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Io, Lei e la Luna

 

Dalla finestra entra prepotente fin dentro la sala, ed è così sfacciata, enorme, bellissima, da lasciarmi senza fiato. La ammiro affascinata e la seguo mentre, in vena di scherzi, si sposta da una parte all’altra della casa e la assecondo nelle sue giravolte e nei suoi giochi di prestigio, facendomi sorprendere dalla sua luce potente, dalle sue rotondità, dalle parole che sa sussurrarmi. Si perché io e la luna da sempre ci raccontiamo storie. A volte ci basta solo uno sguardo per capirci anche se non sempre ci siamo volute così bene come adesso. Anzi!

Quando ero piccola, più che parlare, litigavamo, soprattutto nella fase in cui si riempiva e diventava talmente grossa che sembrava voler esplodere. In quei momenti la detestavo. Al contrario di oggi che proprio quando è grassa e piena di luce ci ritroviamo complici, ci appartiamo per guardarci intensamente, parlare sottovoce come piace a noi, ricordare i tempi passati, immaginare quelli futuri e ridere, ridere insieme come due vecchie sceme.

Oggi lei cerca di tranquillizzarmi e distrarmi, mi ripete che questo periodo così difficile e di lontananza forzata dai cari più cari che ho, presto finirà anche se, ne siamo certe, lascerà molto amaro, molti feriti e un bel po’ di cicatrici sulla pelle e nell’anima di molti di noi.

L’altra sera in un momento di malinconia mi ha detto: “ti ricordi la sera del temporale a Burcei? Ti ricordi quando ti sentivi persa e me ne dicevi di tutti i colori perché davi a me la responsabilità di ciò che stava accadendo e ti faceva stare male?”

“Si certo, ricordo tutto benissimo come fosse oggi. Ricordo anche quante volte in quei tre anni io e te ci siamo prese a male parole”.

Non avevo ancora 8 anni, la mia famiglia stava per lasciare Cortoghiana, il paese e la casa dove sono nata, la mia scuola, le amichette con cui giocavo alla corda e a pincareddu.

Mi incuriosiva molto la nuova vita che ci attendeva ma allo stesso tempo sentivo un grande vuoto dentro. Già sapevo che mi sarebbero mancati quei luoghi, quelle persone, persino la miniera che con i suoi turni scandiva le nostre giornate. Mi sarebbe mancato il viale dove si affacciava il balcone fiorito della mia casa e dove avevo imparato a correre in bici senza le ruotine, e il bar dei Pili e le note allegre della fisarmonica di Salvatore, e soprattutto mi sarebbe mancata moltissimo Rosina, la mia mitica compagna di banco e di giochi. Mi venivano in mente anche Sivori, il cane bianco e nero di nessuna razza che vagava solitario nei campi dietro casa, e Vitalino l’apprendista che sempre in ritardo correva a perdifiato verso la sartoria sotto i portici dove gli insegnavano il mestiere. Pensavo che non avrei più sentito sul soffitto del corridoio il rincorrersi delle biglie di Giorgio che abitava sopra di noi insieme a Mariolina, Gabriella e signora Flora da cui io e mia sorella ci rifugiavamo quando scappavamo di casa, e neppure il passo irregolare e le bestemmie di tziu Pitanu il ciabattino claudicante che lavorava nel garage proprio sotto casa mia.

E non avrei più fatto teatro. Si, avete capito bene, ho dovuto abbandonare anche il teatro, poi magari vi racconto.

Anzi no, ve lo racconto subito.

Vicino alla chiesa, che io non frequentavo se non per il catechismo da cui non ero riuscita a sottrarmi in vista della prima comunione, c’era un piccolo teatro, che da tempo era diventato polo di attrazione per i bambini e le bambine del paese. E forse proprio per coinvolgere di più e in maniera divertente quei bambini, alla maestra del catechismo era venuto in mente di mettere in scena una fiaba di cui non ricordo quasi nulla, se non che fra i tanti personaggi c’erano sei grilli, e io ero uno di questi.

Fra noi “artisti” c’era gran fermento e lunghi preparativi. Poi finalmente arrivò il giorno della “prima”. Sul palco ciascun grillo se ne stava dietro la quinta che le era stata assegnata, tre a destra e tre a sinistra, in attesa del segnale per entrare in scena dove, a passo di danza e in cerchio cantavano …cri cri, cri cri. E poi? E poi basta. La mia parte, la parte dei grilli era questa, fare il verso dei grilli. E mi è costata sei lunghi mesi di prove. Per questo in tanti ridevano sotto i baffi. Come se non bastasse l’ansia del debutto, ci mancava solo l’ansia delle risatine, anche quelle di casa mia. Per me invece era una cosa talmente seria, che non ci dormivo la notte e non riuscivo proprio a capire cosa accidenti ci fosse da ridere.

