Ero vicino al lavello della cucina. Uno scatto sbagliato, un gomito fuori posto, e la teiera di porcellana che stavo per lavare cade, il motivo giapponese del disegno si sbriciola come le foglie secche d’autunno. Maledetta teiera, penso, usata quattro volte da quando l’ho ricevuta come regalo di nozze, quindici anni fa.
Antonio mi vede raccogliere i cocci e i suoi occhi mi lanciano uno sguardo sprezzante, mi ricorda che era un pegno ricevuto da sua madre, un oggetto di famiglia a cui teneva molto. Sottolinea il mio continuo essere imbranata, mai attenta. Non che lo abbia mai visto bere il the con gli amici, o ricordarsi che in casa c’è un servizio pregiato.
Prende svogliatamente lo stick di colla forte dalla mensola, il corpo rilassato, le braccia deboli, nessuna energia nell’azione. Lo lascia vicino alla pila di frantumi che ho composto nel tavolo, alcuni raccontano ancora i lineamenti della teiera, qualche albero di ciliegio dipinto, intatto. Prova a ripararlo, mi dice, forse con un po’ di colla nascondi i danni.
Da bambina amavo i giochi a incastro, quasi sempre in legno, mi piaceva sistemare tutti i pezzi per ridare armonia alla confusione. Forse anche per questo sono diventata architetto, per plasmare il nulla e renderlo vivo, utile.
Nascondere i danni. Si pensa sempre sia un atto passivo, qualcosa che riesce senza sforzo. In realtà l’atto di celare comporta sacrifici, è come un castello di carte da rendere invisibile senza distruggerlo, senza che qualcuno si accorga che tutto è crollato. Tutti crollano, e nascondono. L’uomo nel corso del tempo si è dato delle giustificazioni, si è inventato delle favole. Si vorrebbero aggiustare le crepe con l’oro, renderle belle e mostrarle al mondo come fanno i giapponesi con la tecnica del kintsugi, ma è un’illusione.
Tento con la colla, pezzo dopo pezzo partendo dalla base. Ci vogliono ore di tentativi, ma sembra funzionare. Forse questa teiera non vedrà più una goccia di english breakfast, ma almeno farà la sua bella figura e potrà tornare a onorare mia suocera, al contrario di me. Ogni sua parola nei miei confronti è una condanna all’insoddisfazione, perché la casa non è sempre in ordine e la polvere ricopre i mobili, perché suo figlio torna la sera dopo il lavoro e la cena non è ancora in tavola, perché certi weekend sono costretta a passarli sulla scrivania per un progetto. Un’insieme di piccole azioni che mi allontanano dal suo ideale di moglie e madre.
Il lavoro di restauro è riuscito, una piccolo sorriso mi colora il volto. Non credo che Antonio tornerà a chiedermi del risultato. Potrei mostrarglielo con uno sguardo soddisfatto, ma confermerebbe il suo giudizio nel credermi molto egocentrica.
Ripenso a quanto sia difficile avere delle soddisfazioni da parte di un uomo. Ho avuto il primo progetto solo dopo mesi dall’assunzione, non perché non fossi in grado di svolgerlo, ma perché i clienti preferivano un professionista maschio. Lei deve essere la segretaria, mi dicevano, sono qui per parlare con il capo. Può parlare con me, rispondevo, ho già collaborato a lavori di questo tipo. La loro risposta era un sorriso sadico, un giro di sguardi attorno alla mia gonna o alla giacca attillata, un mappamondo di informazioni esteriori e tanto bastava. La segretaria.
Nessuno ti rispetterà se il rispetto non lo pretendi, questo mi ripeteva sempre mia madre. Era un mantra, ce lo faceva imparare a memoria per sentirlo dire anche a se stessa, quando mio padre decideva di aiutarla in casa e diceva ecco tesoro, ti ho lavato i piatti. Sottointeso, i tuoi piatti.
Una chioma di capelli biondi si avvicina al tavolo della cucina. È Alice, con l’orsetto Ted al sicuro nell’incavo del braccio destro e i piedi scalzi. Dopo cena perderemo dieci minuti a trovare le sue pantofole, ne sono sicura, le lascia sempre disseminate per tutta la casa.
Osserva scrupolosamente la teiera che ho riparato, i suoi occhi seguono il disegno sulla superficie, lo sguardo incantato. Mi alzo per prendere un bicchiere d’acqua, mi giro e vedo mia figlia giocare con la porcellana. Nemmeno il tempo di dirle attenta, mettila al suo posto, che le dita piccole e umide, sempre a metterle in bocca come fanno i bambini, non reggono bene la teiera e questa cade a terra. I frantumi, questa volta più piccoli, corrono lungo le mattonelle.
Alice si nasconde dietro una sedia, rossa in viso dalla vergogna. Sa che potrei alzare la voce, probabilmente ha le orecchie tese ad aspettare un mio fiato, gli occhi già bagnati dalle lacrime. La rabbia mi colpisce all’inizio, ma mantengo la calma perché so che lei è solo una bambina, e quella era solo una teiera.
Antonio baderà poco a ciò che è rotto o aggiustato, lo fa da anni con il nostro matrimonio. Soccorro Alice, la prendo in braccio per evitare che si tagli con i cocci. Nessuno ti rispetterà se il rispetto non lo pretendi, le dico, anche quando pensi di aver sbagliato, anche quando ti daranno la colpa per quello che era già rotto.
contributo creativo alla Giornata contro la Violenza sulle donne, 25 Novembre 2020
tutti i contributi sono pubblicati a questo link https://contame.org/25-11-2020/


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