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Il punto croce

Domenica di lockdown causa pandemia, la mia regione è zona arancione.
Pioggia, vento, fulmini e tuoni. Mancano le locuste e il sangue nelle fontane e le piaghe d’Egitto avranno cambiato epoca e latitudine.
Domenica in casa. Avevo promesso: niente politica, niente lavoro.
E, mentre le partite di calcio regnavano sovrane, la sottoscritta smaniava in crisi di astinenza per quei ritmi parossistici che caratterizzano la sua vita quotidiana.
Dopo l’ apposizione di luci scintillanti sull’ albero di Natale, dopo la sistemazione dei pastori nel presepe, dopo lo sguardo compiaciuto sulle decorazioni casalinghe, cosa potevo fare?
I cassetti. Ecco i cassetti sono un toccasana, il metadone per le mie crisi di calma piatta. Sistemare cassetti aiuta a riconquistare il passato, a fare pace con il proprio disordine interiore mentre si mette ordine materiale.
Un cassetto in cucina ha attirato la mia attenzione. Da quanto tempo non lo aprivo!
Anni. E, dopo che l’ ho aperto mi sono resa conto che erano passati secoli!
Riposta ordinatamente, come se dovesse essere utilizzata da un momento all’ altro, la mia attrezzatura da cucito.
Fili colorati, ago, forbicine e tanti disegni con le figure del famoso ” punto croce”.
In un attimo sono stata sbalzata dentro la diligenza del Tempo a correre a ritroso negli anni come fosse inseguita dai banditi nei film western.
Amavo il punto croce. Avevo realizzato un’ infinità di lavori. Ho rivisto una giovane donna intenta a scegliere i fili e a seguire un disegno con nel cuore sogni di futura madre. Mani a cucire e quelle stesse mani sul grembo e mentre il filo passava da una parte all’altra, il pensiero a immaginare piccole mani , piedini paffuti, vagiti desiderati.
Quella donna costruiva un nido e mentre contava, uno, due ,tre,mentre lasciava gli spazi tra un punto e l’ altro , mentre coi denti tagliava il filo, pregava.
Quanto più la giornata era stata difficile in mezzo alla sofferenza vera di donne o di bambini , tanto più i disegni che le sue mani realizzavano erano colorati. Un Dorian Gray al contrario.
La tela su cui ricamava si arricchiva di preziose volute, di buffi animaletti, di fiori elaborati. Un punto, due, tre. Con pazienza, attenzione, cura.
Il punto croce non ammette l’ errore. Sbagliare un punto significa dovere disfare il lavoro. Non si può simulare la perfezione.
E io col mio disordine dell’anima congenito avevo un bisogno vitale di quella concentrazione. E mentre le mani e gli occhi seguivano un disegno, giungevano i pensieri. Non bussavano neanche. Trovavano la porta aperta e cominciavano a collocarsi come i fili del punto croce.
Quattordici anni dall’ultima volta che avevo preso fra le mani quell’ ago da punto croce!
La copertina per il primo Natale di mio figlio.
Ho cercato quella donna fra quei fili riposti con cura. Dove si era smarrita? Perché alla regolarità della tela Aida aveva preferito le tempeste fra i marosi? Perché aveva piegato per sempre le stoffe e disdegnato la cadenza ritmica di un punto sopra e uno sotto correndo a perdifiato sotto la pioggia battente della Vita?
Cosa cercava? Non le bastava più un disegno tracciato su una tela regolare coi suoi passi come ricami di un punto croce?
Ho preso fra le mani quell’ago. È un ago magico. Vi ho messo il filo, un punto sopra e uno sotto, i pensieri sono venuti a trovarmi come allora, hanno trovato una loro collocazione per il disegno finale e oggi, come allora, mi sono ripresa il mio Tempo !

nell’immagine: la copertina in punto croce, foto dell’Autrice

Pubblicato inGenerale

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