Tornando al nostro trasferimento a Burcei se ci penso mi si stringe ancora il cuore. A mia sorella e a me, metteva molta apprensione il momento del distacco, sapevamo bene che un pezzo importante di noi sarebbe rimasta lì.

Il Collegio delle Ostetriche, aveva proposto a mia madre un passaggio contrattuale importante: da ostetrica interina, pagata dalla mutua e solo per i parti che assisteva, ad ostetrica di ruolo, pagata dal Comune con uno stipendio garantito. Ma questo prevedeva anche un cambio di residenza, a Burcei appunto. Per cui, seppure a malincuore, bisognava affrontare la nuova realtà.

Il primo impatto fu molto incoraggiante, la piazza dove era la casa che avevamo preso in affitto, era piena di bambini che giocavano e si rincorrevano divertiti, le case essenziali e le persone che via via conoscevamo si dimostravano accoglienti e disponibili. Facce sorridenti, gente laboriosa e in perfetta armonia con la natura.

Io però avevo sempre freddo. D’inverno nevicava e le case non erano riscaldate e neppure la scuola lo era. Qualcuna delle compagne di classe si portava la borsa dell’acqua calda che dopo mezz’ora diventava gelida pure lei.

Noi avevamo una cucina economica con uno scomparto per il fuoco che però scaldava troppo poco e solo se gli stavi appiccicata, il resto della casa non voleva sentirne. Non bastava mettere maglie su maglie, maglioni su maglioni e più strati di pigiama, io sentivo sempre quel freddo odioso e pungente che penetrava fin dentro le ossa e non mi abbandonava mai, neppure di notte, e quando mi infilavo sotto le coperte e trovavo le lenzuola umide, mi coprivo fin sopra la testa sperando di scaldarmi almeno un po’ col mio respiro.

In compenso la primavera era bellissima, bastava guardarsi intorno e sapersi godere quel lento, incredibile ed emozionante risveglio della natura per riconciliarsi col mondo. E a fine primavera il paese, ogni strada del paese, si colorava di quel rosso acceso delle ciliegie, le più buone che abbia mai mangiato, spesso colte da me stessa direttamente dall’albero.

E anche qui ero “sa filla de sa levadora” (la figlia della levatrice) una delle sei personalità del paese (unica donna) con su sindigu, su dottori, su brigadieri, su farmacista e su preri.

Noi figli di ostetrica o figli della luna, come qualcuno ci definiva, ci somigliamo un po’ tutti, abbiamo qualcosa che ci accomuna e ci rende riconoscibili, almeno tra di noi è così. C’è qualcosa che non si vede ma si percepisce. La pasta di cui siamo fatti é un miscuglio incredibile di luoghi, immagini, incontri ed emozioni forti, un intreccio tale di appartenenze, che quando qualcuno chiede “di dove sei?” a volte non sappiamo proprio cosa rispondere, altre volte diciamo di essere cittadini del mondo, perché, sembrerà strano, ma è proprio così che ci sentiamo.

Come ho già detto, negli anni poi mi sono riconciliata anche con lei. Con la luna intendo. E quando la vedo tonda e gravida non posso che ripensare a quegli anni e a quella grandissima donna che è stata mia mamma e alla sua passione autentica per la vita.

Si perché lei era attaccatissima alla vita ed era una specie di maiarza, una maga esperta che sapeva riconoscerla la vita anche quando ancora nessuno aveva capito che qualcosa germogliava dentro quelle donne. E sapeva coccolarla nei mesi che seguivano, e quando giungeva il momento sapeva acchiapparla e tirarla fuori quella vita, tenerla fra le braccia e subito restituirla al calore della mamma che l’aveva con amore partorita.

Per alleviare il dolore ma anche per smorzare la tensione di quei momenti, mentre si muoveva nella stanza e preparava l’occorrente per il parto, raccontava delle storie divertenti e barzellette e così riusciva a far nascere la creatura tra risate, gioia e buon umore.

Nei giorni successivi, per una settimana circa continuava ad assistere quotidianamente la neo mamma e la creatura e come d’incanto diventava una di famiglia, un’amica a cui regalare l’olio di casa o le proprie arance, o le verdure fresche del proprio orto.

Qualche volta mi portava con lei per farmi conoscere il nuovo o la nuova nata, diventata nel frattempo figlia di tutta la comunità. Io stupita la guardavo muoversi con tanta disinvoltura e familiarità nelle case altrui, e mentre la osservavo ne approfittavo per dare la carica al carillon che spesso trovavo sul comò e mi incantavo a guardare la ballerina che volteggiando al ritmo di una bella musica faceva galoppare i miei sogni.

