in questo link vi è il breve racconto di “Le streghe”, tratto da “Dialoghi di Leucò” di Cesare Pavese, quanto segue invece è il seguito scritto da me per replicare uno spettacolo teatrale dove non mi andava di proporre di nuovo solo il testo di Pavese, ma, per rispetto verso i vecchi spettatori che, probabilmente si sarebbero ripresentati, ho pensato di allungarlo e farlo finire a modo mio. Mi perdoni il poeta, ma l’importante è che non facciate troppi pettegolezzi su di lui, ci tiene. In foto Banca Garufi, la donna con cui ebbe una relazione e che gli ispirò l’opera sopracitata.
L – Aspetta…
C – Dimmi Leucò
L – Come immagini un vita dove non potresti prevedere nulla, anche se tutto è già stato scritto, ma non è più in tuo potere saperlo^
C – Come la immagino? Come la immagino? Ma io non la immagino, io a volte la sogno, la accarezzo come accarezzo i piedi di Ermes (dio dell’ermetismo, del commercio, dell’eloquenza e dei ladri, messaggero degli dei), come posso immaginare, anche solo lontanamente, l’unica potenza che a noi immortali sfugge da sempre, quella del ricordo? A volte vorrei perdere questa pelle, che come quella del serpente, svanisce e poi ritorna, svanisce e poi ritorna, senza sosta, senza diventare mai farfalla. Il bruciarsi le ali è un privilegio dei mortali e solo dei mortali, ti rendi conto Leucò? I mortali hanno un privilegio che noi non abbiamo
L – Ma smettila Circe, ma di che privilegio vai cianciando, i mortali hanno solo la morte, è l’unica cosa che ci distingue da loro e di certo io non gliela invidio.
C – Leucò, eppure noi siamo stati forgiati nell’invidia, tutti noi e cosa invidiamo noi ai mortali? La loro ignoranza, il loro non sapere la sorte, l’amare mentre l’amante s’ingegna nella fuga, che nutre l’amore di speranze, di SPERANZE Leucò!!! Chi spera non sa, non sa nulla, forse crede di sapere e così credendo si lancia in pensieri, congetture, teorie, che poi si disfano come le ali di Icaro presso il sole, ma tutta quella vita consumata nella tensione di una speranza non vale l’immortalità di tutti gli dei.
L – Sei pazza, Circe, o innamorata, il che è lo stesso, tu vuoi ridere del riso degli dei, il tuo non è un voler diventare mortale, ma un essere oltre tutti gli dei, questo è un sacrilegio anche per la nostra stirpe.
C – Sacrilega è la sorte del mortale e in quanto tale meritevole di ricordo eterno, ed è questo che cerca l’uomo, cerca il ricordo, cerca di diventare ricordo egli stesso, ogni cosa che fa la fa perché venga un giorno raccontata, come se volesse vivere nell’assenza di sé stesso. Cosa sono stata io per Odisseo se non una storia, non più di una storia, non meno di una storia, un racconto da narrare la sera, dopo l’imbrunire, con gli amici, e mi ha fatto ricordo, mi ha reso mortale. Io trasformavo gli uomini in porci, lui ha trasformato gli dei in parole. La parola, cara Leucò, agli dei è sempre sfuggito il potere della parola, eppure ne siamo stati ottimi cantori, messaggeri, profeti ed ora eccoci sue vittime.
L – Circe, malata d’amore, malata di morte, chi potrà ormai aiutarti?
C – Un altro amore, il tuo Leucò, il tuo amore mi può aiutare, se lo vuoi.
L – Volere una cosa è un affare di poco conto se poi mi dovrò difendere dall’ira degli immortali.
C – Io già non appartengo più a questo mondo di dei, non mi interessa più questo eterno tornare a rifare tele senza nessuno che mi aspetti, la trama di una tela è un’attesa, anche questo straccio (mostra un pezzo di stoffa) aspetta qualcuno, perché io no?
Leucò prende un coltello senza farsi vedere da Circe, si alza, guarda in alto e inizia a girare su sé stessa, fino quasi a perdere l’equilibrio.
C- Che fai amica mia?
L- Oh, Circe, mi gira la testa, sorreggimi ti prego.
Leucò va da Circe per abbracciarla e così facendo la trafigge sulle spalle col coltello.
Circe si accascia guardando Circe con riconoscenza amorevole. Leucò le accarezza i capelli, mentre Circe sviene sul pavimento, girando il volto verso il pubblico e chiudendo gli occhi.
L- E ora danziamo, non ci resta che danzare e ridere, ridere delle illusioni degli dei.
Leucò danza attorno al corpo di Circe. Finché dal pubblico si alzano 6 spettatori che portano via il cadavere, con Leucò in testa.


Non conoscevo questo dialogo di Pavese, molto interessante, sul tema del ricordo. Grazie
Più che sul ricordo è sulla morte, la morte e l’immortalità. Tutti i dialoghi di Leuco’ nascono sotto la fascinazione di Friedrich Nietzsche, cosa poco sottolineata nei libri di testo di scuola. Pavese, da grande cultore della mitologia greca, amava Nietzsche e amava trasportare il mito ai giorni nostri. I dialoghi sono la premessa per capire poesie note come “Verrà la morte…” Grazie
Comunque questo dialogo l’ho scritto io, immaginandomi Pavese che lo continua
Sì, certo, ma ho letto anche Pavese, al link da te indicato.
quello infatti è l’originale, pensavo di farne un video, ma in questo periodo non mi fido di mettere due attrici, mie ex studentesse, tra l’altro, a recitare vicine e da lontane sarebbe ridicolo