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La Pasqua delle paranze

Il divieto di manifestare in pubblico e l’obbligo di restare in casa dovuti al coronavirus quest’anno sono coincisi con l’inizio del tempo della “cerca”.

Così le domeniche prepasquali a Napoli e in provincia si sono presentate silenziose, quasi senza auto e passanti in giro e soprattutto senza le caratteristiche note delle bande musicali: vecchi inni, arie nazional popolari, classici della musica leggera, come “Nel blu dipinto di blu”, “O sole mio” oppure “O surdate ‘nnammurate”.

Un assortimento musicale allegro e poco confacente con la quaresima, certamente per nulla sacrale, suonato ad orecchio da improbabili musicisti che si adattano e prestano a queste scorribande cittadine live. La cornice si è ripetuta più o meno da 5 secoli con le stesse movenze: lo stendardo con l’effige della Madonna dell’Arco, con l’anno di fondazione e il nome della paranza (l’associazione di quartiere dei fujenti) e poi a seguire più o meno ordinatamente uomini, donne e bambini vestiti di bianco, con una fascia celeste di traverso al torace e una rossa stretta in vita (i fujenti o battenti, per l’appunto), per finire una banda musicale, di norma raccogliticcia, ma sempre più che generosa.

Seguono un itinerario che li porta ad “omaggiare” una dopo l’altra tutte le edicole votive dedicate alla Madonna dalla guancia scura. Inchini, genuflessioni, corse , preghiere , invocazioni e musica , tutto secondo un copione scandito da ordini lanciati con un fischietto dal capo paranza.

Tra un’esibizione bandistica e l’altra la voce arriva fino ai piani più alti dei palazzi: “sore’ a Maronna !”, il segnale, la richiesta di contribuire alla festa.

Tanti sono scalzi, come lo saranno il lunedì in albis quando tutte le paranze raggiungeranno a piedi e senza scarpe il santuario della Madonna dell’Arco, incuranti del divieto della chiesa che risale al 1972, mezzo secolo fa.
Sciamano per diverse domeniche fino a Pasqua, colorando i vicoli, le strade, le piazze, inondandole di musica e di una fede tanto sacra quanto pagana. La chiesa ufficiale li tollera, non si oppone, ma nemmeno li riconosce. Un po’ come nel caso del sangue di S.Gennaro che si scioglie, definito “prodigio” e non “miracolo” come invece è definito da tutti. Sottigliezze? No, la teologia è avvezza a usare le parole col bilancino, secoli fa bastava una virgola fuori posto per finire sul rogo, oggi di fronte a questa forma di cristianesimo pagano o forse di paganesimo cristiano, le gerarchie ecclesiastiche si limitano ad arginare il fenomeno come possono.

Vestiti di bianco e sempre di corsa, da cui il nome fujenti (che fuggono), appartengono agli strati più popolari. Somigliano agli iniziati dei Misteri Eleusini, fedeli di oltre 2500 anni fa che, recandosi da Atene ad Eleusi, simulavano la ricerca di Persefone, rapita alla madre Demetra da suo zio Ade. E’ lo stesso “correre alla ricerca” (la cerca), in cui mutano i nomi delle divinità, ma resta intatta una ritualità ancestrale, in bilico tra superstizione e religiosità. Una “fede” dalle radici profonde ben salde nella cultura greca delle origini di questa città.

Ho un ricordo sessantennale di queste domeniche e della festa conclusiva del lunedì in albis, con i fuochi d’artificio e i cantanti di piazza.

Da bambino li seguivo con curiosità e piacere, attratto dai colori, dal folclore, dalla musica. Inconsapevole della contraddizione tra questo vivace caleidoscopio e il viola che copriva i crocifissi nel grigiore della quaresima. I fujenti no, nella loro eresia “incolta” portavano una nota di colore in sintonia con la primavera, col ritorno di Persefone, dei fiori e della bella stagione. Per me bambino erano momenti di evasione, tra i pochi, attesi come segnali del finire dell’inverno, del ritorno del sole, della luce, del caldo.

Il parroco di allora, oltre 50 anni fa, non li avrebbe voluti nemmeno in chiesa, li relegava in fondo, imponendo loro il silenzio e minacciando di cacciarli dal tempio come fossero i mercanti della famosa parabola. Forse anche questo me li rendeva simpatici, un segno precoce della mia trasgressività? Per decenni ho seguito queste processioni “non autorizzate” nel percorso che le portava da un’edicola votiva all’altra secondo un percorso prestabilito. E non per fede, non sono credente, ma per ammirazione, per curiosità.

Così l’assenza delle paranze quest’anno lo vivo come un divieto al cercare collettivamente Persefone, come l’impossibilità ad andare incontro alla primavera, ai colori, ai profumi, alla bella stagione. Come un ossimoro, come una pasqua senza resurrezione.

Il coronavirus non fermerà per sempre le paranze, non ci sono riuscite le guerre, i cambi di regime, le epidemie, le eruzioni e i terremoti.

Le paranze sono come la primavera, che può tardare, ma non si può abolire.

Così come quel filo invisibile che tiene insieme questa città alle sue radici antiche e nessuno potrà mai recidere.

Pubblicato inGenerale

Un commento

  1. PierluigiDelPinto PierluigiDelPinto

    Dicevo a Sara, dopo aver letto la tua storia, che Gianni “scrive come sempre”.
    Volevo dire e voglio dire a te questo. Hai uno stile rigoroso di composizione delle frasi e dello scorrere delle righe; stile che, con il tempo forse o con l’abitudine a scrivere romanzi e racconti, è diventato più complesso e maturo con pause ed accelerazioni, attraversa “pianure e picchi” della tuia mente e della tua creatività.
    Ma è la scrittura che conosco e ricordo dai tempi andati: scrivevi o parlavi alle platee sindacali, quasi volessi costruire un teorema che avrebbe dovuto imprigionare i dubbi o le critiche del ascoltatore o del lettore, a quel tempo, dei documenti.
    E’ un ritrovarti ricco di sensazioni, pensieri e ricordi, dunque. E’ un bel ritrovarsi. Scrivi cose così ricche e dense di cultura e di rimandi. davvero un bello scrivere.
    E’ un ritrovarti che mi riempe.
    Ricco di gratitudine per tutto quello che sei stato per me..tanto ma tanto tempo fa.

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