Ma io allora non lo capivo. Non capivo quanta bellezza ci fosse in tutto questo.

E quando la luna era bella piena guardavo con apprensione mia mamma che col naso all’insù mentre interrogava il cielo, spesso pronunciava quelle parole odiose che io non volevo sentire: “mmmhhh mi sa proprio che stanotte mi chiamano”. E regolarmente accadeva che uno sconosciuto, nel cuore della notte venisse a prendersela, a piedi, in vespino, col carretto o come capitava e lei, dopo aver acchiappato al volo il suo borsone nero dei ferri, ci baciava frettolosamente e spariva lasciandoci sole in attesa del suo ritorno che mai si sapeva con certezza quando sarebbe avvenuto.

A quel punto io me la prendevo con lei, con la luna che ogni volta che si ingrossava si portava via mia mamma e un po’ la insultavo perché secondo me, lei con quei suoi strani cicli era responsabile di questa assenza per me insopportabile. Una notte in particolare, si era scatenato un temporale terribile, pioggia, vento forte e grandine, e io che con i temporali non ci vado molto d’accordo, alla luna che nel frattempo era sparita, ho lanciato un bel po’ di improperi. Così tanti che lei ancora se li ricorda e ogni tanto non manca di ricordarli anche a me.

Quando poi tornava a casa mia mamma era felice. Stanca ma felice. Felice che fosse andato tutto bene e di aver portato nuova vita in quelle case povere ma piene di speranza, di dignità e tanta voglia di vivere. Felice di rivederci ed essere di nuovo con noi.

Passati poco più di due anni, si iniziavano a percepire chiari segnali di un nuovo trasferimento. A quel tempo nascevano e si diffondevano nuove sensibilità e un nuovo modo di intendere l’assistenza sanitaria e l’ospedale sembrava garantire quella sicurezza che il parto in casa non era più in grado di assicurare. A dire la verità, in tanti anni di servizio mia mamma non aveva mai registrato episodi con conseguenze gravi, anzi aveva un vasto repertorio di storie vissute, alcune anche molto complicate e tutte con lieto fine. Ma, vista l’importante trasformazione in atto e la centralizzazione di alcuni servizi che si andava realizzando, accettò l’assunzione presso una struttura ospedaliera privata.

Finita la quinta elementare facciamo di nuovo le valigie e ci trasferiamo a Cagliari. La nostra vita nomade continua.

Questa volta però, a parte gli addii sempre dolorosi, l’idea della città ci piaceva molto, allargava i nostri orizzonti e ci faceva fantasticare sul nostro futuro.

Iniziò così una nuova avventura, una nuova fase che però non tardò anch’essa a rivelarsi nelle sue mille contraddizioni. Molto presto fu infatti evidente che la clinica privata non era l’ospedale pubblico e, a parte gli orari di lavoro massacranti (al cambio turno lavorava anche 12 ore di seguito), a lei mancava molto e sempre di più, il senso più profondo della sua professione, mancava quella potente carica  umana che quasi mai riusciva a sprigionarsi in una sterile sala parto di ospedale, o almeno non così emotivamente ricca e coinvolgente come la intendeva e come l’aveva conosciuta lei, e inoltre, poté constatare di persona che gran parte delle aspettative che motivavano il ricorso all’ospedale, poi di fatto, nelle corsie venivano deluse e non trovavano le risposte attese. Insomma, la realtà era molto diversa da come veniva raccontata.

Riuscì a resistere 5 anni, poi diede le dimissioni e tornò a fare l’ostetrica di paese. Questa volta ad accoglierci a braccia aperte e sempre con grande affetto e generosità, fu un piccolo villaggio contadino della Trexenta.

Alla fine però io e la luna ce l’abbiamo fatta, dopo vari equivoci ed incomprensioni abbiamo imparato a parlarci, fidarci, confidarci e a volerci molto bene.

Ancora oggi mi fa gli scherzi, si fa inseguire, si nasconde tra i rami dei mandorli in fiore o dietro qualche nuvola o sparisce dietro il cucuzzolo di qualche palazzo ma poi puntualmente riappare brillante e avvolgente più che mai.

Solo adesso, ricordando quei tempi capisco quanto lei sia stata paziente e affettuosa ma anche dura a volte con me, al punto che in certi momenti, quando ero al culmine della rabbia ci teneva a ricordarmi che mia mamma non era solo mia e che dovevo imparare farci i conti con questa cosa. Altre volte invece stava zitta, mi ascoltava e basta e con quella sua luce mi inondava di affetto e mi abbracciava forte forte sino a togliermi il respiro. E io piangevo a dirotto.

