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La festa

Appartengo alla generazione di chi è stata abituata a vivere la festa della patrona della città come un evento da desiderare per tutto l’anno e poi da ricordare per tutta la vita.

Ed in effetti lo è nella memoria.

Se torno indietro, ma nemmeno di tantissimo, mi accorgo di quanto sia vero.

I ricordi si affastellano numerosi e tutto quello che sembrava addormentato, improvvisamente si risveglia. Basta pochissimo, un angolo qualsiasi della mia città, dove trovavo le bancarelle con le caramelle e il torrone appena sfornato, l’odore di zucchero caramellato che si diffondeva nell’aria, lo sentivo da lontano e affrettavo il passo perchè sapevo che erano pronte le noccioline da sgranocchiare, cotte nello zucchero, calde e profumate.
E poi c’erano i venditori di stoviglie coloratissime, di pentole, o gli ambulanti che esponevano qualche prodigioso aggeggio da utilizzare in cucina o in casa. Non passava anno che non ce ne ritrovassimo uno puntualmente acquistato dopo aver visto la dimostrazione.
Negli anni i maestri del torrone si erano specializzati e avevano finito col sostituire l’anonimo zucchero filato, figlio di un’epoca che lentamente si avviava a diventare generosa per noi bambini di allora, con leccornie coloratissime che soddisfacevano più gli occhi prima che il palato. Questo però non mi ha mai impedito di ritrovare l’infanzia e i ricordi più cari.
E poi c’era il rito in chiesa e le luminarie per il corso e la gente che si accalcava sotto i portici.

Era festa!

E tutti erano autorizzati a lasciare le case per andare “alla festa”.
Che emozione se ci penso.
Quante volte da adulta ho snobbato questa tradizione, tantissime volte l’ho persino rinnegata pensando di essere superiore a tutto ciò che sapeva di stereotipi ammuffiti che mal si conciliavano con gli impeti giovanili e la voglia di nuovo.

Questa mattina è festa. La nostra patrona è lì in chiesa, il quadro che la raffigura per l’occasione viene deposto dalla sua sede e posizionato accanto all’altare per l’adorazione dei fedeli. Tutto l’anno invece è in un albero di olmo come vuole la leggenda quando, si racconta che un contadino rinvenì quel quadro proprio in campagna, dentro i rami di un albero di olmo. Oggi al posto dell’albero c’è un tabernacolo votivo e accanto, a pochi metri, c’è la chiesa, eretta per volere del popolo che da allora ne osserva il culto e la devozione.
Quante volte ci sono andata da bambina. Insieme alle mie sorelle e papà alla prima messa quella delle sei del mattino. Una levataccia che però aveva il gusto della sfida e la gioia di poter fare una cosa diversa che esulasse dalla normalità.

Oggi è festa, lo è comunque, sebbene aleggi questo clima stranissimo perché la pandemia non è stata sconfitta né scongiurata. Non è stato possibile fare i festeggiamenti degli anni passati ma io questa mattina ho voluto fortemente vedere cosa fosse la mia città in questo giorno che invece di essere di festa è diventato anonimo. E ho passeggiato lungo il corso spoglio di bancarelle, senza luminarie, senza i profumi che ho amato, senza le persone a passeggio. Questa mattina la mia città sa di normalità, quella di tutti i giorni, quella delle donne che fanno la spesa, dei pensionati che si attardano al bar in chiacchiere, dei bambini che si godono gli ultimi giorni di vacanze per poi rientrare a scuola che poi nemmeno si sa come sarà, degli adolescenti che chiacchierano spensierati.

Oggi è festa ma nessun angolo o portico lo racconta e mi fa tristezza.
Mi sono imbattuta nella banda che sfilava per il corso e poi si è fermata nella piazza principale dove negli anni passati veniva costruito il palco. I musicisti suonavano e camminavano, poi sono rimasti lì, in piedi, fermi, mentre le maestranze facevano gli onori.
E mi è sembrata una ripresa sbagliata di un film scarso dove da lì a poco il regista avrebbe urlato -è da rifare!-
Mi sono fermata all’ombra di un arancio selvatico e ho ascoltato la musica. Ho chiuso gli occhi e ho immaginato di vedere lì il palco, quello delle grandi occasioni, e di vedere le sedie con i soliti amanti della musica che si godevano il caldo sole settembrino e le note di arie conosciute. Ho ripercorso mentalmente i ricordi più belli, quelli della spensieratezza e ho capito quanto mi mancassero.

Oggi che è festa ma non lo sembra tutto è più stridente, tutto mi costringe a ripensare alla superficialità per ciò che diamo per scontato. Mi sono idealmente rimangiata tutte le volte in cui pensando a queste tradizioni sbuffavo in una smorfia di disappunto. Perché oggi quella festa che non c’è mi manca, mi mancano le cose che sembravano vecchie e invece raccontavano il tempo e il suo fluire. Sarà che il tempo passa e diventa sempre più necessario riannodare quei fili che ci legano a ciò che siamo stati, a ciò che siamo, a ciò che siamo diventati.
E non mi resta che tornare a casa un po’ orfana, col cuore a mezza asta come se fosse a lutto, perché non sa di normalità questo tempo, perché la speranza che tutto torni come prima non la perdo mai, perché prometto a me stessa che l’anno prossimo andrò alla festa.

Pubblicato inLuoghi del Cuore

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