinunce e di come avesse dovuto andare avanti quando magari, forse, avrebbe preferito morire. Ce l’aveva fatta invece. Era riuscita a vivere. Si era costruita addosso un’armatura in grado di proteggerla da ogni male. Un pezzo alla volta. Il primo lo montò sul cuore. Poi sulla mente. Aveva la forma di un alveare con delle porticine attraverso cui decideva quali pensieri fare entrare. Per ultimo sull’anima e sul corpo. Li non sarebbe passato più nessuno fin quando non avrebbe rivoluto.
Lasciò libero soltanto il volto, così che tutti potessero guardare il suo sorriso, sempre e comunque, ed in pochi avrebbero saputo cosa c’era dietro.
Il suo sorriso era disarmante. Di occhi e bocca insieme, almeno fin quando la bocca si poteva guardare.
Intanto lui si accontentava di guardare il suo sorriso. Dagli occhi.
Sarebbe venuto un tempo migliore per guardare ancora anche la bocca che le sorrideva.
Adesso era solo il tempo della lontananza. Dalle persone e dalle cose. Dagli affetti, dal lavoro e da tutto ciò che si poteva evitare. Si poteva vivere soltanto di occhi e di sguardi.
I suoi sapevano anche parlare e lui a volte non avrebbe smesso di ascoltarli.

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