“Non si può parlare di Gerusalemme, senza amarla”
Cardinale Carlo Maria Martini
“O Gerusalemme, terra eletta da Dio e patria dei suoi servi, è dalle tue mura che il mondo è diventato mondo. O Gerusalemme, la rugiada che cade su di te guarisce ogni male, perché essa discende dai giardini del paradiso”.
Maometto
Di quella giornata ricordo i colori. Il caldo. E la luce.
La luce che faceva brillare quelle mura agili e robuste volute da Saladino il Magnifico nel 1500 e che circondano la città.
Circondare simbolicamente la città: questo avremmo voluto fare noi unendo tutte le mani, le braccia, i cuori e le volontà di pace delle persone venute quel giorno di un dicembre incredibilmente caldo dell’anno delle speranze, delle illusioni, delle utopie: il 1989.
Sì: una catena umana formata da palestinesi, israeliani e dai millecinquecento pacifisti venuti dall’Occidente con il loro carico di fiducia nella possibilità di essere i fautori di un accordo di pace che sancisse per sempre una convivenza di due popoli in due stati limitrofi.
Colori. Delle magliette a mezze maniche che tutti indossavamo coprendo pelli di colori e sfumature diverse, dei sai dei frati francescani, guardiani del Santo Sepolcro, delle vesti delle donne arabe, dei capelli delle famiglie multicolori che erano venute fin lì da posti lontani. Ricordo una famiglia scozzese, padre madre e due marmocchi tutti con i capelli rossi gli occhi chiari ed un largo sorriso felice stampato in faccia.
Noi avevamo lasciato nostra figlia Verena, che aveva dieci anni, in Italia, sulle Dolomiti in un asilo estivo “ottimista e di sinistra”.
Stringemmo le mani anche noi. Ci capitarono accanto i frati, sorridevano sereni. Tutti tenevamo a bada l’inquietudine per quell’equilibrio precario su cui era stata costruita la possibilità stessa di manifestare: le autorità israeliane non l’avevano vietata né autorizzata, il primo ministro Shamir l’aveva paragonata ad una manifestazione per esprimere il consenso alle Brigate Rosse, il governatore della città Kollek aveva espresso la sua contrarietà.
Eppure, intorno a mezzogiorno, a Gerusalemme, trentamila persone, quel 30 dicembre del 1989, congiunsero, per una manciata di secondi, la loro fiducia che la storia di quel conflitto potesse miracolosamente svoltare.
Poi il tempo cominciò a correre.
Sentimmo i botti inconfondibili dei lacrimogeni. Rientrammo per la Porta di Damasco nella parte araba della città. Marisa scelse di tornare subito in albergo. Rimasi a vedere la polizia a cavallo che caricava e manganellava tutti quelli che erano a tiro.
La luce era abbagliante. I caschi dei poliziotti risplendevano. Colori, tanti e più di tutti: il rosso del sangue, il marrone chiaro del manto dei cavalli.
Tornai in albergo. La hall era al piano ammezzato, un grande finestrone a parete dava sulla strada dove poliziotti e soldati inseguivano giovani che cercavano di scappare, gli ospiti dell’albergo si accalcavano per guardare, molti avevano il naso e le mani appoggiate sul cristallo. Qualcuno di noi gridò uno slogan. Rapidamente una specie di autoblindo sormontata da idranti puntò verso quell’albergo, quel finestrone. E sparò un potentissimo getto d’acqua.
Il cristallo volò in mille pezzi.
Urla. C’era sangue. Marisa stesa a terra. Si fece largo qualcuno dicendo “sono un dottore”. Si chinò su di lei e gridò: “Dio, l’occhio è tagliato!”
Da quel momento, i ricordi diventano frammenti vivissimi in una nebbia di irrealtà.
Poliziotti e soldati impedivano di far arrivare autoambulanze o di lasciare l’albergo. Vidi un turista ospite dell’albergo che si fece largo e scese in strada. Seppi dopo, molto dopo, che era un ufficiale di grado elevato della polizia danese, o forse olandese, che si qualificò e chiese con forza che arrivasse un mezzo di trasporto qualsiasi per trasportare una donna ferita gravemente all’ospedale.
Arrivò un pickup con due ragazzi arabi alla guida. Marisa fu stesa sul cassone e portata via in fretta.
Poi la corsa all’ospedale. Anche esso arabo: dei “Cavalieri di Malta”.
Un dottore mi chiede l’autorizzazione ad asportare l’occhio tagliato perché c’è il rischio di perdere anche l’altro.
Marisa Manno è operata nel pomeriggio. E poi nella notte gli agenti del Servizio di Sicurezza Israeliano vengono ad interrogarla. Lei risponde lucida e fredda.
Poi inizia un’indimenticabile processione: per primi i frati francescani. Poi i pacifisti italiani.
E poi, dalla mattina successiva, i palestinesi di ogni età ed estrazione sociale. Donne, tantissime e di tutte le età, con scialli e mantelli coloratissimi. Maestre con i loro bambini, i deputati arabi alla Knesset, vecchi malandati che si appoggiano sui bastoni, ragazzi dell’Intifada con il volto coperto dalla Kefiah.
Tutti portano qualcosa, messaggi, fiori, piante, stoffe, i bimbi recitano poesie, le donne cantano inni, madri con i volti segnati dal tempo passato nel dolore portano in regalo i quadri dei propri figli “martiri”, si fermano accanto al letto e guardano quella benda e sono certo che nel loro animo si rinnova il dolore.
