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Il pozzo del ciliegio

La spedizione punitiva dei ciliegi iniziò prima dell’alba, con ancora il buio addosso. Dal castello nessuno si accorse di nulla, tra chi pattugliava, chi beveva, chi parlava con spettri, nessuno vide quegli alberi muoversi contro il maniero. E fu sera e fu mattina, ultimo giorno.

Il mattino ci trovò tutti frastornati dalla sbronza della notte appena scorsa, le guardie diedero l’allarme in una lingua che ci pareva venire da mille anni fa. Ci svegliammo di soprassalto mentre i ciliegi, raccolti in gruppo, abbattevano il portone centrale. Furono pochi attimi di panico a decidere una direzione qualsiasi da prendere, che per qualcuno si rivelò essere quella giusta, per altri quella fatale. Come particelle impazzite, in preda alle urla delle donne, che sembravano esorcizzare il male penetrato trafiggendo il cielo con la voce, ci spostavamo in spirali contorte, verso un qualsiasi buco della vita.

Guardai un’ultima volta la mia stanza vedendovi i rami di un ciliegio che si lanciavano al di fuori, attraverso le finestre, in cerca di cibo, quel cibo avrei potuto essere io. La gente veniva letteralmente assorbita nella corteccia di questi alberi o dilaniata dall’incedere tentacolare e multiforme dei loro rami. Corsi verso il portone ormai lasciato senza custodi ed inciampai vicino al pozzo.

Il sole appena sorto mi fece intravedere l’ombra di qualcosa che stava entrando dentro di me, un dolore lancinante da dietro, lungo tutto il busto fino alla gola, sembrava una gastroscopia all’incontrario, vomitai sangue, poi, finalmente sbocciai, succhiandomi l’umidità della notte riservatami per i giorni a venire.

nell’immagine: Il pozzo e il pendolo di R.Corman

Pubblicato inPoesia

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