racconto scritto oltre 10 anni fa, nessuna allusione alla situazione sanitaria attuale
Ho chiuso tutto, porte, finestre, buchi e spifferi. Non entra più nessuno, posso tranquillamente marcire in santa pace qui dentro. Ho i miei libri, dei siti porno, dei film d’autore, ma d’autore proprio, non di un autore qualsiasi, d’autore. Ho la mia yamaha folk, il mio Marshall, per le mie intuizioni musicali estemporanee. Non ho una pettinatura alla Jimi Hendrix, e porto pigiama color cacca di mare, con stelline bianche, una vestaglia antica e un paio di pantofole. E’ tutto mio qui dentro, tranne quello: l’armadio. Ho, ma farei meglio a dire che ospito, un armadio a due ante, rosso, con due listoni marroni vicino alle maniglie.
L’armadio a due ante lo apro una volta alla settimana, per cambiarmi i vestiti, non sarebbe necessario cambiarsi così tanto, visto che i miei vestiti resistono a tutto, salvo smarrirsi in qualche posto non ben definito dai confini geografici del mondo. Di solito i vestiti li perdo là, in un là dove presumibilmente sono stato, ma di cui non ricordo più nulla, quindi per me è sempre là, là perdo i vestiti. Ma l’armadio a due ante non termina dove inizia l’uso dei miei vestiti, no, esso è qualcosa che non conosco affatto, un oggetto che è estraneo a tutto il resto, a me stesso, qualcosa che, nascondendosi nel panorama sempre uguale di una stanza invecchiata con me, nasconde cose, tante cose.
Quando mi corico l’armadio a due ante è lì, alla mia sinistra, come un guardiano silenzioso, inquietante, forse mostruoso. Ed è quando mi addormento che l’armadio a due ante prende il potere, rovesciando di colpo l’ordine costituito del “MIO” spazio e dei “MIEI” oggetti. Fu una sera di alcuni anni fa, che tutto iniziò ad avere un senso, un senso terribile che si sarebbe fatto largo nel mio spazio vitale, fuori e dentro di me, fino a diventarne il signore e padrone. Dormivo e che cazzo vi potrei dire di quando dormo? Nulla, perché io non sogno, non ho ricordi, non vivo fasi REM, non ho visioni, apparizioni, percezioni ESP, niente di niente.
Eppure lì accadde qualcosa, una parte del mio cervello, di quello rimasto ovviamente, era straordinariamente attiva, vigile, impegnata. L’armadio a due ante si spalancò di colpo lasciandomi vedere una splendida fanciulla sistemata nel secondo vano, dove tengo i maglioni di lana e il costume da bagno, mai usato. Era molto bella, la fanciulla (anche il mio vestito da bagno è bello però), vestita di azzurro, bionda, bionda come i miei capelli se io fossi biondo. La guardai negli occhi e di colpo mi sentii come ribaltato in un altro posto, orfano della soave visione che mi iniziò al nuovo corso, mi trovai in riva ad un fiume, dove decine di uomini appostati sulle rive erano intenti a pescare.
Erano uomini molto brutti, e già l’uomo è brutto di suo, ma questi erano proprio brutti, creature orrende appena uscite dagli inferi, vestite male, anche se non potei non scorgere nel loro look qualcosa di molto familiare. Bestemmiavano e si insultavano uno con l’altro, un po’ come in certi post su fb, e poi tutti assieme cantavano canzoni sconce a voce alta e sguaiata. La cosa che mi lasciò atterrito fu però scoprire le loro prede, non pescavano pesci, bensì esseri umani e nella fattispecie infermieri. Era terribile vedere infermieri di ogni reparto tirati su per la gola infilzata da ami poderosi, degni della peggior inquisizione. Ogni 30 minuti passava un catamarano che trascinava una rete piena di medici, di ogni specializzazione ed età, donne e uomini, trascinati nell’acqua, una massa informe di umani vestiti del color degli angeli, che non affondavano solo perché il catamarano li trascinava via, dove non mi era dato saperlo.
Forse, pensai, sono finito in un capitolo mai scritto della Divina Commedia, oppure di una Divina Commedia che continuamente si riscrive, che vive sviluppandosi al di là delle intenzioni e della presenza del suo autore. Eppure era tutto così reale, mi bagnavo nell’acqua, sentivo gli schiamazzi dei pescatori e le urla del personale sanitario catturato. Ad un certo punto un corteo di cani che passava sull’argine attirò la mia attenzione, erano tutti San Bernardo con la botticella legata sotto al mento. Uno di loro teneva tra i denti un cartello: “Basta coi rincari della grappa, acquavite per tutte le fasce d’età, adesso!”. Cercai di raggiungere i cani in corteo, ma mettendo male un piede ruzzolai giù dall’argine, finendo nel fiume e mi svegliai tutto bagnato, di sudore.
Continua…forse


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