L’intera corsia è svuotata di tutti gli altri pazienti per far posto a quella coloratissima mercanzia deposta ai piedi della donna che ha perso un occhio per una causa giusta, la causa della pace, la causa del popolo palestinese.
E poi tutto diventa frenetico: la CNN viene ad intervistare Marisa, il Console italiano a Gerusalemme viene a rassicurarci, poi la partenza, le telecamere a Fiumicino ad inquadrare la mamma di Marisa che l’abbraccia – “Figlia sono orgogliosa di te” – a casa di Mario Ruggiano sulla Nomentana e Pietro Ingrao commosso che stringe a lungo la mano di Marisa, la cittadinanza palestinese onoraria, l’invito di Arafat ed il viaggio a Tunisi con Giorgio Napolitano ed un giovanissimo Cuperlo, gli onori del Comitato Centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, infine a Napoli e il pellegrinaggio della comunità palestinese a casa nostra, i cento pranzi e cene con gli odori e i colori delle spezie arabe affratellati, nei piatti, ai sapori “veraci” delle pietanze napoletane.
Tornammo l’anno seguente a Gerusalemme e stavolta Verena venne con noi.
Percorremmo insieme gli acciottolati della città araba, io rividi quei colori intensissimi e cercai, visitando i simboli delle tre religioni monoteiste, che distano pochi passi l’uno dall’altro, di immergermi in quella sacralità che si respira nell’aria e che rende Gerusalemme una città assolutamente unica, un patrimonio che appartiene all’umanità intera, credente o meno, una tappa obbligata di una qualsiasi ricerca spirituale.
Per quanto riguarda quel 30 dicembre 1989 “ci vorranno mesi, e le denunce, e un regolare processo, per dimostrare che la violenza era venuta solo dalla polizia, e, dirà la sentenza, «ingiustificata e sproporzionata.» Nel 1992, verrà finalmente risarcita anche Marisa: un occhio perduto per sempre, vale 115 milioni. Motivazione del risarcimento: incidente stradale.”
“Dopo, rimarrà quel vuoto sotto la palpebra. Appartiene a noi tutti, ma è solo Marisa a conviverci: ancora oggi.” (da “Salaam Shalom” di Chiara Ingrao)
Epilogo
Di ritorno dalla Palestina fummo contattati dal Console Onorario della Palestina a Roma che ci disse che “il Presidente Arafat” ci invitava a Tunisi. Partimmo la sera successiva in una formazione che adesso sembra incredibile: Marisa, io, la madre di Marisa, Giorgio Napolitano e Gianni Cuperlo. A Tunisi trovammo il Consiglio dell’OLP in riunione plenaria. In quella sede Arafat proclamò Marisa “cittadina palestinese onoraria” e disse che la prima carta d’identità del nuovo stato avrebbe visto lei come prima cittadina.
Questa storia appartiene ad un’epoca completamente diversa da quella che, ahimè, viviamo. Il risarcimento fu ottenuto da Andreotti che si spese in prima persona. Erano i tempi nei quali l’Italia faceva affari con i paesi arabi e questi ultimi sostenevano, almeno a parole, i palestinesi. La diplomazia italiana realizzava l’equilibrio tra i suoi interessi nel mondo arabo e Israele con un console a Gerusalemme di evidenti simpatie per i palestinesi ed un ambasciatore a Tel Aviv strettamente legato ai governanti locali. Molta parte dell’opinione pubblica (e dei partiti) in Italia sentiva di appoggiare le lotta dei palestinesi per la loro liberazione. Il fronteggiamento tra carabinieri italiani e marines americani a Sigonella avvenne perchè Craxi si rifiutò di consegnare agli americani (longa manus di Israele) Abu Abbas capo della Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. Erano altri tempi: in tutte le feste dell’Unità c’erano stand palestinesi, si raccoglievano soldi, si leggevano le poesie dei poeti palestinesi, si dibatteva su quale fosse la strada praticabile per realizzare quella che è diventata una favola grottesca de “Due popoli e due stati”. Oggi nel festival del Pd a Bologna tra 160 e dispari dibattiti non ce ne è uno che riguardi la Palestina. Il Pd è schierato sul “diritto alla difesa” da Parte di Israele. Air tempi di questa storia Cuperlo e Napolitano si abbracciarono con Arafat quando fummo ricevuti a Tunisi con tutti gli onori……
nell’immagine . Gerusalemme, le Mura, Porta di Damasco


Sempre tristemente e tragicamente attuale. In questa puntuale descrizione di un ricordo che immagino sempre vivo nei protagonisti, intravedo quel sottile filo di speranza che non deve mai venir meno.
Anche se conosco, da anni, quanto successo, rileggere il racconto di Piero è sempre una grande emozione. Il mio pensiero va’ sempre a Marisa che ho incontrato un paio di volte tanti anni fa’. Ho nel cuore una grande tristezza perché, nonostante il tanto sangue già versato, oggi se ne aggiunge altro e si allontana sempre di più, da quei territori e da quei nostri fratelli, la tanto auspicata e sacrosanta convivenza pacifica.
Marisa e Verena le conosco da tanti anni perche’ negli anni 90′ erano clienti della mia banca. presso l’agenzia di Fuorigrotta dove ero responsabile del settore Titoli. Ero al corrente di quello che le era accaduto, non in modo cosi’ particolarizzato, ma comunque, per riservatezza, non ero mai entrato in argomento, sebbene periodicamente, la seguivo, nei suoi investimenti, fino a 2002, quando lasciai l’agenzia di via Giulio Cesare, per andare a irigere quella di Corso Garibaldi. Donna di grande carattere e personalita’-