Così pian pianino e dopo tanta strada fatta insieme, a volte, quando lei non c’è, mi assale una specie di strana nostalgia. Non solo della luna ma anche di Ada, mia mamma.

 

 

 

 

 

Pubblicato inDonne

22 commenti

  1. Gabriele Ruggeri Gabriele Ruggeri

    Bravissima Elvira! Sai sempre far rivivere la magia dei tempi passati, delle cose più semplici, a volte anche sofferte, ma che riesci a rievocare suscitando sentimenti di emozione e nostalgia. Al prossimo racconto.

  2. Maria Gabriella Maria Gabriella

    Cara Elvira finalmente con tranquillità ho potuto leggere il tuo racconto. Già dalle prime righe ho percepito un’ emozione viva, aria di casa, del nostro villaggio.La tua mamma che ha fatto nascere tre mie sorelle e mio fratello. Vitalino un caro amico d’infanzia venuto a mancare da qualche anno, tziu Pitanu che mi mettevano tanta paura. Brava hai raccontato molto bene uno spaccato di vita che è tuo, ma anche di tanti di noi che hanno vissuto quegli anni in quei luoghi. Bravissima, continua a scrivere.

  3. anna maria sotgiu anna maria sotgiu

    Che bel racconto del tempo andato Elvira , con una luna sempre presente quasi a ricordare che il tempo, forse, e’ un eterno presente. Davvero molto bello.

  4. Sonia Frascatore Sonia Frascatore

    Elvira, ho letto il tuo racconto tutto d’un fiato! Un perfetto intreccio di ricordi struggenti e di emozioni, immerse in un’atmosfera magica. Molto suggestive le tue descrizioni: ti ho vista bambina, incantata ad ammirare una luna un po’ buona, un po’ dispettosa; ho visto la tua mamma, donna che ha svolto il suo delicato lavoro con grande umanità oltre che con grande competenza.
    Sei brava, Elvira: prendi per mano i tuoi lettori e li conduci nel cuore delle tue storie, rendendoli partecipi delle tue emozioni.

  5. Cinzia Orrù Cinzia Orrù

    Cara Elvira ,anche stavolta sono stata rapita dal tuo racconto. Sei riuscita a farmi sentire lì a vivere con te le stesse sensazioni.
    Brava come sempre .
    Grazie

  6. Gianna Tosi Gianna Tosi

    É bello leggerti, c’è la tua vita nelle cose che scrivi in modo così fluido e spontaneo. E i tuoi racconti hanno il sapore delle storie raccontate davanti al fuoco, quelle che rendono la platea silenziosa e attenta.
    Ti faccio i miei complimenti, anche io mi sono sentita, per le emozioni suscitate, parte del racconto.

    • Lidia Lidia

      Una lettura emozionante che ti fa entrare in una atmosfera reale e magica. Sembra di essere lì con te in una infanzia difficile, che a me è sembrata bellissima. Sai trasmettere talmente bene le emozioni che, quando si è conclusa, ho pensato….e poi? Vorrei continuasse!

  7. Tonino Pusceddu Tonino Pusceddu

    Cara Elvira, bellissimo racconto, coinvolgente ed emozionante!
    Semplice ma nel contempo ricco di dettagli che magicamente…. con la complicità della luna… fotografano le realtà vissute.
    Il tuo racconto è di stimolo a rievocare ricordi della vita, apparentemente dimenticati ma evidentemente ben conservati nella memoria.
    Grazie Elvira, bravissima come sempre! Complimenti!
    Un abbraccio e… al prossimo racconto

  8. Paola kerki Paola kerki

    Bravissima Elvira. Racconto delizioso, poetico e ben scritto. Atmosfere dipinte con maestria e amore. Si legge con piacere e partecipazione. Proprio bello, continua così.

  9. Sam Sollai Sam Sollai

    Che meraviglia Elvira, l’ho letto sentendo la tua voce! Grazie infinte❣️

  10. Gabriele Secci Gabriele Secci

    Appassionante racconto di vita vissuta e di tempi oramai lontani, anche se già conoscevo questa storia leggerla è stato appassionante. Complimenti per la narrazione.

  11. Barbara Barbara

    Elvira che bel racconto di vita di “vera” vita vissuta! Letto tutto di un fiato, complimenti!!

