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Il segnatempo T

Avevamo appena ricevuto l’ostia consacrata dalle mani dal moderno tramite terra/cielo. Gesù era in noi. Vestiti con i completini grigio topo che la nonna ci aveva regalato, con le giacchettine, le cravattine blu e i pantaloncini corti (quest’ultimi avevano già rovinato la giornata a mia madre).
Per la nostra prima comunione (mio fratello ed io) gli zii erano venuti quasi tutti, e in quel primo maggio si andava delineando una fantastica giornata. Dopo la benedizione finale e le foto di rito, la nostra piccola festante colonna si era infilata nel traffico di Milano alla volta del ristorante. Malauguratamente dopo pochi minuti in Corso Sempione di fronte alla sede Rai ci viene incontro la roboante e colorita manifestazione dei metalmeccanici, tute blu tamburi e bandiere rosse, che ci bloccano nel traffico.
Dopo qualche minuto di attesa il minaccioso corteo non accenna a creare un varco per lasciar passare alcunchè, e men che meno un’auto. Chi si fosse azzardato a suonare il clacson, o sarebbe stato ignorato dato il ritmo dei tamburi e degli slogan, o se fosse stato notato avrebbe di sicuro fatto i conti con il metalmeccanico di turno, incazzato e munito di bastone (tamburo battente o porta bandiera).
Lo zio che guidava il primo veicolo (e noi eravamo a bordo con lui) era stato sindacalista al tempo, e pensò di sfruttare la sua esperienza: uscì dall’auto, fece fermare le altre vetture e si allontanò per alcuni minuti. Aveva notato una fioreria aperta in quel giorno di festa e ritornò con un mazzo di garofani, naturalmente rossi; ne distribuì alcuni alle macchine dietro e risalito sulla sua piazzò sul cruscotto in bella evidenza il vistoso mazzo rosso.
Subito dopo iniziò furiosamente a suonare il clacson e a spostare l’auto puntando dritto verso la pancia del corteo. Gli operai in corteo, vedendo la determinazione della vettura, il rosso dei garofani e le persone vestite a festa sedute all’interno (mio fratello ed io eravamo abbassati e nascosti tra i miei genitori) probabilmente pensarono si trattasse di compagni che dovevano raggiungere il palco da dove avrebbero arringato la folla.
E così la nostra colonna inizio a procedere lentamente e a dividere in due il biscione umano. Per noi due tutto questo era avventura pura, che veniva ancor più esaltata dal rimirare questi due orologi che ci erano stati messi al polso dopo la cerimonia religiosa, ci sembrava di essere entrati a pieno titolo nel mondo degli adulti. “Così poi tornate a casa giusti all’ora di pranzo!” redarguiva la mamma. “Così poi arrivate a scuola puntuali” ribadiva una zia. “Eh già! Quando avrete imparato a leggere l’ora (sapevamo già da tempo farlo, ma chi parlava forse ci riteneva deficienti; il fatto è che ci mancava un TIMEX), sarete come i grandi”.
Al settimo cielo per l’emozione e felici per tutto quello che stavamo vivendo, queste frasi non le sentivamo nemmeno.
La giornata terminò, e mio fratello ed io discutevamo ancora su quale dei due quadranti fosse il più bello. Fu solo nei giorni successivi che iniziarono le nefaste conseguenze di quel bracciale segnatempo al polso.
Dove prima c’era l’osservazione del peregrinare del sole nel cielo, dell’ascolto della temperatura sulla pelle che annunciava la sera o il mezzodì, l’aumentare o il diminuire del viavai di persone e macchine attorno a noi, ora c’era l’ossessivo controllo del marcatempo. Legati a quel coso che dettava il ritorno e la fine dell’inning (del baseball di noi bambini), della partita a calcio o del nascondino, non potevamo sgarrare.
Il marcatore del tempo non aveva ancora addizionato il cartellino, ma i richiami sicuramente sì, e se il ritorno alle attività istituzionali non era preciso veniva sanzionato in varie maniere. A tutti questi appuntamenti tra l’altro bisognava presenziare in ordine e ben vestiti, oltre che naturalmente puntuali!
Il piccolo animale che era in me, in quel tempo, veniva lentamente spogliato della sua pelle naturalmente libera, irregimentato e rivestito di divise monocromatiche “Standard” proprio come la nota marca di sanitari per il bagno, senza nessun “ideal”, solo standard.
Adesso vedo in questo strumento, che ho indossato per anni e a volte anche venerato, il primo anello della catena che mi ha imprigionato e non educato, se non in rarissime occasioni. Il soprannome che mi sento di dargli è “bracciale che dà inizio alla schiavitù”. Penso che forse in quel “santo giorno” sarebbe stato meglio scendere dalla macchina di mio zio, unirsi al corteo ed iniziare a battere sul tamburo, magari sventolando una bandiera e urlando a più non posso.

la foto è di piergiorgio branzi

Pubblicato inGenerale

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