CONTAME IL TEMPO DEL CORONAVIRUS
Avevo una bellissima palma Excelsa in giardino, di qualche anno più giovane di me.
L’aveva piantata mio padre in questo paradiso verde che ora circonda casa mia.
L’avevo vista crescere. E’ una delle palme più belle. Elegante. Apre i suoi ampi rami che si incurvano in volute sinuose . Sotto quegli archi verdi ci ho fantasticato tanto da ragazzina cui bastava un fruscìo, una carezza del vento per essere giá sulla prua di un veliero, lontana, in guerra o in pace con se stessa.
Amavo quella palma, una principessa in un giardino di bergamotti, a inebriarla col loro profumo, a corteggiarla coi canti di mille uccellini.
Aveva conosciuto i tempi della mia famiglia. Mi piaceva pensare che aveva combattuto con noi. Quando il giardino era lussureggiante, splendente di colori delle rose, delle ortensie, delle margherite. Quando era andato perduto dentro la brama di direttori di banca senza onore. Quando era tornato a noi dopo sacrifici, dopo lotte, dopo anni di “perche'”, dopo vittorie. Quando aveva pianto gli addii , quando aveva sofferto l’arsura, quando aveva visto l’uomo che l’aveva piantata l’ultima volta…freddo in una caldissima estate.
Excelsa, con quel suo nome importante a farmi compagnia nelle albe di donna sdradicata a se stessa.
Sapevo che un flagello stava sterminando tutte le piante della sua specie. Punteruolo rosso si chiamava e si chiama perche’ ancora oggi uccide il cuore di queste piante meravigliose.
Cercai di salvare la mia palma. Mi documentai. Parlai con esperti , con botanici, vivaisti. Una volta al mese dovevo cospargerla di un preparato che avrebbe tenuto lontano l’insetto assassino. Mentre tutte le excelse intorno a noi morivano, lei svettava ancora maestosa e sovrana nel mio giardino.
Ne avevo cura. L’amavo. La proteggevo. Lei custodiva nel suo tronco nodoso la mia storia, quella della mia famiglia, quella di questa mia terra.
Poi, un mese, un anno fa, dimenticai di farle il trattamento. Il coleottero infingardo la scovò. Mirò al suo cuore iniettando il veleno mortale dentro la sua linfa che voleva vivere.
Eppure non mi disse nulla nei nostri muti dialoghi mattutini. Neppure un :- ti sei dimenticata! –
Vidi un giorno la sua bellissima chioma giungere a terra, i rami a toccare il giardino, forse me, in uno straziante saluto rivelatore.
Piansi disperata. La mia palma. La mia Amica. Morta per la mia distrazione. Un mese, un solo mese…e la malvagia creatura lo aveva scoperto!
Se ne andò in silenzio…amandomi.
Come i nostri anziani…molti dimenticati nelle case di riposo a divenire humus per un virus che si ciba di Storia, di Storie, le nostre.
Distrazione, dimenticanza.
Chi ci perdonerà per avere consentito che i custodi del nostro essere fossero portati via, nel silenzio, nell’oscurità, nello strazio di un’urna contenente cenere di amore e rimpianto


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