  12. Bruno Bruno

    Complimenti un racconto molto bello, la prima parte mi ha riportato indietro nel tempo, quando con i miei genitori e i miei fratelli partivano da Carbonia per andare a trovare i cugini che vivevano a Cortoghiana, quanti bei ricordi. Ancora complimenti non fermarti continua a scrivere….

  13. Massimo Massimo

    Bellissimo racconto, anche io ho lasciato il mio paese natio Cortoghiana all’età di 23 anni e il mio cuore è rimasto li per sempre. Complimenti Elvira bello e toccante.

  14. Pietro Dettori Pietro Dettori

    Cara Elvira, devo dirti che è proprio un bel racconto, scritto benissimo e con sentimento. L’ho letto con piacere tutto d’un fiato, hai arte e stile che spero continuerai a coltivare e a farmene partecipe.

  15. Paolo Vanacore Paolo Vanacore

    Un delizioso spaccato di vita vissuta, di un rapporto bellissimo, denso di un affetto immenso per una figura innocentemente colpevole di assenze ampiamente giustificate.
    L’accostamento a un elemento come la luna, seppur assai sfruttato in letteratura, qui non è mai banale, anzi dà al racconto un’atmosfera a tratti magica.
    Nel leggerti, cara Elvira, mi è sembrato di vederti davanti al fuoco scoppiettante di un camino acceso, a raccontare con aria sognante e occhi lucidi di nostalgia, di due figure materne, una delle quali si ripresenta idealmente quando ricompare l’altra.
    Ed ogni volta è di nuovo magìa.

    Complimenti!

  16. Enzo Madeddu Enzo Madeddu

    Oltre i complimenti, che non sono di circostanza, mi congratulo per lo spaccato di vita vissuta che, dalle sensazioni prodotte, deve essere stata intensa in tutti i sensi. Conoscendo il tuo modo arguto di rivolgerti agli altri, mi sono immedesimato nella luna che, evidentemente, non si è offesa con una persona che con leggerezza la ha voluta personificare tanto da vederla sia amica che avversaria, forza e coraggio sempre e comunque. Resto in attesa del prossimo, sperando che non sia questa segregazione forzata a farlo mettere in cantiere. Grazie per avermi fatto questo regalo molto gradito. Un abbraccio.

  17. Anna Maria Masia Anna Maria Masia

    Cara Elvira,
    La prima sensazione è sentire la tua voce, vedere le tue mani gesticolare in armonia con le tue parole..
    Racconto armonioso e vero racconto di vita. A Cortigiana mi sono ritrovata, perché andavo a trovare dei conoscenti compagni di miniera di mio padre, c’era anche un ragazzo interessante.
    Brava Elvira, i prossimi li leggero con puntualità.
    Grazie, ti abbraccio

  18. Angela Testone Angela Testone

    Bel racconto , Elvira !
    Quella luna che cresce , si nasconde , ti ascolta e per un po’ ti porta via la mamma mentre fa nascere una nuova creatura , é una bella immagine .
    La luna come simbolo della femminilità e della maternità lega quel piccolo mondo magico .

  19. Claudia Zuncheddu Claudia Zuncheddu

    Bello, cara Elvira. La tua infanzia all’ombra di una madre che ha contribuito a tracciare i primi percorsi dell’emancipazione delle donne sarde, non poteva che essere una buona semina per il tuo futuro.
    Nella nostra società agropastorale, povera e assai distante dalla città, anche quando i chilometri poi non erano così tanti, s’allevadora copriva un ruolo di primaria importanza. L’ospedale era una dimensione culturalmente lontana anni luce. Non era luogo dove nascere. La vita di chi veniva al mondo era nelle mani de s’allevadora, oltre che del destino.
    Ma un aspetto altrettanto intrigante del pezzo della tua storia, è il nomadismo che ho vissuto anch’io da bambina. Mio padre con il suo lavoro era soggetto a frequenti trasferimenti. Tutte le volte uno shoc.
    E’ straordinaria la descrizione della tua esperienza a Burcei. La neve e quel freddo da sopportare. Essere nata a Burcei mi offre anche il privilegio di poter cogliere il più piccolo dettaglio del tuo racconto.
    Di certo, vivere e/o nascere in terreni difficili, mi fa pensare ai ginepri che sprigionano dai sassi del Supramonte, forti e resistenti. Così siamo noi sardi di montagna. A Ada, s’allevadora, un Grazie per tanta bellezza anche da una bella generazione di burceresi

  20. Paolo Giacobbe Paolo Giacobbe

    Che bello. Piccoli pezzi che raccontano interi mondi. Quando è così e qualcuno ti avvicina il proprio con la delicatezza dell’autenticità, ritrovi il tuo e provi altre… fratellanze. Grazie Elvis

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