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i Coil scrissero “Broccoli”

Sembrava una serata tranquilla, come tante altre, un libro, un pò di chat, di chitarra, un pò di Gaber, in tempi tutti rigorosamente divisi in parti uguali, si, nulla deve prendere il sopravvento sul principio d’inerzia che governa la coscienza.

Avevo mangiato un hamburgr e dei broccoli. Una cena molto modesta, ma avevo impiastricciato l’hamburger con del tabasco mescolato a maionese, una specie di Cipriani post industriale insomma. Ad un certo punto, come ogni sera, andai a lavarmi i denti. Avevo un pezzo di broccolo infilato tra i due molari inferiori sinistri..molto sinistri, quelli in fondo, l’ultimo dei quali è rotto, da tempo immemore ormai. L’ho fatto anche “riparare” dal medico, ma non si riesce a colmare un certo vuoto che divide inesorabilmente, e credo per sempre, quei due tritacarne.

Sgusciai un po’ di dentifricio sullo spazzolino dopo averlo bagnato, e mi ficcai l’arnese tra i denti, con la mia solita sicurezza, sicuro, certissimo che il pezzo di broccolo sarebbe stato vinto dall’avanguardia dello spazzolino. Solitamente faccio due passate, come con lo shampoo sui capelli e con il bagnoschiuma sul corpo, la seconda passata mi da la sicurezza di essere apposto, mi sento meglio, non so come dire, una serenità interiore conquista il mio stomaco, dopo la seconda passata posso anche guardarmi allo specchio.
Dopo la prima sciacquata, mi passo la lingua tra i denti e sento il broccolo ancora là, “è solo questione di tempo ormai, al prossimo colpo va giù” penso, riaffilo l’arma e penetro nella mia cavità orale come fosse il labirinto del minotauro, io sono Teseo, Arianna non so (non cè mai quando serve), non c’è, il filo è quel maledetto broccolo infernale. Miro da ogni posizione, schiaccio le setole in mezzo ai due guardiani che tengono imprigionato il vegetale, una rabbia tremenda mi assale, ma penso di farcela, la bocca aperta in una smorfia mostruosa, la testa rivoltata deformemente a sinistra, spingo con forza lo spazzolino tra i denti, una lotta senza riposo, continua, è già iniziato “Don Matteo” in tv, sono in bagno da due interruzioni pubblicitarie.

Non ce la faccio. Mi arrendo. Un uomo responsabile e giunto a completa maturità deve anche prendere in considerazione l’ipotesi del fallimento, è la storia che lo esige, anzi, è lo spirito della storia che aleggia su ogni cosa, ora..aleggia su quel pezzo di broccolo.

Quando cambio i tempi verbali, vuol dire che la mia coscienza è scossa, molto scossa. E’ il presente che si fa angosciosamente avanti, prepotentemente spazza via ogni cosa, ogni certezza, ogni stabilità e mi proietta nell’ incognita assoluta, nel vuoto del “può essere” (adesso, fra poco, ora, non ancora, ma ora, è già qui!!!!) peggio del “potrà essere”, nel mio futuro.

Decido di uscire, e di annegare il broccolo con un paio di birre, poi magari parlerò con gli amici, mi infervorerò, sarà una serata entusiasmante, piena di calore, di umanità, di gente, di novità e il mio broccolo sparirà da solo, perché tutto finisce, no? Il bar è chiuso. Il proprietario sta cambiano il bancone, tiene chiuso due giorni, me n’ero scordato. Prendo una sigaretta e come me la infilo tra le labbra sento il pezzo di broccolo agganciarmi la lingua. Infilo le mani in bocca, cerco di catturare con le dita l’ospite tremendo, scavo, mi torco, sposto la lingua, chino la testa, deformo la bocca che al confronto l’urlo di Munch sembra uno che canta l’inno alla gioia, mi tocco l’ugola con le dita, uso le unghie, mi aggrappo ad un dente, non lo mollo, lo graffio, lo incido con il mio pensiero ossessivo, non ce la faccio, mi sfugge. E’ tremendo, è…impossibile da sopportare, deve esserci un modo, vado all’ospedale penso. Si, ci penso veramente, ma solo per un istante, eh, che gli dico? “Per favore, scusate, togliete da sto lettino sto povero cristo intriso di sangue (immaginiamo il solito ragazzino che s’è schiantato con lo scooter uscendo dal garage di casa)sul, che c’ho un pezzo di broccolo da levare? Gli dico così?

No, è tutto tranquillo, ho solo un pezzettino piccolino di broccolo sul dente, ora, cerco un altro bar, eccolo, già trovato. Vabbè, è un bar di vecchietti, ma ho buone amicizie nell’ambiente. Ed infatti, incontro subito Ottavio. Ottavio da una vita non lo incontravo, Ottavio, perito agrario, gran brav’uomo, sia prima delle 22 quando è ancora lucido, sia dopo quando comincia a riflettere su dove sia la direzione per tornare a casa. Ottavio è molto interessante. Per almeno 50 minuti mi parla del raccolto di grano dell’anno scorso, mi spiega tutto. “Tutto quello che non avreste mai osato chiedere sulla polenta in soli 60 minuti” un best seller, trangugio la seconda birra e cominciao seriamente a preoccuparmi.

Una pausa in bagno di Ottavio mi è fatale, guardo il soffitto del bar, scendendo con lo sguardo incrocio gli occhi della signora titolare, na bella donna…all’epoca, purtroppo l’epoca è difficile da stabilire, una datazione fatta con i radioisotopi potrebbe svelare che la signora è stata contemporanea di Hammurabi, anche se le arcate sopracigliari del trecento fanno ben sperare. Con la lingua mi giro sconsolato il broccolo tra i denti, gonfiando le mascelle ed esibendo una lingua quasi a dir poco voluttuosa. E’ la fine. “Brutto porco!” mi urla la signora attirando l’attenzione di un gruppetto di signori attempati, seduti nella sala e intenti al sacro rituale della briscola. Sorpreso e inebetito e sentendo alle mie spalle dei mugolii mi giro verso la sala. Una dozzina di uomini ultrasessantenni mi inchiodano con lo sguardo al bancone, senza via di fuga, quasi 800 anni sommati in fila che mi guardano schifati, quasi un millenio di vergogna su di me. Pago in fretta, borobottando che ho male ai denti e rimediando ancora altri insulti. Non guardo nessuno, solo avanti, i sei metri che mi separano dalla porta del bar mi sembrano il tunnel finale di “2001 Odissea nello spazio”.

Esco, io e il mio broccolo, mi sento quasi sollevato, non ho salutato Ottavio, pazienza. In questi momenti provo una sensazione strana, si mescolano le verità dei filosofi, la volontà di Schopenauer, l’inferno di Sartre, il fallimento di Cioran, l’angoscia di Kierkegaard, l’esserci di Heidegger, la moglie del mio carozziere, il mio broccolo.

Ma…tutto è destinato a finire, nulla è eterno, perché devo pensare che questo cazzo di broccolo lo sia? Accendo la macchina, i fari e mi avvio verso casa, ho voglia di dormire, anche con il broccolo tra i denti. A casa, in pigiama, mi guardo solo un’attimo la videocassetta di Gaber, solo un frammento, quando dice:
“La luna continua a essere luminosa e bianca, come ai tempi in cui c’era ancora l’uomo”

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2 commenti

  1. Anastasia Anastasia

    Grazie,ho finito in un curioso battibaleno di leggere la storia di questo pezzetto di broccolo,con uno di quei sorrisi che restano lì per tanti minuti.
    Bella,bella,bella.
    Lei è geniale:)

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