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Lo spioncino

Non so tradurre
il pianto del piacere mancato
il rumore del mare che sbatte
né il silenzio breve della risacca.
Inaccessibile il lamento degli abissi
il senso ultimo di una vita inferma
o la vittoria sui sensi di un’anima pia.
Guardo dentro con l’occhio affamato
da fuori in ginocchio prego di entrare
vinte le mie carni gridano riscatto
dalla misera condizione di essere nate.
D’improvviso sulla neve di marzo
un’ombra appare
incredula la mia mente ripete
che sei e non sei
o sei più che se ci fossi.
Il giorno non illumina i prati di colori
il chiarore sommerge le mie pupille.
Ancora caldo dell’odore acre dei ceri
il mio corpo sprofonda
nell’immensità di fede tradita.
Mi spetta il diritto alla pace
atto di compassione per i vivi
come pulire i campi dal peso dei sassi.
Mi rovini addosso più che onda sferzata
sugli scogli d’inverno dal maestrale
più fragile d’argilla nel casto cammino
l’anima mia sgretoli dal di dentro,
o infame notte!

Pubblicato inGenerale

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