Mi sono chiesta spesso perché non vi sia alcun trattato di Schengen tra Inferno e Paradiso e tra la e qua.
Posso circolare liberamente in Europa ma ho bisogno di un passaporto speciale per l’ Inferno o il Paradiso e la pratica burocratica viene svolta negli uffici terreni.
Quanta burocrazia mi viene da dire mentre disbrigo questa ” pratica” con il mio vivere quotidiano e dove andrò non lo sceglierò io, o meglio lo avrà fatto il mio arbitrio intraprendendo un viaggio che solo nel sonno mi dirà a quale approdo io sia giunta.
Che fregatura per una sognatrice programmatica ! Non potere conoscere in anteprima la meta, studiare i monumenti, valutare l’ enogastronomia. Chissà se c’è il vino in Paradiso. Forse all’ Inferno ne scorrono fiumi. E con quel passaporto in mano sarò indecisa o una spinta mi farà inoltrare in campi Elisi o in una selva oscura?
Che pensieri strani! Su una riva d’ inverno. A portare a spasso i pensieri, rigorosamente al guinzaglio temendo di perderne qualcuno se solo osassi liberare l’ invisibile corda.
Dicevo stamane a una persona amica che se dovessi andare via utilizzando quel passaporto mi piacerebbe ascoltare il discorso di addio di chi mi ha conosciuta e magari voluto bene.
Vedermi coi suoi occhi, sentire se ho lasciato un’ impronta. Questo periodo di pandemia mi ha consentito di riflettere tanto. Di farlo soprattutto quando le preoccupazioni lavorative e le incognite hanno preso il sopravvento. Quando il pensiero dei miei ragazzi e di coloro che amo è divenuto ricerca di aria, ricerca di bellezza, desiderio di abbracci , di dire ,guardando negli occhi : vi è qualcosa che resterà sempre.
Cammino su questa spiaggia deserta. Non sembra inverno oggi, c’è il sole.
Ma vi è un punto lì in lontananza in cui tutto appare grigio, le nuvole si stringono a coorte, solidarizzano per compiere il dovere di dicembre. Fra qualche ora pioverà. Me lo dice il mare che sa aspettare sempre l’ acqua altrui.
Che sia del cielo o delle lacrime degli uomini.
Ma è un ospite compíto, sa gradire e poi rendere con generosità. I suoi spruzzi raggiungono il mio viso. Non perdo mai l’ abitudine di camminare a ridosso della battigia, dove la sabbia è grigio scuro per l’ umidità che l’ impregna.
Il prendere e il dare del mare. In fondo il ciclo di quel famoso passaporto che stringiamo fra le mani . Solo la foto manca. Quella per certo ce la daranno in un ultimo istante.
Che strano fotografo è il Destino! Non gliene frega niente della bellezza di uno scatto! E io che amo le foto , le pose belle, scelte, accurate, mi indispettisco perché quel documento è il lasciapassare per l’ eternità per chi, come me, vuole credere.
L’ incedere è lento, quasi monotono. Restano le orme dei miei stivali a violentare la compattezza di un mondo che d’ inverno torna ad essere di pochi.
Sotto le nuvole scure una panchina. Una strana panchina di legno, logora di tempo e salsedine a stare di spalle , suppellettile offesa , timida per la sua povertà dinanzi all’ immenso.
Forse è questa la sala d’ attesa per il passaporto, di spalle al mare e alla bellezza per non avere la tentazione di restare.
La osservo e saluto idealmente chi ha in mano il documento ritto di orgoglio per una vita spesa bene o ingobbito dal peso dei rimorsi.
Passo oltre e guardo il mio mare: oggi è il giorno del Vaccino anticovid.
Sorride e si inebria di pioggia!
la foto è di Francesco Aparo


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