Zara 1943
“ Tu e pari tuoi siate felici,
se io non torno fai tu le mie veci,
ricevi dal tuo papà i più cari baci.”
Così scrisse Nino a suo figlio Salvo, poi si perse in quell’inferno che seguì l’8 Settembre del 1943, in Jugoslavia. Nino ha 35 anni, una moglie e due figli. Salvo è il secondo, prima di lui c’é Tindara, la secondogenita, il primo figlio, Santi, è morto a 20 mesi.
Nino scrive e pensa a quel figlio che ha quasi un anno e che lui non ha mai visto. Chissà se riuscirà mai a vederlo? L’armistizio si è trasformato in una trappola e per chi, come lui, è stato sorpreso nell’inferno di quel territorio conteso e martoriato della Jugoslavia di Tito, l’inferno è doppio. Nino ha una divisa odiata addosso, è un soldato dell’esercito regolare e ora è diventato un nemico da cacciare e eliminare. I soldati dell’esercito italiano erano malvisti, sia dai “fascinazisti che dai Titini”.
La divisa è, per Nino, un pericolo evidente da eliminare.
Nei suoi racconti post guerra, per noi bambini, le sue parole sapevano di avventura, di audacia e coraggio. Solo da adulta ho capito quanta paura di morire ha provato mio padre, lontano dai suoi affetti più cari e abbandonato da un governante vile e incosciente che proclamò l’armistizio ben sapendo cosa rischiavano i soldati italiani disseminati in località nemiche.
Nino capisce che si deve liberare di quella divisa che indossa e deve cercare di sopravvivere con ogni mezzo. Lui, che a 16 anni si ritrovò solo ad affrontare la vita, sa di avere la forza per farlo, sa che lotterà fin quando avrà respiro per tornare a casa da Pina e dai suoi figli. Si muove di notte e resta nascosto di giorno. I boschi che nella sua gioventù ha tanto amato, ora lo nascondono ai nemici.
Le più feroci, raccontava, erano le donne, le “ Titine “.
– Hanno fatto cose orrende ai prigionieri, diceva.
I vestiti se li procurò di notte staccandoli da una corda dove erano stesi ad asciugare, si rasò i capelli e tagliò i suoi amati baffi. Intanto la fame si faceva sentire. Era sempre più difficile trovare qualcosa da mettere sotto i denti e la cosa che, ancora adesso ricordo con precisione, fu quando ci raccontò che per la fame irresistibile che provava, arrivò a bollire la cintura di cuoio e la masticò per più giorni.
Fece chilometri di marce notturne mentre il pensiero tornava sempre allo stesso posto, a quella piccola casa che lo aspettava, a quei bambini che non poteva abbandonare mai. Nell’ultima lettera, vecchia da mesi, Pina lo informava di essere incinta e facendo i conti, tra qualche mese dovrebbe nascere il suo terzo figlio. Sono questi pensieri che guidano i suoi passi, che lo spingono alla prudenza. Deve farcela, deve tornare a casa, non può cedere alla stanchezza, allo sconforto.
I paesi si susseguono e lui cammina incessantemente. Nelle lunghe notti di quella nazione devastata dall’odio e dai cecchini, ha imparato a sopravvivere come un animale notturno.
“Riuscivo a vedere anche al buio – diceva – i miei occhi si erano adattati come quelli dei gatti.”
Mi ha sempre stupito la tua forza, papà, eri tenace, caparbio e non cedevi mai. Zara, Fiume, e quanti altri luoghi ci hai raccontato. Sembravano favole ai nostri occhi di bambini invece era vita vera, la tua vita, la nostra vita, Ci hai messo quasi quattro mesi ma sei tornato, con i capelli lunghi, i baffi che hai mantenuto per tutta la vita e quei meravigliosi occhi neri come la pece. Tuo figlio Salvo già cammina velocemente e Anna è arrivata la notte di S. Giacomo mentre Messina era bombardata dagli alleati.
La tua dedica a Salvo gliela ricordo ogni volta che gli faccio gli auguri per il suo compleanno e, tutte le volte che parliamo di te ci torna quella nostalgia dei tuoi racconti veri e l’orgoglio d’averti avuto come Padre.
nell’immagine: Zara, Croazia


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