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GLI STIVALI DI NATALE

Per Natale ho regalato a mia figlia un comodo paio di scarponcini, rigorosamente di marca, e non perché io sia patita della moda, è a lei che qualche volta piace adeguarsi agli altri.
È un robusto paio di scarpe color biscotto dalla suola di gomma, profondamente incisa e dalla tomaia ben modellata; sono calzature adatte a superare le asperità del suolo e a tenere bel caldi i piedi.
I piedi soltanto, perché per scaldare il cuore ci vogliono altri calzari.
Ecco! E i ricordi, bizzarri folletti, danzano come fiocchi di neve, risucchiandomi in un passato che il tempo, anche se ladro, ha custodito intatto e fragrante nella memoria.
C’era la guerra, io avevo sì e no nove anni, ed una fame cronica che rendeva più evidente la nostra povertà, perché non era solo il conflitto bellico a ridurre i mezzi, noi eravamo già poveri di nostro, col buon concorso degli affari sballati di mio padre e le ripetute malattie di mia sorella.
Per fortuna anche allora c’era il Natale, la novena serale, le stalattiti di gelo sugli alberi spogli e Sirio, la stella dei pellegrini, che splendeva alta in cielo a illuminare i nostri passi furtivi, nell’oscuramento imposto da Pippo, un aereo da caccia notturna che con le sue solitarie incursioni terrorizzava le nostre campagne.
Piccoli e grandi ci muovevamo come fantasmi nel buio delle sere invernali, silenziosi, nel timore che la nostra stessa voce potesse scatenare le ire dei quell’aereo pirata.
Nel mio paese non c’erano strade asfaltate, e sulla terra battuta, in quelle magiche notti lontane, si sentiva solo il rumore delle “sgàlmare”, calzature con la tomaia riciclata e il legno sotto.
Ricordo che, per dare maggior durata alla suola, piantavano delle “broche”, chiodi robusti, con la testa arrotondata. Non c’erano calzari di lusso, ma quanto riparavano dal freddo, e come sapevano di frugalità e di focolare!
Quell’inverno però si erano resi necessari gli stivali, sì, perché proprio la Vigilia di Natale era nevicato da non dire. Una candida morbidezza aveva annullato il grigiore invernale, coprendo in modo omogeneo strade, fossi, campi e tetti.
“Mi sa che stavolta ci toccherà saltare la Messa – disse mio padre la notte di Natale – in casa c’è un unico paio di stivali, e fuori si affonda nella neve fino alla coscia”.
Mia madre non rispose, stava sciorinando, accanto al fuoco, i nostri indumenti più pesanti perché fossero ben caldi quando li indossavamo. Poi preparò grandi scodelle di latte caldo e, miracolo, per quella volta sostituì il sale con una zolletta di zucchero.
Bevemmo in silenzio.
“Io torno a letto! Non si può uscire senza stivali. Ci prenderemo una polmonite!” – riprese mio padre lagnoso.
Lei gli andò vicino con fare deciso: “Ci arrangeremo! Il nostro Natale è la Messa di Mezzanotte, non possiamo perderla!”
Ci aiutò a coprirci bene, poi solennemente calzò lei gli stivali e fu sulla porta.
Fuori, un bianco chiarore ci avvolse, ci infuse una sensazione di immensità e di innocenza.
“Seguitemi! Vi traccerò io le orme”.
In fila indiana, mentre cielo e terra stavano per congiungersi in un eterno miracolo d’amore, procedemmo sulle tracce di mia madre, fino alla chiesa.
Dentro c’era luce, c’era festa, e i nostri piedi erano asciutti.
Mia madre ci sistemò sui banchi e ci sorrise.
Lei e i suoi poveri stivali ci avevano regalato un dolcissimo Natale.

Antonia Conte

Pubblicato inGenerale

Un commento

  1. Anastasia Anastasia

    Sembra una favola,di quelle belle con un fondo malinconico,ma colme di cuore,che leggevo da piccola.
    Grazie Antonia

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