Da piccolo sognavo. Tanto, anche da sveglio.
Il mio gioco preferito era quello di immaginarmi scene che animavo nella mia mente agitando un cucchiaio di legno, facendo con la bocca (scii uh ciuff) il “verso” di battaglie strepitose, camminando avanti e indietro per la casa.
Mia madre avrebbe confessato, più tardi, il timore di avere un figlio completamente pazzo.
I sogni, che trainavano desideri via via sempre più lucidi, entrarono a far parte della mia vita alle scuole elementari.
Desideravo diventare scrittore o almeno giornalista. Lo sognavo di notte ed il giorno mi cimentavo con i temi, in classe o casa. A quei tempi leggevo un casino: non c’era la televisione, ero figlio unico e solitario: non frequentavo nessuno fuori dalla scuola e tutte le estati le passavo lontano da casa, da mia nonna, ad Assisi.
In questa veste – di scrittore fatto e finito – iniziavo i miei temi di scuola con un “Cari miei piccoli amici” e chiudevo con uno pseudonimo: John Douglas. Molto probabilmente la diagnosi di mia madre era esagerata, ma certamente coglieva una parte di verità.
Questa passione non mi ha mai abbandonato.
Come me, tanti altri della mia generazione e di quella immediatamente successiva, hanno fatto delle proprie passioni lo stimolo per realizzare un personale percorso di vita.
Tutti noi, nati negli anni cinquanta e sessanta, abbiamo sognato ad occhi aperti: ci sentivamo autorizzati a farlo da una visione del futuro collettivo colorata dell’azzurro della speranza e dalla certezza che il nostro destino sarebbe stato di superare i nostri genitori: se non in ricchezza, certamente in gratificazione personale e in stile di vita.
Abbiamo trovato nell’ottimismo sociale diffuso la spinta per provare a realizzare i nostri sogni e in tanti, grazie all’impegno, la determinazione, la curiosità, il coraggio e la forza d’animo, ci sono riusciti.
Gli esperti ci dicono che oggi i nostri ragazzi sarebbero sprovvisti di desideri così pressanti tali da spingerli ad impegnarsi con coraggio verso la loro realizzazione. La tentazione del ritiro sociale, della chiusura in sé stessi, dell’abbandono da una pratica desiderante ne sarebbe la conseguenza.
Allora l’idea è quella di mettere in relazione studenti dei primi due anni di scuola superiore con gli anziani della RSA e imprenditrici e imprenditori di successo.
Potremmo chiamarla A Scuola di Sogni. E il 5 novembre è stato il primo giorno di questa inedita scuola.
L’appuntamento con il primo testimone da presentare ai ragazzi era alle nove meno dieci in piazza .
Sono arrivato in grande anticipo. Ero molto emozionato nel pensare di incontrarlo.
Lo avevo conosciuto e ci avevo parlato per più di un’ora una settimana prima.
Mi aveva parlato della sua storia, quella che avrebbe raccontato ai ragazzi, il giorno 5 e i giorni successivi, all’istituto San Benedetto di Montagnana e allo Jacopo da Montagnana.
Avrebbe condiviso con i ragazzi alcuni flash di una favola moderna: il successo imprenditoriale costruito dal nulla con la passione, l’inventiva, il coraggio ed una visione chiarissima del futuro.
Aspettavo quell’uomo molto alto, con un viso serio illuminato da un paio di occhi cerulei, buoni e dolcissimi, sempre in jeans e giubbetto, colui che incontravo quando entrambi accompagnavamo bimbi piccoli all’asilo: lui i nipoti ed io le figlie.
Si presentò con una enorme guantiera di pastarelle e sfoderò un sorriso ammaliante ed irresistibile quando la bidella dell’Istituto cercò inutilmente di fermarci.
La magia poteva avere inizio.


Sii il primo a commentare