Sul Bus eravamo in 7 o 8, non vedevo bene, di mattina cerco solo di protrarre i sogni o gli incubi della notte precedente, il mio obiettivo è sempre quello di raggiungere un posto sicuro, vicino alle pareti, appoggiare la testa, e “ripartire”. C’erano due ragazzi che parlavano e una vecchia zingara che emetteva grugniti al mondo, si sentivano bene, uno faceva da sottofondo all’altro. Io cercavo di sistemarmi l’uccello nei pantaloni, si trattava di portarlo da sinistra a destra e di evitare che curvasse in giù, per fare questo fingevo di estrarre il fazzoletto, c’era una studentessa vicino e non volevo sembrare inopportuno.
Ad un certo punto, uno dei due ragazzi che discutevano disse: “cazzo, era fuori come un cancello!!!”.
E fu la fine e l’inizio di tutto. La fine delle mie sicurezze, la caduta del muro che mi proteggeva dai barbari appetiti della quotidianeità, la fine di un’era, l’inizio di un deserto senza spazio, senza tempo, senza infinito, deserto. Ne avevo sentito parlare spesso, lo sapevo per esperienza, lo avevo visto negli altri, “l’essere fuori come un balcone”, “come un pistacchio”, “come un cammello”, ecc., ma un cancello no, mai, mai una simile visione violentò così crudelmente la mia mente. Cosa aveva provato quel povero ragazzo di cui si parlava? Ma poi, soprattutto, quanto fuori può essere un cancello?
Questa è la domanda sulla quale incespicano tutte le nostre metafisiche. Il cancello sta dentro, fuori, dove sta? Dove si situa il cancello, qual è il suo luogo? Troppo facile dire “è lì!”, eheheh, credete di cavarvela così? E “lì” che posto è? Delimita cosa? Un esterno, un interno? Impedisce di entrare o di scappare? E se uno decide di vivere lì, sul cancello? Be, lo capirei, questo sarebbe uno che almeno ha capito, cavolo, eccerto, questo sa benissimo che non puoi sfuggire l’immanenza trascendente (ossimoro d’obbligo) del cancello.
Ma andiamo con calma, non mi faccio prendere dal panico subito, sono audace, e affronto anche l’ignoto, anche se questo è molto di più, è l’A-gnoto. Io entro in un posto, attraverso lo spazio delimitato da un cancello (se lo attraverso do per scontato che sia aperto), a volte l’ho scavalcato pure, il cancello, volendo posso anche scavare una buca e passare sotto il cancello, ma di solito non lo faccio, vado sempre da amici e loro sono buoni con me. Bene! Bene un accidenti! Non sono più come prima, non è tanto l’essere in casa d’altri, ho varcato il cancello, ho perso me stesso, per strada questo non mi capita. Cosa fa l’ingenuo in questi casi? Cerca di recuperare la sua storia (come se ne avesse ancora una, non sa che da lì inizia da 0 e a 0 resterà), parla con scioltezza, è LUI, ma…no, invece no, basta un nulla, e puff, sparisce, inghiottito, guarda il cancello, e di colpo capisce tutto. Ma la cosa funziona a due sensi di marcia. Esco di casa, chiudo tutto, chiudo il cancello, ed ecco, vado per entrare in macchina e mi accorgo che ho fretta, ho bisogno di un altro cancello, in questo caso saranno le portiere dell’auto. Quei pochi secondi che ghiacciano l’anima sono eterni, guardo il cancello, inesorabilmente chiuso. Potrei aprirlo, certo, ma in quel tempo che impiegherei, sarei comunque in balia del “mondo”, il cancello mi definisce, ecco la verità. Sono un cancello.
Ho visto i cancelli di molta gente, e ora , ripensandoci, mi accorgo che hanno vissuto con me, che hanno dominato le mie emozioni, che erano la mia relazione con le persone. Mi ricordo il cancello di Claudia, con quel geranio impiccato a destra, che nascondeva il nome sul campanello. Mi ricordo il cancello di ogni donna con cui sono stato, come fosse un’immagine malefica, una sorta di epitaffio vivente, che mi dice: “io sono qua, e tu?, ahahahahahahah”, la maledizione dell’inorganico. Anna aveva un cancello rotto, sempre aperto, di un legno marcio, orrendamente colorato di verde pisello e pensate, voi, che quell’orrore non sia riuscito a compiere la sua missione? Nooo, il bastardo era il più infingardo di tutti, ipocritamente fingeva di simbolizzare un’anarchica ospitalità, mentre già affondava i suoi pali nel fango dell’opportunismo, della menzogna, puro emissario infernale. Una volta cercai di sistemarlo, di dargli una parvenza di normalità borghese, con lo zinco, il fetente mi crollò tra le mani, facendo scattare il ricatto: “ohhhhh, mi hai distrutto il cancello”, disse Anna, “Quella zattera di legno la chiamavi cancello?”. Litigammo quella sera, poi, per 2 mesi, me lo rinfacciò fino a quando ci mollammo, era una sera di maggio, vicino a noi recitavano il rosario, erano arrivati al terzo mistero doloroso, lei mi diede l’ultimo bacio, e poi mi disse: “tieni, conservalo, è una parte di me, quella che non hai mai amato, addio”, era un pezzo di legno, color verde pisello orrendo di quel fottutissimo cancello.
Ora, quando vado in auto, non riesco a non guardare i cancelli, e so, che loro guardano me, e io so che loro ridono di me, lo so per certo. Perché, in casa o fuori io non ho luogo, mai, loro, per qualche strano motivo, non sono nessun luogo, eppure stanno, se li varchi sei fregato, se ti ci rinchiudi dentro, sei fregato, dentro e fuori non basta, non si riesce a essere definiti se non da un cancello. Io sono cristiano, ma un giorno potrei credere alla reincarnazione e se ci crederò, dovrò per forza, rassegnarmi e sforzarmi di diventare almeno un cancello.
Capite, allora, adesso, quanto deve essere messo male uno che è fuori come un cancello?
Cancello Ergo Sum


Mi piace questa modalità di scrittura perché scorre e ti trasporta senza sbalzi dentro le immagini della tua mente e il fantastico che c’è in te. Non c’è manierismo non c’è l’indulgere narcisistico del “fare lo strano”. È una proposta di visione delle cose che ci circondano. Proposta molto sfidante. Bravo Franco
C’è sempre tanto da sorridere (ridere!) a leggerti.
E quanto fai pensare!
Solo il cancello trova “un suo perché”.
Gli altri? Sono o dentro o fuori?
Questo linguaggio poi…
Spero tu riesca a sfondare nella scrittura del 2000.
grazie ragazzi!